Un chilo di chip Dram costa oggi quanto 620 grammi d’oro a 24 carati. È il paradosso più eloquente della corsa all’intelligenza artificiale: le fabbriche non stanno dietro agli ordinativi per i data center e il conto arriva dritto sui prezzi di smartphone, pc e server
Perché costa così tanto aggiornare la Ram del computer? Perché un chilogrammo di memoria Dram, in questo momento, vale sul mercato quanto 620 grammi d’oro puro. Non si tratta di un’iperbole giornalistica, ma è un calcolo fatto sui numeri veri, quelli del Korea Trade Statistics Promotion Institute (TRASS), l’ente che monitora le esportazioni della Corea del Sud, patria di due dei tre grandi produttori mondiali di memorie: Samsung e SK hynix.
Tra il 1° e il 20 agosto 2026, il prezzo medio di esportazione della Dram coreana ha toccato i 92.183 dollari al chilogrammo, l’equivalente di circa 127 milioni di won. Un aumento del 401% rispetto a un anno fa. Un aumento di 12,5 volte rispetto al gennaio 2023, cioè al momento in cui ChatGPT, appena uscito dai laboratori di OpenAI, cominciava a insegnare al mondo cosa fosse davvero l’intelligenza artificiale generativa. E l’oro, in questo confronto, non è un termine di paragone casuale. In un 2026 segnato da un dollaro debole e dall’incertezza economica alimentata anche dai rincari energetici legati al conflitto in Iran, il metallo giallo ha ripreso il suo ruolo di bene rifugio per eccellenza, spingendo le quotazioni verso l’alto. Le Dram stanno tenendo il medesimo passo e, anzi, nelle stime di alcuni analisti coreani, potrebbero raggiungere del tutto l’oro nei prossimi mesi.
Il chip che non si vede (ma decide tutto)
Facciamo un passo indietro per parlare brevemente di che cos’è davvero la Dram. È la memoria volatile che ogni dispositivo elettronico usa per lavorare «in tempo reale»: non conserva i dati quando si spegne, come fa un’unità a stato solido (Ssd), ma li tiene a disposizione del processore mentre il sistema è acceso, permettendogli di aprire applicazioni, eseguire calcoli, caricare pagine web. Ce n’è un po’ in ogni smartphone, un po’ di più in ogni laptop, moltissima (moltissima davvero) in ogni server che allena o fa girare un modello di intelligenza artificiale.
Ed è qui che si annida la radice della crisi. I grandi acceleratori AI, le Gpu che Nvidia, AMD e i colossi del cloud installano a decine di migliaia nei loro data center, non si limitano più a usare Dram tradizionale: hanno bisogno di quantità industriali di Hbm, la memoria ad alta banda pensata apposta per tenere il passo dei chip più veloci del pianeta. Ogni wafer di silicio dedicato alla produzione di Hbm è un wafer che non produce più la Dram che finisce nei nostri computer. Samsung, SK hynix e l’americana Micron (che insieme controllano pressoché l’intero mercato mondiale) hanno orientato le linee produttive verso ciò che rende di più, lasciando il mercato consumer a fare i conti con un’offerta che non cresce alla stessa velocità della domanda. Il risultato è una crisi che dura ormai da oltre tre anni e che, a differenza di altre carenze di componenti viste in passato (pensiamo agli anni della pandemia), non ha ancora un orizzonte di uscita chiaro.
SK hynix, interpellata più volte sul tema, ha confermato che le proprie stime interne non parlano di un ritorno alla normalità prima del 2030. Quattro anni, secondo il colosso coreano, prima che l’equilibrio tra domanda e offerta possa riallinearsi (sempre che nel frattempo non arrivi un’altra ondata di investimenti nell’AI a spostare ulteriormente in avanti l’asticella).
Chi paga il conto
Le conseguenze, per chi produce elettronica di consumo, sono già visibili. Apple ha alzato i prezzi di diversi prodotti nel corso dell’anno, e secondo diverse ricostruzioni starebbe facendo pressione sul governo americano perché autorizzi l’acquisto di memorie dal produttore cinese CXMT, entrato di prepotenza sul mercato con una quotazione in Borsa da record e l’ambizione dichiarata di ritagliarsi un ruolo nella crisi globale. È un segnale interessante: quando anche il gigante di Cupertino guarda a un fornitore cinese per tamponare una carenza, significa che la tensione sulla supply chain non è più un problema di nicchia per gli addetti ai lavori, ma una questione geopolitica a tutti gli effetti. Anche i produttori di computer stanno riscrivendo le proprie strategie di approvvigionamento.
MSI, per esempio, ha presentato un notebook da gaming, il Katana 15 HX C14W, che monta ancora memorie DDR4 (lo standard precedente, ormai considerato superato) proprio per contenere i costi di fronte all’impennata dei prezzi delle DDR5, lo standard più recente e performante. E la fascia alta del mercato non è immune.
Diverse analisi di settore stimano che i server equipaggiati con le nuove GPU Rubin di Nvidia, il prossimo grande salto generazionale nel calcolo per l’intelligenza artificiale, potrebbero vedere i propri prezzi lievitare tra il 15 e il 17%, con la memoria che da sola pesa per una fetta consistente di quel rincaro. Non parliamo più, insomma, solo del prezzo di un banco di Ram da comprare su Amazon per potenziare il proprio PC, benì del costo stesso dell’infrastruttura su cui si regge, oggi, l’intera corsa globale all’intelligenza artificiale.
Un termometro dell’economia digitale
C’è un motivo per cui il confronto con l’oro colpisce più di qualsiasi grafico a barre. L’oro, da secoli, è la misura universale del valore in tempi incerti: quando qualcosa vale quanto l’oro, o gli si avvicina, significa che quel qualcosa è diventato scarso, strategico, conteso. La Dram, un materiale che fino a pochi anni fa si considerava una commodity (ovvero un prodotto industriale a basso margine, spesso vittima di cicli di sovrapproduzione) è oggi entrata in una categoria diversa, quella delle risorse critiche, al pari del litio per le batterie o delle terre rare per i motori elettrici. Non a caso, i lavoratori delle fabbriche coreane di SK hynix e Samsung hanno già incassato bonus generosi legati proprio ai risultati straordinari della divisione memorie, e stando ad alcune indiscrezioni anche i dipendenti taiwanesi di Micron starebbero spingendo per ottenere riconoscimenti simili.
Per il consumatore finale, la traduzione pratica di tutto questo è già scritta nei listini: un aggiornamento della Ram che un paio d’anni fa costava una cinquantina di euro oggi può costarne il triplo, quando la si trova. Per chi lavora nel settore tecnologico, il messaggio è più ampio e riguarda il modo stesso in cui pensiamo alla filiera dell’AI: non basta avere l’algoritmo migliore o la Gpu più potente, se manca la memoria per farla lavorare.
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2 settembre 2026 ( modifica il 3 settembre 2026 | 10:22)
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