Però Wild Horse Nine appartiene soprattutto a John Malkovich.

Quegli occhi capaci di diventare raggelanti o sensualissimi nel giro di un’inquadratura. Il cappello pork pie, le camicie sgargianti, le bretelle, i calzini colorati, le cravatte fantasia. Un vecchio agente segreto che pare uscito da un mercatino vintage frequentato contemporaneamente da William Burroughs, Gene Hackman e la morte.

E Hackman non arriva qui per caso: la costumista Eimer Ní Mhaoldomhnaigh ha spiegato di avere pensato proprio a Il braccio violento della legge per i cappelli marrone scuro di Chris. Lee, invece, porta con sé il Sud-Ovest americano: argento, turchesi Navajo e uno Stetson che profuma di Steve McQueen.

Ma il costume sarebbe soltanto una maschera senza il lavoro prodigioso di Malkovich.

Chris ha attraversato alcuni dei luoghi più oscuri della politica americana del secondo Novecento. Guatemala, Baia dei Porci, Congo. Ha eseguito ordini, manipolato destini, forse dimenticato più segreti di quanti noi riusciremo mai a conoscere. Eppure il suo ricordo di Patrice Lumumba riesce a diventare toccante.

La memoria traballa. Il corpo presenta il conto.

Non puoi che voler bene a questo svalvolato inamabile e smemorato.

Ed era precisamente la difficoltà del casting: trovare un attore capace di rendere Chris «assolutamente sgradevole, violento, crudele e distruttivo» e al tempo stesso conquistare lo spettatore, farlo ridere e infine spezzargli il cuore.

Missione compiuta.

Malkovich riesce nell’impresa più difficile: non chiede mai l’assoluzione per Chris. Lo lascia vivere dentro le proprie contraddizioni. Buffo e letale, infantile e spaventoso, carnefice e uomo.

Da Oscar?

Sì.

E non perché sul Lido il profumo delle statuette talvolta arriva prima di quello della laguna. Ma perché è una di quelle interpretazioni in cui l’attore sembra non fare niente mentre sta facendo tutto.