di
Monica Ricci Sargentini

Giornalista, fondatrice di «Ms.», militante per l’aborto e i diritti delle donne, aveva 92 anni. Trasformò le esperienze private femminili in questioni politiche e continuò a battersi fino alla fine

La rivoluzione di Gloria Steinem cominciò ascoltando le donne. Era il 1969 e in una chiesa del Greenwich Village un gruppo di femministe aveva organizzato uno «speak-out» sull’aborto. Una dopo l’altra, le donne raccontavano pubblicamente ciò che fino ad allora era stato confinato nella vergogna e nel segreto: gravidanze indesiderate, aborti clandestini, paura. Steinem, che l’anno prima aveva contribuito a fondare il New York Magazine, era lì per scriverne. Aveva abortito anche lei, a 22 anni, illegalmente, a Londra, senza quasi averlo mai raccontato. Anni dopo avrebbe definito quella sera l’inizio del suo attivismo femminista.

Steinem è morta mercoledì nella sua casa di New York, a 92 anni. Giornalista, fondatrice di «Ms.» e volto più riconoscibile della seconda ondata femminista americana, per oltre mezzo secolo ha portato al centro della politica ciò che fino ad allora era stato considerato affare privato delle donne: l’aborto e la contraccezione, la violenza, il lavoro domestico, le discriminazioni, la disparità salariale.



















































Era nata a Toledo, in Ohio, nel 1934. Dopo la laurea allo Smith College e un periodo in India, tornò negli Stati Uniti e cercò di farsi strada in un giornalismo che alle donne riservava soprattutto moda e costume. Nel 1963 si infiltrò come «Bunny» in un Playboy Club di New York: il suo reportage raccontò le condizioni di lavoro delle ragazze dietro la patina di emancipazione sessuale costruita da Hugh Hefner.

Ma fu alla fine degli anni Sessanta che il femminismo cambiò anche il suo modo di guardare il mondo. In Autostima Steinem raccontò di quando al Plaza Hotel di New York le fu impedito di aspettare nella hall perché era una «signora non accompagnata». La prima volta se ne andò umiliata. Qualche settimana dopo, entrata in contatto con il movimento delle donne, allo stesso divieto reagì apertamente. 

Da allora percorse l’America parlando nelle università, nelle associazioni, nelle piazze. Spesso lo fece accanto a Dorothy Pitman Hughes, femminista nera e organizzatrice comunitaria: la fotografia delle due donne con il pugno alzato sarebbe diventata una delle immagini simbolo del movimento. 

Nel 1971 Steinem fu tra le fondatrici del National Women’s Political Caucus insieme a Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan. Nello stesso periodo nacque «Ms.», la rivista che avrebbe dato al femminismo americano una voce nazionale. Si parlava di violenza domestica, molestie, lavoro e politica. Nel primo numero comparve anche la dichiarazione «We Have Had Abortions», firmata da donne che ammettevano pubblicamente di avere abortito quando in gran parte degli Stati Uniti era ancora illegale.

Steinem aveva anche il talento dell’ironia. Nel celebre saggio «If Men Could Menstruate» immaginò che se fossero gli uomini ad avere le mestruazioni: sarebbero diventate, scriveva, motivo di orgoglio e perfino prova di virilità. Il problema è chiaro: non è il corpo femminile a valere meno, è una società costruita sul potere maschile a stabilirlo.

Continuò a battersi per il diritto all’aborto, contro la violenza sulle donne e per la loro rappresentanza politica fino agli ultimi anni. Quando nel 2022 la Corte Suprema cancellò la protezione federale garantita da Roe v. Wade, tornò al punto da cui era partita: senza controllo sul proprio corpo, sosteneva, per le donne non può esserci piena cittadinanza. La sua fondazione ha ricordato soprattutto una sua qualità: la capacità di ascoltare e di far sentire gli altri ascoltati. Forse è anche questa la chiave della sua eredità. Steinem capì presto che l’esperienza individuale delle donne, quando viene raccontata e condivisa, smette di essere un fatto privato. Diventa politica. E che, come insegna il femminismo, bisogna sempre partire da sé.

3 settembre 2026 ( modifica il 3 settembre 2026 | 14:14)