Vi è mai capitato di sentir parlare per anni e anni di un evento che tutti si aspettavano, e poi vederlo succedere all’improvviso di fronte a voi, tanto velocemente da non rendervene quasi conto?
A me è capitato giusto ieri. A metà mattinata ho letto un tweet di Nicolò Schira che preannunciava il mancato rinnovo del contratto di Piero Ausilio con l’Inter, in scadenza a giugno 2027. Poco dopo è arrivata la conferma di Ivan Zazzaroni, che ha parlato anche di una possibile chiusura anticipata del rapporto, ipotesi ventilata di lì a breve anche da Fabrizio Biasin. A metà pomeriggio Matteo Moretto già scriveva di risoluzione imminente e faceva il nome del sostituto, lo storico vice Dario Baccin. Neanche un’ora dopo sono arrivati i comunicati ufficiali sul sito dell’Inter. That escalated quickly!
Eppure la notizia era già nell’aria, almeno da qualche mese, tanto che alcuni tifosi si erano impegnati nell’esegesi delle interviste estive per cogliere i suoi segnali di malessere. Ma Ausilio era sembrato sul punto di andarsene già un anno fa, per seguire (assieme allo stesso Baccin) Simone Inzaghi in Arabia Saudita. Possiamo però ricordare che si era parlato di un suo possibile addio anche nel periodo in cui Suning affrontò la sua difficile crisi di liquidità post-covid. Anzi, a pensarci bene, si era parlato di Ausilio pronto a lasciare l’Inter pure quando Suning era appena arrivata, nel 2016: dieci anni fa.
Chi lavora dentro al calcio sottolinea sempre che in quel mondo le cose possono cambiare molto velocemente e quindi anche le storie più lunghe sono segnate da questo senso di perenne caducità.
Anche per questo parlare di ventotto anni dentro la stessa squadra di calcio fa veramente impressione. Tanto più se si tratta di qualcuno che in quel club non ha mai fatto il calciatore, ma ci è entrato da segretario del settore giovanile.
C’è però un dato che mi colpisce di più. Per tutti, Ausilio è diventato il direttore sportivo dell’Inter nel gennaio del 2014, quando Thohir decise di licenziare Marco Branca. Nell’immaginario comune dei tifosi dell’Inter, quello fu il momento in cui Ausilio venne promosso dal settore giovanile. Non è andata proprio così. Formalmente, Ausilio era il direttore sportivo dell’Inter già dalla stagione 2004/05, quando nemmeno seguiva direttamente la prima squadra. Inizierà a farlo nel 2009/10, e anche questo non è banale: avete mai pensato al fatto che Ausilio ha vinto una Champions League da DS?
Il fatto è che spesso nella nostra testa un DS non è colui che ricopre una specifica carica nell’organigramma, ma la figura che associamo alla costruzione di una certa squadra. Branca era il direttore tecnico (DT) dell’Inter del triplete, non il DS. Ieri alcuni tifosi dell’Inter si chiedevano se non sarebbe stato meglio prendere Carnevali come DS prima che andasse alla Juventus, ma Carnevali non è letteralmente mai stato un direttore sportivo in tutta la sua carriera (è stato, piuttosto, direttore generale e amministratore delegato).
Si tratta forse solo di banali formalismi, ma in fondo i rapporti di potere nelle società si reggono anche su questi dettagli, da cui dipendono il peso delle decisioni e, infine, il lascito di un dirigente che saluta una squadra dopo quasi tre decenni.
Dal 2014 in poi, quando appunto alla carica di DS si è aggiunta la piena responsabilità dell’area tecnica, Ausilio ha spesso condiviso la scena con altri grandi e ingombranti dirigenti, e solo per brevi fasi si è parlato di un’Inter davvero sua.
Certo, nessuno nega che ci sia la firma di Piero Ausilio sul ciclo più recente di vittorie dell’Inter (il terzo più vincente della storia del club). È che, nonostante i suoi meriti, non sembra semplice ricostruire un suo profilo come direttore sportivo e ricondurlo a una specifica filosofia. Forse è proprio questo che rende la sua figura interessante, e per certi versi anche significativa.
