di
Paolo Valentino
Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco: per la difesa europea, l’E5 è il format giusto: l’Italia non può essere lasciata fuori.
«Il governo tedesco ha fatto bene a reagire così. Le nuove misure contro la Russia non basteranno a dissuadere Putin, ma sono un segnale chiaro e necessario che in futuro questo tipo di attività comporterà un prezzo da pagare».
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L’ambasciatore Wolfgang Ischinger è il presidente della Munich Security Conference, il think-tank che ogni anno organizza nella capitale bavarese il più importante convegno sulla politica estera e di sicurezza dell’intera agenda mondiale. Azioni come quella del drone all’aeroporto di Lipsia, «vanno chiamate per quello che sono: atti di guerra o di terrorismo», spiega Ischinger, a Roma per partecipare a una tavola rotonda sulla difesa europea.
Perché la Germania è nel centro del mirino russo?
«Perché non c’è un altro Paese in Europa costretto a modificare più radicalmente il suo atteggiamento in politica estera. Siamo quelli che avevano investito di più, probabilmente in modo irresponsabile, sulla cooperazione con la Russia. I cambiamenti già accaduti – come la Zeitwende dell’ex cancelliere Scholz, le decisioni in campo energetico o le sanzioni – sono più dolorosi da noi che altrove. Putin ha capito perfettamente che queste decisioni non necessariamente aiuteranno il cancelliere Merz e la Cdu a ottenere risultati elettorali migliori nelle elezioni di domenica in Sassonia-Anhalt o in quelle successive. Anzi. Nelle regioni orientali l’AfD cavalca una convinzione diffusa che dovremmo riprendere la cooperazione economica e politica con Mosca».
Vede un salto di qualità nella minaccia russa?
«È evidente. I russi hanno iniziato a prendere di mira quei Paesi che svolgono un ruolo cruciale nell’assicurare le linee di rifornimento dell’Ucraina, fra i quali la Germania svolge un ruolo primario. Mosca vuol rendere più doloroso anche l’aiuto a Kiev. L’elemento più importante in questa strategia è il nucleare».
Non c’è un’esplicita minaccia nucleare russa al momento.
«No, ma ci sono continue allusioni da parte di Putin e dei suoi. L’ipotesi dell’uso di armi atomiche è esplicita nella pubblica discussione in Russia, per esempio negli interventi di Karaganov. Ora, mentre in Ucraina l’effetto di queste minacce è nullo o quasi, i russi pensano con qualche ragione che il punto debole sia proprio la Germania, cioè che i tedeschi siano molto più sensibili al tema nucleare. Putin sa che l’utilità delle armi atomiche finisce nel momento in cui vengono usate, ma usa la minaccia di impiegarle e in Germania è molto efficace. Una parte significativa della nostra opinione pubblica, a destra come a sinistra, è impaurita dalle intimidazioni di Mosca. Ricordiamoci i Verdi, che pure appoggiano l’Ucraina, e la loro battaglia contro il nucleare».
Il riarmo tedesco è stato da un lato salutato, dall’altro criticato per le sue modalità: approccio nazionale, nessun progetto europeo, niente eurobond per la difesa. Inoltre, anche in circoli non sospettabili di ostilità verso la Germania, emerge la preoccupazione per un risorgente militarismo tedesco. Sono critiche fondate?
«Penso che il governo tedesco possa e debba spiegare meglio che quanto stiamo facendo non è per la grandeur della Germania o per far risorgere il suo potere in Europa, ma per rispettare gli obblighi previsti dall’Articolo 42 del Trattato Ue e dall’articolo 5 del Patto atlantico. Berlino dovrebbe dirlo chiaramente ogni giorno. Capisco le preoccupazioni, lo ho ascoltate a Parigi Varsavia, Roma. Secondo me dovremmo fissare una quota di almeno il 20% dei 500 miliardi che stiamo spendendo, da dedicare a progetti di difesa comuni con Italia, Francia, Spagna e altri. L’obiettivo è promuovere la creazione di una base industriale europea più competitiva in questo campo. L’obiezione di alcuni esperti è che non abbiamo molto tempo, i nostri bisogni sono così urgenti che non possiamo permetterci di iniziare troppe cooperazioni internazionali, che prenderebbero diversi anni. È un argomento, ma questo non deve impedirci di cercare di coinvolgere per quanto possibile i partner europei. E non sono il solo a Berlino a pensarlo e a dirlo. Per questo, non vedo il pericolo di un nuovo militarismo tedesco, il futuro della Germania rimane la sua integrazione nella Nato e in un’Unione europea, che funzionerà se seguiremo la strada indicata nei loro rapporti da Enrico Letta e Mario Draghi, due persone che ammiro».
Perché lei è convinto che il format giusto per la difesa europea sia l’E5, cioè il gruppo di cui fanno parte Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Polonia?
«Da vecchio diplomatico so che ogni volta che l’Italia resta fuori da un format europeo, non è contenta e giustamente protesta. Penso che l’E5 sia il formato ideale, e non solo per ragioni psicologiche: pochi sanno che l’Italia è la seconda economia fatturiera d’Europa e ha un’importante industria della difesa, può dare un grande contributo. Inoltre, l’E5 tiene dentro il Regno Unito, senza il quale non ci può essere una forte difesa europea. Poi troveremo anche la giusta formula per coinvolgere altri Paesi: Spagna, Svezia, Finlandia. Ma quello è il nucleo da cui partire».
Cosa succederà in Ucraina? C’è un’escalation sia da parte russa, con attacchi alle infrastrutture critiche e alla popolazione civile, che da parte di Kiev, sempre più capace di colpire in profondità nel territorio russo, causando danni gravi all’economia, specie nel settore energetico. È il preludio a una trattativa, come spesso avviene in questi casi?
«Penso che se Kiev continua a infliggere questo livello di danni alla Russia, può essere un incentivo per il Cremlino a sedersi a un tavolo. Oggi la risposta russa a una proposta del genere sarebbe no, siamo in grado di sopportare ancora a lungo questa situazione. Ma nel tempo la pressione ucraina può essere il primo passo verso l’accettazione di una qualche forma di negoziato da parte di Mosca».
L’Europa si sta preparando a svolgere un ruolo?
«No. Non credo ci sia un approccio coordinato. Ma non sono un fan delle discussioni su chi dovrebbe essere l’eventuale mediatore, Costa, Kallas o addirittura Angela Merkel. Questo avrebbe senso solo se i russi ce lo chiedessero. Non è così. In ogni caso, la storia ci insegna l’utilità della diplomazia quieta e non pubblica. È questa la strada da seguire. La trattativa degli inviati americani si è arenata».
4 settembre 2026 ( modifica il 4 settembre 2026 | 09:27)
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