Una tazzina entra in scena con l’aria innocente del rito quotidiano; dietro il banco, però, il fegato lavora con tempi assai meno mondani. È qui, nella velocità con cui ciascun organismo smaltisce la caffeina, che potrebbe nascondersi una spiegazione alle molte esitazioni della ricerca sul rapporto fra caffè e Parkinson. Un’analisi della UK Biobank, pubblicata su npj Parkinson’s Disease, invita infatti a non guardare soltanto quante tazze beviamo, ma anche quale macchina metabolica le riceve.

I numeri danno subito la misura del lavoro: 435.551 persone, tutte senza Parkinson all’inizio dello studio, seguite per una mediana di 15,7 anni; nel frattempo sono comparse 3.319 nuove diagnosi. Preso nel suo insieme, il campione sembrava quasi voler raffreddare ogni entusiasmo: nessuna associazione statisticamente significativa fra consumo di caffè e rischio di malattia. Ma la media, si sa, è una padrona di casa ordinata e talvolta indiscreta: mette tutti nello stesso salotto, anche quando gli ospiti reagiscono in modo diverso.

La separazione decisiva è arrivata da una variante del gene CYP1A2, che codifica uno dei principali enzimi impiegati dal fegato per eliminare la caffeina. La variante rs762551 ha distribuito i partecipanti in tre famiglie metaboliche: rapidi, intermedi e lenti. Il genotipo AA, associato allo smaltimento più veloce, era presente nel 52% del campione; AC nel 40%; CC, il gruppo più piccolo, nell’8%. Da quel momento il caffè ha smesso di comportarsi come una bevanda uguale per tutti.

Ma vediamo le tazze. Nei portatori AA, consumarne meno di cinque al giorno risultava associato a un rischio relativo di Parkinson più basso del 17% rispetto all’astensione; il modello statistico collocava il punto minimo intorno alle tre tazze quotidiane. Con cinque o più, invece, il vantaggio non era più significativo. Fra i metabolizzatori intermedi AC, proprio cinque o più tazze erano associate a un aumento relativo del rischio del 43%; nei lenti CC la stima saliva all’84%, accompagnata però da un intervallo d’incertezza molto ampio, inevitabile quando i casi disponibili si assottigliano.

Tre tazze diventano dunque una ricetta preventiva? No. E il quinto caffè non è un interruttore che accende il Parkinson. Parliamo di confronti statistici fra gruppi, non di sentenze recapitate al singolo consumatore. C’è poi una cautela quasi geografica: le cups dichiarate nel Regno Unito non possono sfilare automaticamente sotto le insegne dell’espresso italiano. Lo studio non registrava volume, concentrazione né quantità effettiva di caffeina; trasformare ogni cup in una tazzina da bar sarebbe un piccolo abuso di traduzione, magari aromatico, ma pur sempre un abuso.

La spiegazione biologica? Plausibile, non dimostrata. La caffeina blocca i recettori dell’adenosina A2A, coinvolti nella trasmissione dopaminergica, ed è stata collegata negli esperimenti a una riduzione della neuroinfiammazione e dello stress ossidativo. Chi la metabolizza rapidamente potrebbe essere esposto per meno tempo; chi la elimina lentamente, soprattutto quando il consumo cresce, potrebbe mantenerne più a lungo concentrazioni elevate. Eppure manca il dato che farebbe da prova regina: la caffeina nel sangue non è stata misurata. Inoltre, la domanda iniziale comprendeva anche il decaffeinato. Attribuire senz’altro gli effetti osservati alla caffeina significherebbe dunque farle indossare una corona che lo studio non le ha consegnato.

Un discorso a parte riguarda uomini e donne. Fra i metabolizzatori rapidi, l’associazione inversa appariva più evidente nelle donne; l’aumento collegato ai consumi elevati nei gruppi AC e CC emergeva soprattutto fra gli uomini. Ma i test formali d’interazione per sesso non erano significativi. Non possiamo quindi raccontare che il caffè soccorra le donne e si accanisca sugli uomini: sarebbe una trama brillante, forse persino da réclame, ma non il risultato della ricerca. Del resto, gli studi precedenti sull’incontro fra consumo di caffè e CYP1A2 avevano offerto segnali deboli, nulli o perfino orientati nella direzione opposta.

Tornando al metodo, la cautela diventa ancora più necessaria. Lo studio è osservazionale e il numero di tazze è stato dichiarato una sola volta, all’ingresso nella UK Biobank, per poi essere considerato stabile durante quasi sedici anni. Nessun diario dei cambiamenti d’abitudine, nessuna ricostruzione della preparazione, nessuna registrazione sistematica dei farmaci capaci di modificare il metabolismo della bevanda. I consumatori più forti fumavano più spesso e bevevano alcol con maggiore frequenza; gli autori hanno corretto i modelli per questi e numerosi altri fattori, ed escluso in analisi supplementari le diagnosi più precoci, ma il confondimento residuo non scompare con un colpo di spugna statistica.

E poi c’è il perimetro della popolazione: la coorte era composta in larghissima maggioranza da persone di origine europea. Anche punteggi genetici più ampi, costruiti per rappresentare il metabolismo della caffeina, non hanno confermato una modificazione sistematica dell’associazione. Il risultato, quindi, non autorizza test genetici, prescrizioni su misura né allegri aumenti del consumo; indica piuttosto una pista da controllare in altre popolazioni e, possibilmente, misurando davvero la caffeina assorbita. Gli autori dichiarano di non avere conflitti d’interesse.

La tazzina può tornare sul piattino, ma non è più tanto semplice come appariva: stessa bevanda, tempi biologici differenti, associazioni che cambiano e molte domande ancora aperte. Per ora la lezione più solida non riguarda quante volte ordinare al banco. Riguarda la prudenza con cui dobbiamo leggere ciò che accade dopo il primo sorso.

Wang J, Wang H, Wan K, et al. “Coffee and Parkinson’s disease: associations by CYP1A2 genotype and sex in UK Biobank”. npj Parkinson’s Disease, 31 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41531-026-01519-0.

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