UN TRASFORMISTA
Da quando è diventato protagonista delle vicende dell’Inter, Ausilio ha attraversato momenti molto diversi della storia del suo club e più in generale dello stesso calcio italiano. Possiamo leggerli come fasi differenti in cui il mutare dei contesti e dei problemi richiedeva, di volta in volta, nuove interpretazioni e soluzioni a chi ricopriva quel ruolo.
Dentro a questi scenari così fluidi, Ausilio è riuscito a essere tanti direttori sportivi diversi che si sono succeduti tramandandosi lo stesso nome.
A metà degli anni ’10, Ausilio si costruisce rapidamente la fama di dirigente finanziariamente creativo, bravo anzitutto a trovare tutti gli incastri per fare calciomercato nonostante risorse di bilancio limitate. Il contesto è quello del vecchio financial fair play della Uefa, che l’Inter vive come una specie di labirinto con muri che sembrano stringersi a ogni passo. Ausilio acquista calciatori ricorrendo sistematicamente a formule arzigogolate: sfrutta così spesso i prestiti con obbligo di riscatto che secondo alcuni è proprio lui a spingere le istituzioni a cambiare le regole sulla contabilizzazione di queste operazioni.
Sono gli anni della presidenza Thohir: mentre l’Inter deve vivere di pane e acqua a causa dell’austerity, Ausilio mostra un’idea di calcio abbastanza rigida. Le sue prime Inter sono squadre classiche, se non addirittura retrograde, costruite attorno a uomini con un’interpretazione monodimensionale del ruolo, specializzati in poche cose. Ausilio vuole punte che pensano anzitutto a segnare (Icardi è il centro del progetto), prende difensori forti in marcatura e limitati in costruzione (Murillo, Miranda), tratta una quantità industriale di incontristi puri a centrocampo (non fatemi fare la lista vi prego).
Il culmine di questa fase è l’Inter ultrapragmatica voluta da Mancini, che nell’estate del 2015 convince Ausilio a rinunciare praticamente a tutti i giocatori creativi rimasti in rosa. La dolorosissima cessione del suo pupillo Kovacic è il primo momento in cui si capisce che Ausilio non lavora per inseguire un suo ideale calcistico, ma per provare a mediare tra le esigenze economiche della società e le fisse tattiche dell’allenatore.
L’arrivo di Suning, nel maggio 2016, chiude idealmente questa fase e apre uno strano interregno di caos societario. Quell’estate la proprietà cinese vuole un mercato rumoroso e si affida al potente agente Kia Joorabchian (già collaboratore nel progetto Jiangsu). Qui Ausilio inizia a esercitarsi nell’arte del coesistere con una figura ingombrante: accompagna Kia mentre il procuratore orchestra gli acquisti di Joao Mario e Gabigol, poi ne aspetta il rapido eclissamento.
All’inizio dell’estate del 2017, Ausilio si ritrova di nuovo a dover mettere pezze a buchi di bilancio fatti da altri. È il periodo in cui si specializza nel vendere calciatori della Primavera a cifre che forse non si erano mai viste per ragazzi senza esperienza tra i professionisti. Nel frattempo, però, deve di nuovo condividere il suo lavoro con un consulente della proprietà ancora più ingombrante, Walter Sabatini.
Sabatini non è nell’organigramma dell’Inter, ma è lui a chiamare Spalletti, a parlare della volontà di «creare una cultura interna al club» e a illustrare pubblicamente le strategie di mercato dell’Inter. Sabatini nega di essere lui a prendere le decisioni, dice di limitarsi a ispirarle. È una posizione ambigua, che l’ex Ds della Roma sopporterà per pochi mesi («Io volevo fare il mio calcio e qui non potevo farlo», dirà dopo l’addio), ma in cui Ausilio sembra trasformarsi ancora, forse davvero ispirato dal diverso contesto attorno a lui.
Il gioco dell’Inter si modernizza e iniziano ad arrivare calciatori dai profili un po’ più multiformi. Arriva per esempio Skriniar, un difensore promettente e completo, un profilo talmente inedito per Ausilio che per diverso tempo sarà considerato un’idea di Sabatini (che però ha sempre detto di averlo soltanto avallato).
