di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Negli Usa i compensi dei ceo toccano nuovi record, spinti dai maxi-premi azionari. L’Europa rincorre Wall Street, mentre in Italia le cifre restano molto più basse
Ottocentottanta milioni di dollari in quindici anni. Sono i compensi ricevuti da Tim Cook durante la sua lunga stagione alla guida di Apple, cominciata nell’agosto 2011 e terminata il primo settembre con il passaggio del testimone a John Ternus. Nel solo 2025 Apple ha dichiarato per Cook 74,3 milioni di dollari: 3 milioni di stipendio, 57,5 milioni in premi azionari, 12 milioni di incentivi cash e 1,8 milioni di altre voci. E il passaggio alla presidenza esecutiva non lo farà certo uscire dalla fascia dei superpagati: avrà 2 milioni di salario e un premio azionario con un valore obiettivo di 45 milioni per il 2027. Il nuovo ceo Ternus partirà da 3 milioni di stipendio e da un premio azionario target di 55 milioni.
Cifre enormi, che però nell’America delle grandi corporation non rappresentano più un’eccezione. Secondo lo studio Equilar-Associated Press su 337 amministratori delegati dell’S&P 500, nel 2025 il compenso mediano dei ceo è salito a 17,7 milioni di dollari, il 5,9% in più in un anno. La retribuzione del dipendente mediano è aumentata invece del 4,7%, a 89.744 dollari. Il rapporto fra i due è così passato da 189 a 200 volte.
Ma è guardando ai cento pacchetti più ricchi che la scala cambia davvero. L’indagine Equilar realizzata con il New York Times calcola per il 2025 una remunerazione mediana di 39,4 milioni, +35,8% in un anno e record nei 19 anni dello studio. Non sono gli stipendi a correre: il salario base mediano è rimasto fermo a 1,3 milioni e la componente cash complessiva è cresciuta appena del 3,6%, a 6,1 milioni. I premi azionari sono invece balzati del 44,6%, a 28,4 milioni, e ormai rappresentano oltre il 70% delle remunerazioni di questa élite.
Quando cento milioni non bastano più
La graduatoria aiuta a capire le proporzioni. Dietro a Elon Musk ci sono Dylan Field, ceo di Figma, con un pacchetto da 864,4 milioni; Shankh Mitra di Welltower con 821,1 milioni; Kasra Nejatian di Opendoor con 741,1 milioni; Robert Scaringe di Rivian con 402,6 milioni; Niraj Shah di Wayfair con 280,8 milioni e Hock Tan di Broadcom con 205,3 milioni. Nove dei primi dieci superano i cento milioni di dollari.
Musk, naturalmente, fa categoria a sé. Equilar attribuisce al ceo di Tesla un compenso 2025 di 132,3 miliardi di dollari, ma è un numero che va maneggiato con cura: non sono 132 miliardi finiti sul suo conto corrente. È la valutazione, secondo la metodologia Equilar, del gigantesco premio azionario di lungo periodo assegnatogli nel 2025. Tesla, usando i criteri contabili indicati nel proprio proxy, aveva stimato per lo stesso piano un fair value preliminare di 87,75 miliardi: due misure differenti dello stesso meccanismo, dunque non direttamente confrontabili.

Il piano comprende 423,7 milioni di azioni, divise in dodici tranche. Per sbloccarle Musk dovrà raggiungere insieme obiettivi industriali e valori di Borsa sempre più alti: si parte da una Tesla da 2.000 miliardi di dollari e l’ultima tranche richiede una capitalizzazione di 8.500 miliardi entro il 2035, oltre al raggiungimento di tutti i dodici traguardi operativi previsti. È questo il senso dei famosi pacchetti “da centinaia di miliardi”: rappresentano soprattutto una gigantesca scommessa sul valore futuro dell’impresa.
Pichai: 2 milioni di stipendio, fino a 692 di premio
Il caso Sundar Pichai racconta forse ancora meglio il nuovo modello. Il ceo di Alphabet continua ad avere uno stipendio annuo di 2 milioni di dollari, invariato dal 2020, e non percepisce un bonus annuale. Ma il nuovo piano triennale assegnato nel marzo 2026 può arrivare fino a 692 milioni di dollari. Comprende 84 milioni di azioni legate alla permanenza in azienda, premi sulle performance di Alphabet che possono raggiungere 252 milioni e fino a 350 milioni collegati alla crescita di Waymo e Wing, le controllate impegnate rispettivamente nei robotaxi e nelle consegne con i droni.
È qui la prima spiegazione della corsa. Lo stipendio tradizionale conta sempre meno; contano azioni, restricted stock unit e performance share, pensate per trasformare il manager anche in azionista e legare la sua ricchezza a quella di chi ha investito nell’azienda. Nel 2025, per esempio, Pichai figura nei documenti di Alphabet con un compenso totale di appena — si fa per dire — 10,9 milioni: il maxi-piano arriva nel 2026 e si svilupperà nei tre anni successivi. Una classifica annuale, da sola, può quindi raccontare solo una parte della storia.
