MELPIGNANO – Doveva essere nelle intenzioni degli organizzatori una “festa di allegria, di pace e convivenza” il concertone di Melpignano, che ha rappresentato il momento clou della 28esima edizione della Notte della Taranta. Il giorno dopo il rito collettivo, i commenti, come da diverso tempo a questa parte, si giocano sui numeri dei partecipanti (quasi che possa essere quello il criterio del successo), su quanto lo spettacolo rispetti o meno la cultura da cui ha preso origine e per cui è stata pensata. Ma è un dibattito che, come tutti quelli, in cui si confrontano tesi all’antitesi, si fatica a trovare una sintesi.

Di certo, lo show, se parliamo in termini televisivi, funziona, ed è inevitabile anche qui fare i paragoni con altri eventi musicali mediatici che vengono ospitati sulle reti nazionali. E c’è il tema della “sanremite” ovvero di quell’influenza legata al mondo del festival di Sanremo che, negli ultimi anni, ha portato (anche nella corrente edizione) volti passati dal palco più noto e che, invece, di cimentarsi con le canzoni della tradizione, in qualche caso hanno semplicemente “riletto” i propri con un arrangiamento dell’Orchestra popolare. Temi tutti sul banco, che passano anche dai social, che si ripropongono, spesso in contrapposizione sulla visione di fondo.

Fatto sta che il più grande concerto dedicato alla musica popolare tradizionale in Europa, andato in diretta sul terzo canale della Rai e non solo dal piazzale dell’ex convento dei padri Agostiniani di Melpignano, condotto dalla speaker Ema Stokholma e con la regia di Stefano Mignucci, ha rinnovato ancora una volta quello che resta un rito collettivo. Il tema scelto era “Sotto lo stesso cielo” e i riferimenti anche qui erano molteplici, a partire dalla cultura che unisce e accomuna, crea ponti e mescolanze, rifugge le divisioni.

A guidare la festa il maestro concertatore David Krakauer, figura di riferimento mondiale per il clarinetto nei campi del jazz e della classica, cultore della antica musica klezmer, che ha contribuito a riscoprire e a valorizzare facendola incontrare con le sonorità contemporanee. Sul palco, affiancato da Kathleen Tagg, SarahMK e Yoshie Fruchter, cerca complicità sul palco con i musicisti, gli ospiti, i cantori della tradizione.

Le coreografie dello spettacolo sono state firmate da Fredy Franzutti, che ha interpretato la tradizione salentina in una chiave contemporanea, dando forma a una sintesi identitaria capace di preservare nella rielaborazione creativa, attraverso connotazioni visive, il valore arcaico e rituale della pizzica.

Tra gli ospiti, il più atteso è stato Giuliano Sangiorgi, tornato sul palco dopo diciott’anni, che ha cantato “Lu rusciu de lu mare” e “Quannu te llai la facce la matina”, venendo preceduto dalla proiezione del video inedito di Lu Carcaluru, brano dialettale del cantante, girato da Edoardo Winspeare nelle campagne leccesi con la partecipazione di Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, étoile e primo ballerino del Teatro alla Scala, sul dramma della xylella. E poi Serena Brancale che ha cantato il brano sanremese “Anema e core” e poi “All’acque, all’acque”, pizzica della tradizione barese; il giovane Settembre, vincitore a Sanremo del premio della critica “Mia Martini”, ha cantato la sua “Vertebre”, mentre Anna Castiglia, tra le voci rivelazioni dell’ultimo biennio, ha cantato la sua “Ghali” e poi “Beddha ci dormi”.

Grande festa per il Canzoniere Grecanico Salentino, che festeggia 50 anni di una eccezionale vicenda artistica, e ha suonato “Pizzica Indiavolata” e “Lu Giustacofane” e per il ritorno di Antonio Castrignanò con “Aria caddhipulina” e “Funtana gitana”. Ermal Meta ha interpretato la sua “Mediterraneo” e “Lule Lule” in lingua arbëreshe; Tära, giovane e potente voce italiana di origine palestinese che fonde sonorità R&B con melodie della sua cultura d’origine, ha cantato “Araba fenice”. E poi le voci storiche da Stefania Morciano a Enza Pagliara, da Alessandra Caiulo a Giancarlo Paglialunga, da Ninfa Giannuzzi a Consuelo Alfieri, da Antonio Amato a Dario Muci a Salvatore Galeanda.

La scenografia ha preso forma dai disegni originali di Pietro Ruffo, tradotti in elementi visivi che hanno accompagnato la musica e il ballo. Tanti, nel corso dello spettacolo, i messaggi di solidarietà al popolo di Gaza, nel potente elemento unitario che la musica e l’arte possono trasferire.

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