di
Francesca Angeleri

L’influencer da due milioni di follower: «Amo Pollock e Kandinskij, dipingo e in futuro vorrei fare solo questo. Mai più foto del mio bimbo online. Il red carpet? Lo lascio ad altre»

Paola Turani, ieri ha calcato nuovamente il red carpet di Venezia. La emoziona sempre? 
«Ricordo ancora la prima volta: avevo 28 anni e mi ci portò Twinset (il brand). Ero spiazzata perché passavo dai fitting al tappeto rosso della Mostra del Cinema. Sono stata tra le prime influencer a essere invitate. Prima di salire pensavo che nessun fotografo mi avrebbe considerata, non mi ritenevo abbastanza famosa. Invece cominciarono a chiamarmi per nome e cognome. Fu incredibile». 

Ha scritto sui social che sarebbe stato l’ultimo: è vero?
«Sì, assolutamente. Dopo dieci anni sento che è giusto. Lascio spazio alle ragazze più giovani e sono contenta così». 



















































Lei su Instagram ha due milioni di follower. Ma sembra che si stia un po’ allontanando dai social. È così?
 «I social sono cambiati e anche tutti noi. L’entusiasmo che avevo 10-15 fa anni è svanito. Questo riguarda me nel profondo ma vedo tanta gente che vuole disconnettersi piuttosto che connettersi. Lo scrissi anche in un post l’anno passato: mi collegherò di meno. Non sarò più presente per forza».

Niente Fomo? (Fear of Missing Out).
«Inutile negare che l’abbia avuta anche io. Specie quando ho fatto lo switch da modella a content creator, poi a influencer. Quando ho iniziato a fare i primi lavori, i primi eventi, il desiderio di esserci sempre di più c’era e c’è stato negli anni, però fortunatamente è venuto un po’ a mancare. Le priorità della mia vita oggi sono altre: mio figlio, la mia famiglia, i cani, la casa. Dopo 13 anni continuo a lavorare bene sui social e mi piace sempre condividere. Ma un po’ meno».

Soprattutto meno vita privata.
«Non cambierei nulla del racconto che ho fatto sui social. Tranne una cosa».

Cosa?
«L’aver condiviso online mio figlio. Lo facevo come tante altre mamme, in modo naturale, ingenuo. Al parco, al ristorante… Ci sta, tutti facciamo degli errori. Ma i pericoli su internet sono tanti, e Enea inizia a essere grande, capisce. Lo riconoscono. Da un anno ho deciso di non pubblicare più il suo viso».

C’è stato un momento in particolare in cui le è scattato l’allarme? 
«Sì, eravamo al parco, io e lui, con delle amiche e altri bimbi. Arriva una ragazza e lo saluta. Poi viene da me e dice: “Ho riconosciuto prima Enea, poi ho cercato te”. Mi sono detta: ok, non va bene. Non sono disposta a fargli fare questa vita». 

Enea è stato molto desiderato, ed è stato quello che si dice «una cicogna difficile». Lei una volta fece un video, lo aspettava già, in cui parlò dell’infertilità della vostra coppia. 
«Quel video è una delle cose di cui vado più orgogliosa. Nel 2013 con Ricky iniziammo a pensare di avere un figlio. Da lì passarono molti anni e una diagnosi che evidenziava un problema. Concepire naturalmente per noi era alquanto improbabile. Abbiamo avuto momenti di grande sofferenza. Decidemmo di intraprendere una Pma e poi è successa una cosa incredibile: proprio nel mese in cui dovevamo iniziare il percorso, io sono rimasta incinta naturalmente».

Quante persone le hanno scritto?

 «Una valanga. Non ero mai stata così esplicita ma in tanti post avevo scritto che non era giusto chiedere, addentrarsi nella vita intima delle persone. Frasi come: “Ma quando lo fate un bambino?” Creano un dolore profondo, un senso di inadeguatezza. Appena avevo la pancia un po’ gonfia tutti subito a dire o scrivere: finalmente sei incinta. Non è stato facile. Dopo 8 anni, finalmente è arrivato Enea». 

Come è la vostra famiglia adesso?
«Riccardo credo abbia cambiato più pannolini di me». Ride

È della vergine, come scrive spesso lei.
«Dove non arrivo io, arriva lui. E viceversa. È preciso, organizzato, a volte brontolone però fa tutto: lavatrici, valigie, treccine dei capelli. Non lo obbligo, agisce in autonomia. Tiene in ordine la mia vita». 

