di
Simona Lorenzetti
La Procura di Torino ricorre contro l’ordinanza con cui la gip ha scarcerato il 42enne commesso del minimarket accusato di violenza sessuale: «L’obbligo di firma non può arginare il pericolo di reiterazione del reato»
Non possiede una residenza ufficiale, ha un documento valido per l’espatrio e nulla che lo trattenga a Torino, la sua famiglia vive in Bangladesh. In pratica, potrebbe scappare e sottrarsi alla giustizia.
Sono solo alcuni degli elementi che la procura di Torino riporta nel ricorso al Riesame contro l’ordinanza della gip che aveva disposto la scarcerazione — con obbligo di firma —, 48 ore dopo il fatto, del 42enne che venerdì scorso (28 agosto) ha molestato una ragazzina di 13 anni all’interno del minimarket in cui lavorava, nel quartiere Madonna di Campagna: dopo averle regalato una bibita, l’ha abbracciata palpeggiandole il seno e commentando «molto buono».
Un provvedimento che ha scatenato l’indignazione della politica: il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha inviato gli ispettori in Tribunale a Torino — gli incaricati hanno giù acquisito i documenti — e la premier Giorgia Meloni è intervenuta sui social: «Ora chi lo spiega alla famiglia?».
L’impugnazione è stata depositata mercoledì 2 settembre dal procuratore aggiunto Dionigi Tibone e dalla sostituta Eleonora Sciorella. Nel documento si chiede che per l’uomo — accusato di violenza sessuale — venga disposta la custodia in carcere e in poche pagine si evidenziano le illogicità che, secondo il pm, traspaiono nell’ordinanza della gip. I pm sottolineano come lo stesso giudice confermi i gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato — le molestie sono documentate dal filmato estrapolato dal sistema di videosorveglianza del negozio — e il rischio di reiterazione del reato «in ragione delle modalità della condotta attuata ai danni di una ragazza di minore età», e «considerando che pochi minuti prima aveva attuato un comportamento del medesimo tenore ai danni di un’altra donna»: sintomi della «difficoltà dell’indagato a contenere i suoi impulsi».
Ed è rileggendo queste righe che la procura contesta come «l’obbligo di firma non sia una misura in grado di arginare il pericolo di recidiva», a maggior ragione se l’uomo non è capace di controllare i propri impulsi. Ma c’è dell’altro. Nel motivare la scarcerazione, la togata valorizza alcuni aspetti favorevoli all’indagato: è «incensurato» e si è mostrato «collaborativo (si è attivato per recuperare le credenziali per visionare le telecamere)». Non solo, parla «dell’effetto deterrente cagionato dal trauma del carcere» in rapporto alla «prima esperienza detentiva» e del «pentimento» dimostrato nel corso dell’interrogatorio di convalida: «Ho sbagliato, sono molto dispiaciuto, non accadrà mai più», ha detto l’uomo.
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Ma per la procura, a meno di 48 ore dalla contestazione del reato di violenza sessuale, parlare di «pentimento» appare prematuro, ma soprattutto nel ricorso si punta sul fatto che il carcere sia l’unica misura «adeguata» a contenere il rischio di recidiva. A fronte anche dell’impossibilità di disporre i domiciliari: l’uomo non ha una residenza e nessuno che possa ospitarlo. Elementi, quest’ultimi, che sono richiamati per ribadire la sussistenza del pericolo di fuga. Infondato per la gip, secondo la quale non basta che l’indagato abbia un documento valido per l’espatrio e «dimori in un appartamento non dallo stesso locato» per dire che il rischio è «concreto».
Di altro avviso la procura, che non condivide la valutazione: dagli accertamenti è emerso che il 42enne ha un permesso di soggiorno che scade nel 2027, vive in un alloggio a Barriera di Milano con una decina di connazionali (non si sa a chi sia intestato il contratto di affitto), ha un documento valido per l’espatrio, ha un reddito (seppur da lavoro irregolare) e non ha alcun legame a Torino (la moglie e i tre figli vivono nel Paese di origine). Cosa può impedirgli di scappare? Nulla, per i magistrati. Che insistono su un pericolo di fuga «concreto» e «attuale».
L’udienza al Riesame non è ancora stata fissata, ma i tempi saranno brevi. Qualora il collegio accogliesse l’appello della procura, la custodia in carcere non sarebbe subito esecutiva. Il 42enne, assistito dall’avvocato Francesca D’Urzo, potrebbe fare ricorso in Cassazione. Nel frattempo, sta rispettando le prescrizioni e si è regolarmente presentato in commissariato a firmare.
E non si placano neanche le polemiche intorno alla vicenda, con strascichi roventi che contrappongono toghe e politica. L’Anm punta il dito direttamente contro il ministro Carlo Nordio, che ha annunciato l’invio di una task force da via Arenula. Per il presidente dell’associazione, Giuseppe Tango, l’iniziativa «non è ortodossa» perché «valutare il merito dei singoli procedimenti» non è compito «degli ispettori del Ministero», e sulla stessa linea si muove l’Anm piemontese. E anche il presidente della Camera penale subalpina Roberto Capra sottolinea che «l’invio degli ispettori appare del tutto privo di giustificazione e rischia di tradursi in una indebita pressione sull’autonomia del potere giudiziario».
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3 settembre 2026 ( modifica il 3 settembre 2026 | 08:13)
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