Mentre Sabatini saluta, Ausilio vola in Sudamerica e intercetta Lautaro Martinez, che stava per firmare con l’Atletico Madrid. È forse il momento più significativo di tutta la sua carriera da dirigente, non solo per quello che poi diventerà Lautaro per la storia dell’Inter, ma anche per la tipologia di calciatore che già incarna in quel momento. Un centravanti di ultima generazione, che unisce l’abnegazione di uno stopper e la visione di gioco di un regista.
È il 2018 e Ausilio sta lentamente entrando in un’altra fase della sua vita da direttore sportivo. Attorno a lui il quadro societario si fa sempre più chiaro. In autunno Steven Zhang diventa presidente dell’Inter e chiama Beppe Marotta come amministratore delegato, il dirigente più quotato d’Italia dopo un decennio irripetibile nella Juventus di Andrea Agnelli.
Marotta inizia a imporre il suo classico decalogo (dalla quota di calciatori italiani all’uso sistematico dei parametri zero) e Ausilio si adegua, ancora una volta. Finalmente Suning sembra trovare il modo di utilizzare le sue risorse e lancia un mercato da 200 milioni, ma è Antonio Conte (voluto a tutti i costi da Marotta) a dettare con forza la linea, arrivando a minacciare le dimissioni pur di avere Lukaku.
La volta in cui Ausilio si allontana dai desiderata del suo allenatore, le cose non vanno molto bene: l’occasione di prendere Eriksen a prezzo di saldo pare irripetibile, ma finisce per creare un’incomprensione tecnico-tattica lunga mesi. Forse è anche per questo che in pieno covid va ad acquistare Hakimi, un calciatore che sembra costruito in laboratorio apposta per il 3-5-2.
Questa volontà di aderire pedissequamente all’idea di calcio del proprio allenatore continuerà nel post-covid, anche di fronte alle nuove difficoltà finanziarie che travolgono Suning e la stessa Inter. Ausilio si ritrova quindi ad accompagnare la transizione tra il calcio meccanico e codificato di Conte e quello molto più liquido di Simone Inzaghi, mentre la proprietà impone uno storico attivo di mercato per compensare un passivo di bilancio altrettanto epocale.
Così vende Lukaku e Hakimi a peso d’oro e ascolta il suo allenatore nel bene (Calhanoglu a parametro zero, che poi diventerà il regista della squadra) e nel male (la disastrosa operazione Correa). Per risparmiare sui cartellini Ausilio va a cercare diversi ultratrentenni, cercando di spremerne gli ultimi anni ad alto livello.
Sono anni in cui ad Ausilio pare girare quasi tutto bene: si ritrova Dimarco in casa quasi per caso, e questo nel giro di qualche stagione diventa uno dei calciatori più influenti della squadra. L’Inter è ormai abbastanza solida da assorbire, in qualche modo, anche errori clamorosi, come la gestione del caso Skriniar – perso a zero dopo aver creduto alle promesse di rinnovo del calciatore.
Certe linee guida di Marotta non sempre funzionano (Frattesi – italiano, strappato alla concorrenza – resta per anni totalmente avulso dal progetto tecnico-tattico), ma i parametri zero sono sempre più fondamentali. È così che Ausilio concretizza una sua intuizione di due anni prima, riuscendo finalmente a prendere Marcus Thuram per trasformarlo da ala a centravanti.
Anche con il subentro di Oaktree, Ausilio continua a fare da raccordo tra istanze diverse. Ci sono nuove direttive (abbassare l’età media, investire più sui cartellini e meno sugli ingaggi), c’è un nuovo allenatore, Chivu, che vuole qualche riferimento di gioco in più, e poi c’è sempre Marotta con le sue linee guida immutabili.
Ma il mercato sembra diventare ancora più farraginoso di prima. Alle voci in capitolo si aggiunge quella di Max Catanese, l’eminenza grigia del fondo americano che spinge per un approccio più analitico al calciomercato. Agli occhi di molti interisti, Ausilio diventa il difensore di un’idea di DS più tradizionale, meno algoritmica e più umana, ma le trattative estenuanti finite nel nulla si moltiplicano, tanto che alcuni tifosi arrivano a pensare che siano fatte per finta.