C’è poi la dimensione delle aziende. Sul tema il professore della London Business School Alex Edmans, scrivendo sull’Economist, ha osservato che dal 1992 il compenso medio dei ceo dell’S&P 500 è quasi quintuplicato, ma nello stesso tempo la società mediana dell’indice è passata da circa 3 a 40 miliardi di dollari di valore. Una decisione che aumenta dell’1% il valore dell’impresa produceva allora 30 milioni; oggi, su quelle dimensioni, ne produce 400. Il punto, sostiene Edmans, non è semplicemente chiedersi se il ceo guadagni troppo, ma se quel compenso sia davvero meritato e costruito per premiare la creazione di valore di lungo periodo.
L’Europa rincorre Wall Street, in Italia Messina davanti a Orcel
Il divario con gli Stati Uniti resta enorme, ma qualcosa si muove anche in Europa. Un’analisi Deloitte mostra che nel 2025 il compenso medio dei ceo delle maggiori società del FTSE 100 esaminate è aumentato del 18%, arrivando a 5,89 milioni di sterline, contro 3,59 milioni nel 2021. Il motivo dichiarato da molte società britanniche è semplice: se Londra paga molto meno di Wall Street, diventa più difficile trattenere i manager migliori.
Anche in Italia i compensi dei vertici sono saliti, ma la scala resta molto lontana da quella americana. Secondo lo studio 2026 di Cutillo & Partners per l’Osservatorio Executive Compensation e Corporate Governance della Luiss Business School, che mette a confronto 34 società del FTSE MIB con una metodologia omogenea, nel 2025 il ceo più pagato è stato Carlo Messina di Intesa Sanpaolo, con 12,62 milioni di euro. Seguono Andrea Orcel di UniCredit con 11,47 milioni e Philippe Donnet di Generali con 10,12 milioni. Poi Claudio Descalzi di Eni, attorno agli 8,3 milioni, e Flavio Cattaneo di Enel, poco sotto gli 8 milioni.
Le singole società possono riportare cifre diverse perché bonus e azioni vengono valorizzati secondo criteri differenti. UniCredit, per esempio, indica per Orcel un «2025 Actual» di 16,4 milioni, mentre Enel calcola per Cattaneo una «remunerazione totale maturata» di 10,216 milioni. Sono numeri corretti, ma non direttamente confrontabili con una classifica costruita su una metodologia uniforme.
Il confronto internazionale resta comunque impressionante. I 12,6 milioni di Messina, primo in Italia, sono poco più di un ottavo dei 99,7 milioni di dollari di Nikesh Arora, decimo nella top ten americana Equilar-NYT. E siamo ancora infinitamente lontani dai maxi-pacchetti da centinaia di milioni di Field, Mitra o Scaringe, per non parlare del caso fuori scala di Musk.
E gli azionisti protestano meno
La cosa forse più sorprendente è che, mentre i compensi crescono, le rivolte degli azionisti diminuiscono. Secondo l’ultima ricognizione di Georgeson Advisory, negli Stati Uniti il sostegno medio ai voti «Say on Pay» nell’S&P 500 è salito nel 2026 al 90,4%, dal 89,7%. Le bocciature sono state appena l’1,4%. In Europa le relazioni sulle remunerazioni contestate da almeno il 10% degli azionisti sono scese al 25,2%, minimo almeno dal 2018; in Giappone le proposte contestate nel Nikkei 225 sono passate dal 12,4 all’8,7%.
Questo non significa che gli investitori abbiano firmato un assegno in bianco. In Europa la contestazione si sta piuttosto spostando dal compenso già pagato alle regole che determineranno quello futuro: nel 2026 il 36,5% delle politiche di remunerazione ha raccolto oltre il 10% di voti contrari.
E proprio in questi giorni Arm offre una prova dei limiti della pazienza. La società ha proposto per il ceo Rene Haas un piano straordinario da 425 mila performance share unit, che potrebbe valere fino a circa 800 milioni di dollari se Arm raggiungesse una capitalizzazione di 2.000 miliardi entro marzo 2031. ISS e Glass Lewis hanno invitato gli azionisti a votare contro; l’assemblea è fissata per il 9 settembre.
Il divario con chi lavora
Rimane infine il rovescio della medaglia. Fra i cento ceo più pagati dell’indagine Equilar-New York Times, il rapporto mediano fra compenso dell’amministratore delegato e retribuzione del dipendente mediano è passato in un anno da 348 a 475 volte. E nelle cento società dell’S&P 500 con i salari mediani più bassi, l’Institute for Policy Studies calcola che fra il 2019 e il 2025 il compenso medio dei ceo sia cresciuto del 41,4%, contro il 20,7% per il dipendente mediano, mentre l’inflazione americana è stata del 25,9%.
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3 settembre 2026 ( modifica il 3 settembre 2026 | 14:08)
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