Lo stress cronico può danneggiare le cellule staminali neurali dell’ippocampo, la regione cerebrale coinvolta nella memoria e nella regolazione delle emozioni. Gli antidepressivi sembrano contrastare almeno in parte questo processo, favorendo la sopravvivenza e la formazione di nuove cellule nervose. Anche l’erba di San Giovanni, o iperico, può essere efficace nelle forme depressive lievi o moderate, ma non è un rimedio innocuo e non deve essere associata autonomamente ai farmaci.
La depressione non è soltanto un’alterazione temporanea della serotonina. Le ricerche degli ultimi anni descrivono una malattia più complessa, nella quale entrano in gioco stress persistente, infiammazione, ormoni come il cortisolo, plasticità delle sinapsi e capacità del cervello di rigenerare almeno una parte delle proprie cellule.
Uno dei luoghi più studiati è l’ippocampo, struttura essenziale per consolidare i ricordi e adattare le risposte emotive. Al suo interno esistono cellule progenitrici neurali capaci, in particolari condizioni, di moltiplicarsi e maturare. Questo processo viene chiamato neurogenesi adulta.
Lo stress può portare le staminali neurali alla morte
Una ricerca pubblicata nel 2026 sulla rivista Autophagy ha individuato un possibile meccanismo attraverso il quale lo stress cronico provoca la morte delle cellule staminali dell’ippocampo.
Al centro del processo si trova p53, proteina conosciuta soprattutto perché elimina le cellule danneggiate e contribuisce a impedire lo sviluppo dei tumori. Nelle staminali neurali adulte, però, p53 assumerebbe una funzione sorprendentemente opposta: agirebbe come uno “scudo” contro l’autofagia eccessiva.
L’autofagia è il sistema con cui la cellula elimina e ricicla proteine e organelli deteriorati. Normalmente è un meccanismo protettivo, ma se diventa incontrollato può contribuire alla morte cellulare. Nei topi sottoposti a stress cronico, gli ormoni dello stress favorivano la degradazione di p53 e lasciavano le cellule staminali senza questa protezione.
La perdita delle staminali si accompagnava a peggioramento della memoria e a comportamenti simili alla depressione e all’ansia. Quando i ricercatori hanno somministrato RITA, una molecola sperimentale studiata in oncologia che stabilizza p53, la morte cellulare si è ridotta e le prestazioni cognitive degli animali sono migliorate. Si tratta, però, di risultati preclinici: RITA non è oggi una cura approvata per la depressione e non sappiamo ancora se produrrebbe gli stessi effetti nell’uomo.
Gli antidepressivi fanno nascere nuovi neuroni?
La formulazione più corretta è che alcuni antidepressivi possono sostenere la sopravvivenza, la proliferazione e la maturazione delle cellule progenitrici neurali. Non è ancora possibile affermare che impediscano in modo generalizzato la “morte delle staminali cerebrali” in tutte le persone depresse.
Negli animali, lo stress e l’eccessiva esposizione al cortisolo riducono il numero e l’attività delle staminali neurali. Fluoxetina e imipramina hanno mostrato di poter invertire almeno parzialmente questa riduzione, mentre la serotonina sembra favorire direttamente la sopravvivenza delle cellule progenitrici.
Anche l’esame post mortem dell’ippocampo umano ha rilevato un numero maggiore di cellule progenitrici in persone depresse che avevano assunto antidepressivi rispetto a pazienti non trattati. Il dato suggerisce un effetto biologico, ma non prova da solo che la neurogenesi sia la causa diretta del miglioramento clinico (Studio su Neuropsychopharmacology).
Gli antidepressivi potrebbero dunque agire su più livelli:
aumentare la disponibilità di alcuni neurotrasmettitori;
favorire molecole neurotrofiche come il BDNF;
migliorare la plasticità delle connessioni nervose;
ridurre alcuni effetti dannosi dello stress;
sostenere la sopravvivenza e la maturazione delle cellule progenitrici.
Questo può contribuire a spiegare perché l’effetto clinico richieda spesso alcune settimane, nonostante le modificazioni dei neurotrasmettitori inizino molto prima.
Il ruolo dell’erba di San Giovanni
L’iperico, o Hypericum perforatum, contiene sostanze attive – in particolare iperforina e ipericina – capaci di influenzare diversi sistemi di neurotrasmissione. Le evidenze cliniche indicano che alcuni estratti standardizzati possono essere più efficaci del placebo e avere un’efficacia paragonabile a quella di alcuni antidepressivi nelle depressioni lievi o moderate. Non è invece dimostrata una pari efficacia nelle forme gravi (Revisione clinica sull’iperico).
Negli animali sottoposti a stress cronico, l’iperico ha inoltre mostrato effetti sulla neurogenesi dell’ippocampo e sulla struttura delle ramificazioni nervose. Esperimenti cellulari più datati suggeriscono anche un’azione protettiva contro lo stress ossidativo e l’apoptosi. Questi dati, tuttavia, non consentono di concludere che nell’uomo l’iperico curi la depressione “salvando le staminali cerebrali”.
Naturale non significa privo di rischi
L’iperico è uno dei prodotti vegetali con il maggior numero di interazioni farmacologiche. Attiva enzimi epatici e proteine di trasporto che possono accelerare l’eliminazione di numerosi medicinali, riducendone l’efficacia.
Può interferire, tra gli altri, con:
pillola anticoncezionale;
anticoagulanti;
ciclosporina e farmaci antirigetto;
digossina;
antiepilettici;
alcuni antivirali e oncologici;
altri antidepressivi.
L’associazione con farmaci serotoninergici può aumentare il rischio di sindrome serotoninergica, una reazione potenzialmente grave caratterizzata da agitazione, tremori, sudorazione, diarrea, febbre e alterazioni della frequenza cardiaca. L’iperico può inoltre provocare fotosensibilità e, nelle persone predisposte, favorire viraggi verso mania o ipomania.
Non va quindi aggiunto a un antidepressivo né utilizzato per sostituirlo senza una valutazione medica. Anche interrompere improvvisamente una terapia prescritta può essere rischioso.
Cosa sappiamo e cosa non è ancora dimostrato
Sappiamo che lo stress cronico può compromettere la plasticità dell’ippocampo e che diversi antidepressivi favoriscono, soprattutto nei modelli sperimentali, la sopravvivenza e la proliferazione delle cellule progenitrici. L’iperico standardizzato può aiutare alcuni pazienti con depressione lieve o moderata.
Non è invece dimostrato che la depressione dipenda semplicemente dalla morte delle staminali cerebrali, né che la rigenerazione di queste cellule rappresenti l’unico meccanismo degli antidepressivi. E non esistono prove sufficienti per attribuire all’iperico, nell’uomo, una specifica capacità di salvare le staminali neurali.
La scoperta del ruolo protettivo di p53 apre una strada affascinante: curare la depressione potrebbe significare anche preservare la capacità del cervello di adattarsi e rinnovarsi. Ma tra il risultato ottenuto nel topo e un nuovo trattamento per i pazienti resta ancora un passaggio lungo, che richiederà studi di sicurezza e sperimentazioni cliniche controllate.
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