Il tennista francese, noto per la particolarità di non voler mai conoscere il nome del suo avversario, non si perde mezzo torneo. E vive in moto perpetuo


Lorenzo Topello

Collaboratore

3 settembre – 14:12 – MILANO

Robert Pirsig, autore de “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” raccontò una volta che il suo romanzo era stato respinto da 121 editori prima di diventare finalmente oggetto di pubblicazione. Una storia di tentativi a destra e a sinistra per una lettura che più “on the road” non si poteva. Diventò un cult grazie anche alle riflessioni sulla profondità del viaggio, più che del soggiorno: “Sono felice di essere qui, ma anche un po’ triste allo stesso tempo. Perché a volte è meglio viaggiare che arrivare”. Chissà che Adrian Mannarino, 38 anni compiuti durante Wimbledon, non abbia chiesto una traduzione in francese per buttargli un occhio fra un volo e l’altro. Perché il 2026 lo sta incoronando come il tennista che per distacco ha macinato più chilometri: 73mila in otto mesi. Circa 300 al giorno in media. Un moto perpetuo. 

28 TORNEI —  

Adrian Mannarino ha tirato un passante alla vecchiaia da anni, confessando il suo più divertente segreto: “Per rimanere tonico alla mia età uso la tequila. Mi aiuta a non pensare”. Lo raccontò durante l’Australian Open di un paio d’anni fa, guadagnandosi una logica standing ovation. Dalla Francia col gps puntato sostanzialmente ovunque: nel 2026 ha giocato 28 tornei in ogni angolo del globo. A cominciare dall’Open di Melbourne (fuori al debutto) chiudendo con lo Slam di New York, quello che lo ha visto uscite contro la scheggia impazzita Sascha Bublik al secondo turno. Ma con la soddisfazione di aver portato a casa una clamorosa rimonta all’esordio: era sotto di due set contro Tirante, ha rimontato e chiuso fra gli applausi. 

VIAGGIO —  

Chi cerca Mannarino lo trova seguendo ogni settimana il calendario dei grandi appuntamenti tennistici. A febbraio via alla stagione del veloce indoor in Francia: Adrian gioca in casa e decide di hackerare il torneo di Montpellier, regalandosi un acuto dietro l’altro per raggiungere una finale che, a livello Atp, gli mancava da tre anni. Perde contro Auger-Aliassime, ma guadagna punti e fiducia tornando al numero 43 del ranking a inizio primavera. E poi? Non trascura neanche i Challenger: si iscrive a marzo nel torneo di Phoenix, da sempre molto vicino ai livelli Atp, salutando però la compagnia ai quarti di finale. L’aperitivo ideale (a proposito di tequila…) per il Masters 1000 di Miami, dove esce con Paul dopo avergli strappato un set. Se potesse, Mannarino salterebbe tutta la stagione sul rosso, un po’ come Medvedev, perché la terra non è proprio la sua migliore amica. Ma il viaggio chiama, e allora giù con lo swing rosso europeo dove raccoglie zero vittorie in due mesi: Bucarest, Montecarlo, Barcellona, Madrid, il Challenger di Cagliari, Roma, Ginevra e la debacle del Roland Garros, nel derby contro Humbert. 

SEMIFINALE SU ERBA —  

Crisi? Macché, Mannarino agli alti e bassi è abituato. E poi, nel bene e nel male, è coerente con la filosofia di una vita intera nel tour: dal 2004, anno del debutto, fino ad oggi, non ha mai voluto sapere il nome del suo prossimo avversario: “Di solito lo vengo a sapere un’ora prima del match e mi va bene così”. Lasciando anche di stucco i suoi interlocutori, a volte: un tassista a Melbourne lo accompagna allo stadio e gli fa l’in bocca al lupo per la sfida contro Munar, lui cade dalle nuvole e risponde: “Ah, gioco con lui? Grazie dell’informazione”. Tutto è relativo, avversario e superficie. Però ecco, se si giocasse più spesso sull’erba sarebbe meglio: a giugno Adrian prenota lo swing europeo sui prati e raggiunge una bella semifinale a s’Hertogenbosch, cadendo solo contro De Minaur che lo batte anche a Wimbledon. E poi si cambia un’altra volta continente: tutti negli States, dove le vacanze durano una sola settimana perché poi a luglio il transalpino macina tornei fra Washington, Montreal, Cincinnati e Winston-Salem. Il contachilometri sfonda quota 70mila in neanche un anno. Che aumentano ancora un po’ dopo la spedizione dello Us Open. 

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TESTA DI SERIE —  

Nel circuito non lo vuole affrontare nessuno perché come diceva Gasquet “dopo un’ora contro di lui, non sai più come giocare”. Nessun fondamentale evidenziato in grassetto: non c’è l’altezza di Opelka, non c’è il servizio di Perricard, non c’è il dritto di Alcaraz. C’è che Adrian raccoglie punti tutte le settimane e di riffa o di raffa fra le teste di serie finisce sempre. Lo chiamavano il maratoneta silenzioso, ma dopo l’Odissea di quest’anno ha fatto più rumore di tutti. Che poi a Mannarino va benissimo così: metti una sfida Slam di cinque ore, una cena per reintegrare le calorie perse e un sorso di tequila che va bene nelle vittorie e nelle sconfitte. E poi il viaggio lo fa in aereo, mica con la motocicletta di Pirsig.