di
V. Mart.

Seimila diagnosi ogni anno in Italia. Nuove terapie per chi deve iniziare i trattamenti e anche per chi ha già avuto più recidive

Se il mieloma multiplo resta una malattia difficile da debellare definitivamente, negli ultimi anni sono stati compiuti importanti progressi che hanno fatto aumentare le speranze di guarigione in alcuni pazienti e, per molti altri, sono arrivate nuove cure che hanno consentito di allungare la sopravvivenza in modo significativo. Così sono migliorate, passo dopo passo, le prospettive delle seimila persone circa che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di questa neoplasia linfoproliferativa che insorge generalmente in una fascia d’età superiore ai 65 anni. 
I progressi fatti negli ultimi cinque anni, secondo gli esperti, hanno portato a  un’evoluzione straordinaria, senza paragoni rispetto ai 25 anni precedenti.

Per i malati di nuova diagnosi

Quali sono le innovazioni terapeutiche che stanno avendo il maggiore impatto sulla sopravvivenza e sulla qualità di vita dei pazienti?  «Dobbiamo distinguere le innovazioni terapeutiche in due grandi ambiti: quelle rivolte ai pazienti alla diagnosi e quelle dedicate ai pazienti che vanno incontro a una ricaduta della malattia – risponde Paolo Corradini, direttore dell’Ematologia all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Per quanto riguarda i pazienti di nuova diagnosi, negli ultimi anni uno dei progressi più importanti è stato l’impiego di schemi di induzione basati su quattro farmaci anziché tre. A questo si è aggiunta l’introduzione di un anticorpo monoclonale molto efficace (daratumumab), che riconosce una proteina presente sulla superficie delle cellule di mieloma, chiamata CD38». L’integrazione di questo farmaco nelle fasi di consolidamento e mantenimento ha rappresentato un cambiamento significativo, contribuendo sia a migliorare la sopravvivenza sia ad aumentare la qualità di vita dei pazienti. Quando la malattia è sotto controllo e il paziente è in remissione, infatti, si riducono sintomi importanti come il dolore e il benessere complessivo migliora sensibilmente.




















































Per chi ha una recidiva

«Nel trattamento delle recidive sono stati introdotti negli anni numerosi farmaci cosiddetti “tradizionali”, tra cui carfilzomib, elotuzumab e pomalidomide – continua Corradini, Ordinario di Ematologia all’Università degli Studi di Milano -. Tuttavia, la vera rivoluzione è arrivata con una nuova classe di terapie immunologiche in grado di reindirizzare i linfociti T del paziente contro le cellule tumorali. Si tratta di trattamenti che riattivano un sistema immunitario che, da solo, non è più in grado di controllare la malattia e lo guidano con precisione verso il mieloma. Queste strategie comprendono due grandi categorie: gli anticorpi bispecifici e le terapie CAR-T. Entrambe stanno producendo risultati che, fino a pochi anni fa, sarebbero stati considerati impensabili».

CAR-T utilizzabili ora già alla prima ricaduta

Le terapie CAR-T stanno aprendo nuove prospettive nel mieloma multiplo. Quali risultati ritiene più significativi finora e quali sfide restano da affrontare per renderle sempre più efficaci e accessibili? «Le prime CAR-T sono state utilizzate in pazienti che avevano già ricevuto tre, quattro o cinque linee di trattamento e che, di fatto, non disponevano più di valide alternative terapeutiche – spiega l’esperto -. In molti casi, l’unica opzione rimasta erano le cure palliative. In questo contesto, le CAR-T sono riuscite a ottenere risposte complete profonde e durature, rappresentando un risultato epocale.
Attualmente disponiamo di due CAR-T approvate e rimborsate in idecabtagene vicleucel e ciltacabtagene autoleucel (approvata dall’Agenzia Italiana del Farmaco a marzo 2026). Quest’ultima si è dimostrata estremamente efficace, con percentuali di risposta completa che raggiungono il 70-75% dei pazienti. Si tratta di risultati superiori rispetto a quelli osservati con la prima CAR-T disponibile, sebbene accompagnati da una tossicità maggiore: alcuni effetti collaterali neurologici possono essere anche severi, ma oggi la loro gestione è molto più efficace grazie all’esperienza maturata negli ultimi anni».
Se in passato le CAR-T erano riservate a pazienti in quarta linea di trattamento, oggi possono essere utilizzate già alla prima ricaduta in pazienti che abbiano fallito il trapianto autologo e le terapie più innovative. I risultati osservati negli studi clinici in questo setting precoce sono particolarmente promettenti. 

Scegliere la terapia più indicata per il singolo caso

AIL finanzia un importante studio nazionale promosso dal GIMEMA con l’obiettivo di raccogliere dati clinici e biologici relativi all’impiego delle CAR-T nella pratica clinica reale. «L’intento è coinvolgere il maggior numero possibile di pazienti trattati sul territorio nazionale, idealmente tutti quelli che ricevono queste terapie – dice Corradini, principal investigator della ricerca-. Particolare attenzione sarà dedicata ai pazienti trattati precocemente, già alla prima ricaduta, per comprendere meglio quali caratteristiche possano predire una maggiore efficacia del trattamento. L’obiettivo è affinare sempre di più la selezione dei pazienti e rendere l’utilizzo delle CAR-T sempre più appropriato. Questo è particolarmente importante perché oggi disponiamo anche degli anticorpi bispecifici, l’altra grande strategia di immunoterapia basata sul reindirizzamento dei linfociti T. In alcune situazioni cliniche non sappiamo ancora quale sia la scelta migliore tra una CAR-T e un anticorpo bispecifico, poiché mancano studi comparativi diretti». La raccolta sistematica di dati clinici e biologici potrebbe aiutare gli specialisti, in futuro, a prendere decisioni sempre più personalizzate.
«Naturalmente il primo obiettivo è migliorare la cura dei pazienti, ma esiste anche un secondo aspetto che non va sottovalutato: l’appropriatezza nell’utilizzo di terapie molto costose contribuisce alla sostenibilità di un sistema sanitario universalistico come quello italiano – conclude l’esperto -. La ricerca non deve limitarsi a sviluppare nuovi trattamenti, deve anche aiutare a utilizzare nel modo migliore quelli già disponibili».

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4 settembre 2026