Ausilio continua a rispettare fino in fondo l’idea di gioco della sua squadra (quando gli chiedono se arriverà un trequartista, risponde nettissimo che «il trequartista nel 3-5-2 non esiste»), ma alla fine si torna a discutere su quanto ci sia davvero di suo nella direzione tecnica dell’Inter.
COME OLIO TRA GLI INGRANAGGI
Quando parliamo di direttori sportivi, probabilmente tendiamo a concentrarci sull’aspetto decisionale, giudicandoli in base al successo delle loro operazioni, invece di interpretare il senso del loro lavoro nel contesto di un progetto complesso.
Avrei potuto citare una a una le decine di operazioni totalmente toppate da Ausilio, magari soppesarle assieme a quelle che si sono rivelate felici, ma è davvero questo che definisce la carriera di un direttore sportivo?
Ausilio stesso va particolarmente fiero dei suoi migliori acquisti, come quelli di Lautaro e Thuram, non tanto per aver visto giusto sul loro potenziale, quanto per essere riuscito a convincerli a sposare un certo progetto sportivo. Ma non è soltanto questo.
Fabio Paratici ha recentemente detto che il calciomercato è solo «il 20-30% del lavoro del direttore sportivo». Il resto è soprattutto gestione dei rapporti tra le figure che lavorano nell’area sportiva, soprattutto quando bisogna far fronte ai momenti negativi ed emergono gli attriti tra queste parti.
Il caso di Ausilio, che ha attraversato quattro proprietà con approcci totalmente diversi al calcio, assumendo forme sempre nuove, ci mostra come le competenze richieste a un direttore sportivo possano essere molto diverse da quelle che immaginiamo.
Parliamo pur sempre di un direttore, una parola che presuppone un insieme più ampio di persone. C’è uno stereotipo diffuso che ci porta a ridurre tali organismi complessi alle loro figure apicali, mediaticamente più in vista.
La carriera di Ausilio è significativa perché per tantissimi anni è rimasto un punto fermo, mentre attorno a lui tutto cambiava gradualmente. Non credo esista nella storia un’altra combinazione di longevità e mutamento dei contesti: Galliani, per esempio, è stato dirigente per più tempo, ma dentro una società che viveva una lunga fase di stabilità.
Il percorso di Ausilio, invece, ci mostra chiaramente come uno stesso individuo possa lavorare in modi molto diversi dentro a un’organizzazione, a seconda delle risorse di cui dispone e dei diversi input cui deve rispondere. Ma ci mostra anche come il suo lavoro possa essere influenzato dalle persone che lavorano per lui: non parlo solo degli allenatori, ma anche di figure decisamente più in ombra, come gli osservatori. Quest’ultima influenza è praticamente impossibile da ricostruire nel dettaglio dall’esterno, e mi chiedo spesso se chi sta dietro le quinte riesca a riconoscere in filigrana, nell’evoluzione delle squadre, anche la firma di queste persone.
Certo, molti DS danno l’idea di avere una personalità calcistica più marcata di Ausilio. La difficoltà che incontrano nel replicare certi progetti in contesti diversi, però, mi fa sempre pensare che questo carattere non sia qualcosa che un singolo dirigente può imprimere a un’intera organizzazione (mi vengono in mente le esperienze fallimentari di Giuntoli alla Juventus o di Monchi alla Roma).
Alcuni giornalisti scrivono che Ausilio ha lasciato l’Inter perché aveva vedute diverse rispetto a quelle della proprietà, perché voleva più potere decisionale, perché quest’estate non ha potuto fare il suo mercato. Ma possiamo davvero parlare di un suo mercato, di sue vedute? Sappiamo che questo divorzio si è consumato molto rapidamente quando si è trattato di ridiscutere il suo contratto: la proprietà ha proposto il rinnovo di un anno, mentre Ausilio voleva un impegno più lungo. Si dice che si aspettasse di essere promosso a direttore tecnico, che volesse un riconoscimento economico importante (magari direttamente in azioni dell’Inter, come successo a Marotta un anno fa).
In ogni caso, mi sembra proprio che Ausilio, più che voler fare diversamente il proprio lavoro, volesse sentirsi valorizzato per il lavoro che aveva sempre fatto.