di Candida Morvillo
L’attore piemontese, 48 anni e in attesa del terzo figlio con la moglie Cristina Marino, torna in tv per la quarta stagione della fiction in cui interpreta Andrea Fanti. La scambiano mai per medico? «Un uomo in spiaggia mi ha appena detto: dà un’occhiata al mio gesso?», racconta lui, ripercorrendo la sua carriera, a cominciare dal “Grande Fratello”. «Sapevo che cosa non volevo, che è già qualcosa. Ma non sapevo ancora cosa volessi davvero»
Luca Argentero, come sta?
«Le rispondo con tutta la gioia che abbiamo nel cuore! La vita ci ha sorpreso ancora una volta».
Dopo Nina Speranza, che ha sei anni, e Noè Roberto, che ne ha tre, lei e Cristina Marino aspettate il terzo figlio.
«Siamo entusiasti di iniziare questo nuovo capitolo della nostra meravigliosa avventura familiare».
In passato, lei aveva detto che, diventato padre, sarebbero venuti «prima i figli». La realtà ha confermato quella promessa?
«Promessa mantenuta. Ma senza mia moglie Cristina non ci sarei riuscito: prendo tutte le decisioni professionali in funzione della famiglia. Per girare la nuova stagione di Doc, si è trasferita con me e i bambini da Milano a Roma per sei mesi».
Da sei anni, Luca Argentero entra ed esce dallo scrub del primario di Doc – Nelle tue mani, il medico che, dopo aver perso la memoria, ritrova sé stesso diventando finalmente empatico coi pazienti. Doveva essere una trilogia in 48 episodi, ma, sulla spinta di ascolti al 30 per cento, dal primo ottobre, torna su Rai Uno con una quarta stagione. Lui racconta: «Rientrare nel personaggio del dottor Andrea Fanti è istantaneo. Ormai, è una memoria muscolare acquisita: potrei tornare a interpretare Doc fra dieci anni e non cambierebbe nulla. Mi basta indossare lo scrub — quella divisa con pantaloni e casacca a maniche corte che porta lui — e lui ritorna».
Il suo Doc ha perso dodici anni di memoria, ricostruito la propria identità, riconquistato il ruolo di primario e affrontato le colpe del passato. Che cosa resta ancora da scoprire?
«Nella quarta stagione, il peggior nemico di Doc sarà Doc stesso: la sua idea assoluta di medicina, il suo modo di mettere il paziente davanti a tutto. Oggi, l’ospedale è anche un’azienda, con logiche di bilancio, redditività e profitto. Fanti, invece, non concepisce che non ci sia un letto o che un malato venga mandato altrove perché il reparto spende meno. La domanda della nuova stagione, e in fondo di tutta la serie, sarà: che cosa significa essere medico oggi? E come si può trasmettere ai giovani un’idea di medicina che forse non è più praticabile?».
Con un successo così, le capita che fan e telespettatori la trattino da medico?
«Sì, ma per attaccare bottone e chiedere un selfie. Dieci minuti fa, in spiaggia, un uomo col gesso al piede mi fa: dottore, mi dia un’occhiata alla gamba!».
Lei è uno che si fa possedere dal personaggio o la sera ne esce?
«Non è stato sempre facile uscire dai ruoli. Doc lo amo: perfino io, guardando la nuova prima puntata, mi sono emozionato, però, interpretarlo mi sfinisce: mi confronto per mesi con il dolore, la malattia, la morte. Quando raccontavo la perdita di suo figlio, tornavo a casa e mia moglie era incinta di Nina Speranza: sono cose emotivamente forti. Oggi, però, non posso permettermi di portarmi a casa il set: ho due bambini. In passato, mi è capitato di immergermi in Leonardo o in Copperman. Oggi stacco, torno a casa e gioco con le macchinine o con le bamboline».
È un cambiamento che le ha portato più la paternità o più l’esperienza?
«La paternità mi ha cambiato radicalmente come uomo e come attore. È come se mi avesse aperto dei chakra che prima erano chiusi. Provo livelli di emozione diversi da prima: mi sento più sensibile e più completo. Sul set, non me ne sono accorto in modo repentino, ma piano piano, mi sono sentito più largo, più pesante; mi sembrava di occupare più spazio».
