Cifre folli per gli acquisti ma pagamenti dilazionati con il più grande indebitamento di sempre, come ha rivelato The Independent. Che ricorda la crisi dei mutui subprime del 2008 raccontata nel film e cita anche una fonte: “Tutto questo crollerà. E quando succederà…”
Ogni volta che leggiamo le cifre pagate dalle squadre inglesi sul mercato ci chiediamo come sia possibile che la Premier possa permettersi acquisti così onerosi. È una domanda che si è posto anche il quotidiano britannico The Independent, facendo suonare l’allarme su quello che potrebbe accadere in un futuro neppure troppo lontano, paragonando come si stanno muovendo i club alla versione calcistica del film “La grande scommessa” (“The Big Short”), in cui si racconta come nacque e scoppiò la crisi dei mutui subprime nel 2008 che portò alla crisi dei mercati globali.
4 miliardi—
A suscitare molte perplessità non sono tanto le cifre spese quanto le modalità di strutturazione di certe operazioni. Diversi dirigenti hanno riferito al quotidiano inglese di proposte in cui il club acquirente non avrebbe versato nulla nell’immediato, dilazionando i pagamenti in diverse rate nel corso dei prossimi anni. I venditori, dal canto loro, avrebbero comunque potuto contabilizzare la cessione per l’intero importo. Varie fonti hanno confermato che la spesa complessiva di circa 3,5 miliardi di sterline (più di 4 in euro) registrata in questa sessione di mercato è stata sostenuta ricorrendo all’indebitamento più massiccio di sempre. Se il dibattito abituale verte su chi abbia “vinto il mercato”, la risposta è evidente: le società di credito che finanziano queste operazioni. Una situazione che desta preoccupazione in molti. Ad aggravare la situazione è poi quanto sta accadendo a livello generale nell’economia: “Si profila una crisi del credito – ha affermato il dirigente di un club – Il mondo del calcio dovrebbe preoccuparsi”.
autosostenibilità—
“Molti potrebbero rimanere perplessi, vista l’apparente floridezza economica della Premier League – scrive The Independent -. Esiste infatti la percezione di una capacità di sostenere tali costi di trasferimento e ingaggi – legata da tempo ai miliardi provenienti dai diritti televisivi internazionali – suffragata dal dominio dei club inglesi nella Football Money List di Deloitte. Ed è proprio qui che risiede l’irrazionalità più profonda. L’immensa popolarità globale del calcio dovrebbe garantirne la piena autosostenibilità, specialmente in Inghilterra. Eppure, è proprio questo equilibrio a essere minacciato”.

capitali usa—
“L’influenza dei ‘capitali istituzionali’, provenienti soprattutto dagli Stati Uniti, è cresciuta a dismisura negli ultimi sette anni, in particolare in Premier League – prosegue il quotidiano -. L’ingresso di tali investitori ha introdotto pratiche inedite per questo sport, molte delle quali in contrasto con le norme tradizionali del calcio. Si va da quelle più complesse, come la cessione delle squadre femminili a società collegate, ad altre più elementari, come le operazioni di mercato con dirette rivali. Molti dirigenti ritengono che tale tendenza sia stata ulteriormente accentuata – e forse persino alimentata – dalle regole della Premier League sul rapporto tra costi della rosa e ricavi. Il continuo movimento di denaro legato ai trasferimenti consente infatti di rispettare i regolamenti anche a fronte di un crescente indebitamento. Numerosi dirigenti calcistici stanno condividendo un articolo che sta facendo discutere, scritto da Roger Mitchell – esperto di economia dello sport ed ex dirigente della Saudi Premier League – il quale analizza come club pesantemente in perdita e indebitati possano comunque spendere centinaia di milioni per un singolo giocatore”.
regole più strette—
“Il calcio ha bisogno di vincoli simili a quelli presenti nella Efl (la lega di Serie B inglese, ndr.) e in Formula 1” sostiene un dirigente di club. “La situazione è arrivata al punto che l’influente gruppo di pressione ‘European Football Clubs’ sta istituendo una task force dedicata – si legge su The Independent -. Il livello di preoccupazione è elevato. E, a ben vedere, dovrebbe esserlo ancora di più. L’incertezza sui mercati globali ha spinto un numero crescente di investitori – tra cui un colosso del calibro di Jeff Bezos – a entrare nel mondo del calcio. La spiegazione comune è che lo sport rappresenti una classe di investimento non correlata alle fluttuazioni generali dei mercati e che i club – considerati veri e propri brand dotati di un valore legato alla scarsità – costituiscano un’ottima destinazione per i capitali. Di conseguenza, le valutazioni continuano a lievitare. Tuttavia, gli addetti ai lavori mettono in guardia dall’investire in questi brand esclusivi se continuano ad assorbire ingenti risorse per l’acquisto di giocatori e per commissioni accessorie ormai fuori controllo. Si sostiene addirittura che siano stati proprio questi investimenti ad alimentare l’attività di mercato, sulla base della convinzione che si farà sempre avanti un nuovo acquirente. In molti sembrano ragionare nell’ottica del breve periodo, alimentando un ciclo che accelera vorticosamente”.

777—
“Come avverte una fonte, i segnali d’allarme sono già evidenti se si guarda a quanto accaduto con 777 (ex fondo che deteneva la proprietà del Genoa, ndr.), che l’anno scorso non è riuscita ad acquistare l’Everton. Il punto cruciale è forse che il mercato dei trasferimenti è fortemente esposto alle dinamiche del mercato del credito, e sussistono notevoli dubbi sulla capacità dei club di pianificare in modo adeguato” chiude The Independent. “Eppure la bolla continua a gonfiarsi, alimentata dall’avidità”, avverte una fonte. Un’altra fonte autorevole si mostra ancora più fatalista: “Tutto questo crollerà. E quando succederà…”.
La Gazzetta dello Sport
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