Come vi siete conosciuti? 
«Avevo 18 anni (hanno 14 anni di differenza, ndr). Io ero fidanzata con un suo amico e lui con una mia amica». 

Ahia.
 «Ci eravamo rimasti simpatici ma poi ci siamo persi di vista. Al tempo io viaggiavo molto come modella. Poi, a 23-24 anni sono tornata a Bergamo. E ci siamo rincontrati, da single. Lui, ho scoperto dopo, quella sera disse a un suo amico: “La vedi Paola? Sarà la mia fidanzata”. L’altro gli disse di lasciar perdere che facevo la modella a Milano. Ma lui era convinto». 

Aveva ragione.
«Lanciò la scusa perfetta per rivedermi: mi commissionò un quadro per la sua casa nuova. All’epoca dipingevo molto».

Ancora adesso dipinge tanto. È l’arte il nuovo sogno di Paola Turani? «Continuare a dipingere è il mio desiderio più grande (ha aperto anche il profilo @paolaturani_gallery dedicato ai suoi quadri, ndr). Per ora sono ancora concentrata su altre cose ma vorrei diventasse qualcosa di più serio. Nel futuro mi immagino nella mia casa intenta a dipingere su commissione e a preparare mostre». 

Che tipo di dipinti realizza? 
«Amo i grandi quadri astratti. Mi ispiro a Kandinskij e Pollock. La pittura mi ha fatto capire che era il momento di cambiare un po’ la mia vita, di stare più offline». 

Della famiglia fanno parte anche Nadine e Gnomo, i vostri cagnoni. Furono loro a portarvi gli anelli al matrimonio nel 2019. 
«È uno dei ricordi più belli della mia vita. Nadine e Gnomo sono stati i nostri primi figli. Sono importantissimi». 

Quanto deve ai social? 
«Tutto quello che è successo nella mia vita professionale è nato dai social. All’inizio non ci credevo molto a questa professione, era un divertimento. Avevo 26 anni e lavoravo nella moda ma non vedevo un futuro lungo in quell’ambiente».

Com’era? 
«Molto duro. A 18 anni viaggiavo già per il mondo. Erano i primi anni 2000 e gli standard erano rigidissimi: iper magrezza. Ho attraversato un periodo in cui mangiavo veramente poco».

Poco quanto?
«Colazione e poi due frutti in tutta la giornata. Si saltavano i pasti, era un meccanismo pericoloso. Non si andava neanche in palestra perché non bisognava mettere muscolo».

Cosa provava?
«Soffrivo tantissimo. Ero da sola, la mia famiglia e gli amici erano a Bergamo e non riuscivo a costruire legami. A un certo punto ho capito con lucidità che mi stavo rovinando. E ho avuto la forza di tornare a casa dai miei genitori. E di mollare anche Milano».

È riuscita a uscire dai meccanismi malati?

«Quando mi sono fidanzata con Riccardo e uscivamo a cena ho riscoperto il piacere della tavola. Ho preso una taglia, sono passata a una 40-42. Ho continuato a fare la modella, ma a modo mio». 

Quale?
«Per prima cosa ho lasciato le passerelle. Non entravo più nei campionari. Sono diventata una modella commerciale: cataloghi, foto, tv. Sono ritornata forte: “Se mi volete sono così”. Ed è andata bene».

Il momento in cui ha iniziato ad avere successo davvero?
«2015-2016, avevo già 2-300mila follower. I brand per cui posavo iniziarono a chiedermi quotazioni anche per i miei post su Instagram. Da cinque sono diventati 10 e ho cambiato agenzia, ne ho presa una specializzata sui social».

I soldi erano molti di più? 
«Le cifre non erano comparabili. Ero davvero incredula». 

A cosa deve la sua grinta?

«Sono sempre stata una ragazza con i piedi per terra».

E come tale, è diventata anche un’imprenditrice. 
«Eveir è nato 4 anni fa da una mia passione e da un’esigenza legata ai miei capelli ricci. Dopo anni come testimonial di altri brand, con Riccardo abbiamo messo su qualcosa di nostro. Lui (che nasce come commercialista, ndr), è focalizzato sulla parte business. È un’azienda di famiglia e ne siamo molto orgogliosi».

3 settembre 2026