Nella sepsi il rene può cominciare a soffrire quando i comuni esami di laboratorio non hanno ancora restituito un quadro completo. La creatinina, parametro utilizzato quotidianamente per riconoscere la perdita della funzione renale, tende infatti ad aumentare quando il danno è già in corso ed è influenzata da età, massa muscolare, idratazione e condizioni emodinamiche.
Una nuova possibile “spia” arriva dalla trombomodulina, una proteina legata alla salute dell’endotelio, il sottile rivestimento che tappezza la superficie interna dei vasi sanguigni.
Uno studio pubblicato su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology suggerisce che la sua concentrazione nel sangue possa aiutare a individuare, tra i pazienti con sepsi provocata da infezioni batteriche, quelli che stanno sviluppando un danno renale acuto associato alla sepsi (SA-AKI).
Quando la sepsi danneggia i reni
La sepsi è una disfunzione potenzialmente letale degli organi causata da una risposta alterata dell’organismo a un’infezione. Non è quindi la semplice presenza di batteri nel sangue: è una reazione sistemica capace di compromettere circolazione, coagulazione, polmoni, cervello, cuore e reni.
Il danno renale acuto è una delle complicanze più frequenti e pericolose. Non dipende soltanto dalla riduzione del flusso sanguigno verso il rene. Entrano in gioco infiammazione, alterazioni del microcircolo, formazione di microtrombi, sofferenza delle cellule tubulari e perdita dell’integrità dell’endotelio.
È proprio quest’ultimo meccanismo a rendere interessante la trombomodulina.
In condizioni normali questa glicoproteina è espressa soprattutto dalle cellule endoteliali e contribuisce a mantenere l’equilibrio tra coagulazione, anticoagulazione e risposta infiammatoria. Quando l’endotelio viene danneggiato, una sua forma solubile può essere rilasciata nel sangue. Un aumento dei livelli circolanti diventa così un possibile segnale della sofferenza vascolare che accompagna le forme più gravi di sepsi.
Lo studio su 81 pazienti in terapia intensiva
I ricercatori della Soochow University, in Cina, hanno analizzato retrospettivamente 81 adulti ricoverati in terapia intensiva per sepsi batterica tra maggio 2023 e maggio 2024.
Il sangue per il dosaggio della trombomodulina è stato raccolto entro 24 ore dalla diagnosi di sepsi. Durante il ricovero: 37 pazienti hanno sviluppato un danno renale acuto associato alla sepsi; 44 non hanno sviluppato questa complicanza.
La concentrazione mediana della trombomodulina era nettamente più alta nel gruppo con danno renale: 20,5 TU/ml contro 11,8 TU/ml nei pazienti senza AKI.
I malati con interessamento renale presentavano inoltre punteggi APACHE II e SOFA più elevati, indice di condizioni complessivamente più severe. Avevano più spesso bisogno di farmaci vasopressori per sostenere la pressione e, in quasi un caso su due, della terapia renale sostitutiva continua, una forma di dialisi utilizzata nei pazienti critici.
Una capacità predittiva promettente
L’analisi statistica ha indicato la trombomodulina come fattore associato in maniera indipendente al danno renale acuto. Per ogni incremento unitario del valore, le probabilità di SA-AKI risultavano aumentate di circa il 15%, dopo la correzione per gli altri parametri inseriti nel modello.
La capacità discriminante complessiva, misurata attraverso l’area sotto la curva ROC, ha raggiunto 0,81. In termini semplici, un valore di 0,5 equivale a una classificazione casuale, mentre valori progressivamente più vicini a 1 indicano prestazioni migliori.
Nel modello dello studio la sensibilità è arrivata al 95%, cioè è stata riconosciuta una quota molto elevata dei pazienti con danno renale. La specificità, però, si è fermata al 57%: un limite che comporta la possibilità di numerosi falsi positivi.
La trombomodulina, almeno sulla base di questi dati, non può dunque essere considerata un test diagnostico autonomo. Potrebbe piuttosto affiancare creatinina, diuresi, cistatina C, parametri infiammatori e valutazione clinica per identificare più rapidamente i pazienti da sorvegliare.
La proteina riflette la gravità della malattia
I livelli di trombomodulina aumentavano parallelamente ai punteggi di gravità APACHE II e SOFA. Erano inoltre associati a urea e cistatina C più elevate, riduzione delle piastrine, allungamento dei tempi della coagulazione e maggiore concentrazione di alcuni mediatori infiammatori, tra cui interleuchina 6 e interleuchina 8.
La relazione non dimostra che la trombomodulina provochi il danno renale. È più probabile che il suo aumento rappresenti la traccia biologica di un processo già in movimento: lesione endoteliale, infiammazione, alterazione della coagulazione e disfunzione del microcircolo.
La proteina sembra quindi raccontare qualcosa che la creatinina, da sola, non può descrivere: non soltanto quanto il rene riesca ancora a filtrare, ma anche lo stato dei vasi e dei meccanismi sistemici coinvolti nella sepsi.
La capacità discriminante è rimasta presente anche nelle analisi sui pazienti trattati con vasopressori e in quelli sottoposti a terapia renale sostitutiva continua. Tuttavia, la suddivisione di un campione già limitato in sottogruppi rende queste osservazioni soprattutto esplorative.
Non è ancora un esame di routine
Lo studio presenta alcuni limiti importanti. È retrospettivo, riguarda un solo ospedale e comprende appena 81 pazienti. Inoltre, non mette direttamente a confronto la trombomodulina con altri biomarcatori emergenti del danno renale, come NGAL urinario e KIM-1.
Sei persone morte già nel primo giorno, prive delle necessarie misurazioni della creatinina, sono state escluse dall’analisi. Anche questo elemento potrebbe avere influenzato la composizione del campione, eliminando alcuni dei pazienti più gravi.
Servono pertanto studi prospettici multicentrici, con popolazioni più numerose, misurazioni ripetute nel tempo e validazione di soglie clinicamente utilizzabili. Sarà anche necessario capire se conoscere precocemente il valore della trombomodulina consenta davvero di modificare le cure e migliorare gli esiti.
Oggi non esiste, infatti, una terapia specifica che possa essere prescritta soltanto perché questa proteina è elevata. Il trattamento della SA-AKI resta basato sul controllo rapido dell’infezione, sull’impiego appropriato degli antibiotici, sulla stabilizzazione della circolazione, sul bilancio dei liquidi, sull’eliminazione dei farmaci potenzialmente tossici per il rene e, quando necessario, sulla dialisi.
Una finestra sul danno vascolare
La novità più interessante non è quindi la disponibilità immediata di un nuovo test, ma il cambio di prospettiva. La sofferenza renale nella sepsi non viene più interpretata soltanto attraverso la creatinina e la quantità di urina prodotta: è parte di una crisi sistemica che coinvolge endotelio, infiammazione e coagulazione.
La trombomodulina potrebbe diventare uno dei segnali capaci di intercettare questa crisi prima che la perdita della funzione renale sia pienamente evidente. È una promessa ancora da validare, non una certezza diagnostica. Ma indica una strada concreta verso una medicina intensiva più precoce e personalizzata.
Lo studio: Hong H. e colleghi, “Thrombomodulin: a potential biomarker for sepsis-associated acute kidney injury resulting from bacterial infections”, Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, 2026;16:1710011. DOI: 10.3389/fcimb.2026.1710011.