Era il cuore della notte di oggi 3 settembre quando la gioielleria Corona, nel cuore di Piazza Grande a Oderzo, è finita nel mirino di una banda di ladri. Quattro, forse cinque persone, tutte travisate, hanno forzato la porta d’ingresso e sono entrate nel negozio dopo aver cosparso i locali con la polvere di un estintore, una tecnica utilizzata per rendere più difficile la visione e complicare l’intervento delle forze dell’ordine. Poi hanno infranto alcune teche e fatto razzia dei gioielli esposti.

A far saltare i loro piani, però, è stata la presenza del proprietario, Marco Corona, che abita proprio nell’edificio accanto alla gioielleria. Quando è scattato l’allarme ha ricevuto la chiamata della vigilanza di Sicuritalia e si è precipitato fuori casa. «Sono sceso giù e gli ho urlato di andarsene, che avevo già chiamato i carabinieri». Non si è però limitato a questo. Mentre i malviventi erano ancora all’interno ha cercato di capire quanti fossero e soprattutto di individuare il mezzo utilizzato per la fuga. Corona ha fatto credere loro di dirigersi verso l’ingresso del negozio, poi è uscito per cercare di vedere la targa dell’auto. Quando è tornato verso la gioielleria i malviventi stavano già uscendo. È riuscito a vederne quattro mentre un quinto uomo sarebbe rimasto in macchina. E a quel punto la situazione si è fatta pericolosa. I banditi lo avrebbero minacciato con un piede di porco e con dei grossi cacciaviti, probabilmente gli stessi attrezzi utilizzati per forzare l’ingresso. «Sono scappati prima del tempo, sicuramente anche per la mia presenza», racconta il titolare.

La macchina della vigilanza è arrivata circa un minuto e mezzo dopo l’allarme. I quattro erano già riusciti a guadagnarsi la fuga, lasciandosi alle spalle le vetrine danneggiate e la polvere dell’estintore. Il bottino non è ancora stato quantificato. Dalle prime verifiche risultano gioielli prelevati sia dalle vetrine che si affacciano sulla piazza, sia da quelle interne. In alcuni casi i ladri hanno semplicemente forzato le aperture, in altri hanno mandato in frantumi le teche. Parte degli oggetti è finita a terra durante il blitz, altri sono stati raccolti e portati via.

Il proprietario della gioielleria Marco Carona

L’allarme, spiega Corona, è entrato in funzione immediatamente quando i malviventi hanno iniziato a forzare la porta blindata. Secondo le prime informazioni raccolte potrebbero aver utilizzato un gas liquefatto o un agente molto freddo per agevolare l’effrazione e poi completato il lavoro con il piede di porco. Le telecamere della gioielleria erano regolarmente funzionanti e non sarebbero state oscurate. Il titolare è ora in attesa dei responsabili della vigilanza per acquisire le registrazioni e consegnarle ai carabinieri della Tenenza di Oderzo che stanno conducendo le indagini. I rapinatori sarebbero stati completamente travisati e avrebbero anche modificato il modo di camminare, probabilmente nel tentativo di rendere più difficile l’identificazione attraverso le immagini. Al momento non sono noti né il veicolo utilizzato per la fuga né la direzione presa dalla banda.

Ma oltre ai danni e ai gioielli spariti, per Marco Corona c’è un’amarezza che va ben oltre il valore economico della refurtiva. In quelle vetrine c’erano infatti anche oggetti dal significato particolare, alcuni disegnati proprio da lui e dal padre. «Ci dispiace che non ci siano più», racconta.

E c’è un motivo ancora più profondo. La famiglia Corona ha già conosciuto la violenza: nel 1951 il nonno di Marco venne ucciso proprio durante una rapina. Un ricordo che rende ancora più difficile quello che è accaduto nella notte tra mercoledì e giovedì. E che spiega anche perché, quando si è trovato davanti ai banditi, la tentazione di avvicinarsi fosse forte. «La voglia di andare un po’ più vicino a loro ce l’avevo», ammette. A fermarlo è stato il pensiero del nonno e di quello che era successo alla sua famiglia.

Resta infine la rabbia per una dinamica che, secondo Corona, si ripete troppo spesso. «Quando li trovano, di solito si sa benissimo chi sono», osserva. La sua amarezza riguarda soprattutto la deterrenza: chi vive di questo tipo di reati, sostiene, dovrebbe essere messo nella condizione di non poter continuare. «Io vivo del mio mestiere, questi signori vivono d’altro». E indica anche una possibile strada: sequestrare i beni e «creargli sempre il fiato sul collo».