di
Chiara Maffioletti, inviata a Venezia
L’attore, protagonista del film «Nessun dolore»: ho la sindrome di Tourette, Amelio mi ha chiesto di non nasconderla
VENEZIA Nel girare Nessun dolore, in sala dal 24 settembre, Alessandro Borghi si è ritrovato «in luoghi assolutamente inesplorati per me, emotivamente». È lì che lo ha portato Gianni Amelio, che dopo 32 anni da Lamerica è tornato a parlare di migrazione, di accoglienza, di empatia.
Borghi — alla Mostra anche con Serpenti —, interpreta un libraio, Davide, travolto da rimorsi e dilemmi morali dopo che la sua vita cambia prepotentemente e nel modo più imprevedibile: un uomo cerca di affidargli un bambino, per strada, per garantirgli un futuro migliore. «C’è una frase all’inizio del film molto bella — spiega l’attore —. Dice che questa è una storia che deve ancora accadere. Nel senso che potrebbe accadere a tutti o che forse è accaduta già. Sembra straordinaria, ma è legata alla routine di ognuno di noi: ci fa interrogare su quanto siamo disposti a guardare gli altri e capire quando qualcuno ha bisogno di noi».
Il suo Davide, nel tentativo di espiare le sue presunte colpe, si libera di tutto quello che ha, aprendo le porte della sua casa a chi ne ha più bisogno: «Mi reputo una persona buona, però, ecco, no, questo personaggio non mi somiglia. Infatti ho cercato di annullare i pensieri che riguardavano me per lasciare spazio a lui». Se Borghi fosse stato un amico del suo personaggio, spesso gli avrebbe detto: «“Ma tu sei scemo”. Quasi sempre avrei fatto l’opposto di quello che fa lui. Però cosa fosse giusto, ancora non lo so. Ed è per questo che ringrazio di avermi messo al centro di questa storia, perché credo che il cinema debba sollevare dei quesiti che hanno a che fare con l’individualità o, in questo caso, con la società».
Il suo libraio è dunque «un uomo assolutamente puro. Ed è per questo che non mi riconosco lui, perché io non lo sono». Però Borghi, di certo, è stato generoso affidandosi ad Amelio anche nella scelta di non camuffare la caratteristica del suo respiro spezzato: «Io ho la sindrome di Tourette, questo è un tic che ho. Gianni mi ha guardato e mi ha detto: “Mettilo nel film”. Io non ero neanche troppo sicuro, perché quando provi a riprodurre un tic va in tilt il cervello, a volte non è stato semplicissimo. Ma credo volesse aggiungere un elemento di fragilità al personaggio». Come anche nella vita, «quel tic per me è sempre un segnale di allarme: quando sono molto stressato o sotto pressione aumenta. E succede anche nel racconto».
Non è il solo passaggio autobiografico del film che ha come coprotagonista anche una intensa Valeria Golino. Amelio è partito dal riflesso della sua storia: «Io ho adottato un ragazzo albanese ma l’ho adottato tramite suo padre, di cui ero diventato amico, che mi ha spinto a farlo. Quindi ho parlato di me cercando però di parlare di tutti e per tutti», in un film molto allegorico, che ha anche un valore politico.
Riprende il regista: «Il problema non riguarda soltanto la mancata accoglienza, ma un nostro progressivo inaridimento, forse dettato dalla paura». La sintesi, la traccia Borghi: «Mi piacerebbe un’altra versione del film in cui non c’è bisogno che Davide ospiti nessuno perché se ne occupano le istituzioni».
4 settembre 2026
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