Dell’Avvocato Ligas, Sky ha annunciato la seconda e la terza stagione. Personaggio opposto a Doc: tanto Fanti è buono e empatico, tanto Ligas è manipolatore, menefreghista e sfacciato. Come si entra e si esce da due personaggi tanto opposti?
«La lunga serialità è un vantaggio: nella prima stagione, hai tempo per entrare nel personaggio, nelle successive, devi solo ritrovarlo. Con Doc e Ligas è successo qualcosa di molto raro: li ho “imbroccati” subito. Nel provino di Ligas, senza una preparazione particolare, ho trovato immediatamente il tono giusto e infatti la produzione mi ha aspettato anche se avevo altri impegni».
Perché la sfacciataggine di Ligas le è venuta così facile?
«Se lo sapessi, applicherei sempre la stessa ricetta. So solo che ho letto il copione, l’ho immaginato e qualcosa si è appiccicato a me. Lo stesso è successo con Doc. È rarissimo indovinare due personaggi uno dietro l’altro, per giunta agli antipodi».
Appunto. Chi le assomiglia di più?
«Doc lo sento più vicino. Ci accomuna una forma sviluppata di empatia. Lui guarda una persona e senti che gli importa davvero di lei. Ligas, invece, rappresenta tutto quello che avrei voluto fare e non ho avuto il coraggio di fare. È la liberazione estrema dall’essere piemontese, dalla riservatezza. Io non potrei mai vivere come Ligas, ma l’idea di essere come lui mi diverte tantissimo. A differenza di Doc, la cui lavorazione è sempre faticosa perché mi confronto con il dolore e la perdita, Ligas, invece, è proprio volato. Interpretarlo è stato liberatorio. È il mio opposto: uno che si permette di dire tutto quello che pensa e nel modo in cui lo dice lui. La sera, tornavo a casa molto più rilassato di come ne ero uscito».
In che cosa consiste la sua educazione piemontese?
«I capisaldi sono: cortesia, gentilezza, educazione. Non importa se sono arrabbiato, stanco o stressato: devo sempre comportarmi con cortesia. Poi abbiamo una grande forma di riservatezza ed è una cosa con la quale combatto perché col mestiere che faccio sono anche costretto a raccontare i fatti miei».
Il dottor Andrea Fanti scopre di essere stato un uomo arrogante. Se lei perdesse dodici anni di memoria, quale verità su sé stesso avrebbe più paura di scoprire e quale ricordo avrebbe più paura di perdere?
«Avrei paura di perdere i ricordi legati alla nascita dei miei figli. Ero in sala parto: sono emozioni ancestrali, che si piantano nel cervello. Dimenticarle sarebbe disastroso. Invece, mi spaventerebbe scoprire quanto posso essere irascibile. Appaio calmo, carino, pacato, ma ho eccessi di rabbia forti. E poi sono tremendamente permaloso, mi offendo, me la lego al dito. Mia moglie me lo rimprovera spesso e ha ragione: posso ancora migliorare parecchio».
Non solo Doc e Ligas ma molti dei suoi lavori recenti parlano di seconde possibilità: Arturo di Motorvalley, su Netflix, è un ex pilota che, dopo un incidente, si reinventa allenatore; lo spettacolo teatrale che ha portato in tournée, È questa la vita che sognavo da bambino?, racconta destini imprevisti; e in Call My Agent interpreta sé stesso che vuole ritirarsi a vivere in montagna. È una coincidenza o cambiare vita è una possibilità che accarezza?
«È una felice coincidenza. Però mi affascina moltissimo l’idea di ciò che la vita può ancora riservarti, oltre a quello che ti ha già dato. Più che di seconda possibilità in senso di riscatto, parlerei di cambiamento: non sento il bisogno di riscattarmi, mi è andato tutto per il verso giusto, ma mi piacerebbe, nella terza parte della vita, fare qualcosa di completamente diverso. Per esempio, amo molto scrivere, ho sempre storie in testa. Ho pubblicato un romanzo, Disdici tutti i miei impegni, con Mondadori, e ne sono molto orgoglioso. Vorrei scriverne altri, ma mi manca il tempo».
Il valore del tempo è al centro di quel libro, lo è anche per lei?
«È un tema che mi riguarda molto: oggi seleziono le persone e i progetti ai quali dedicarlo, lavoro meno per avere più tempo per la mia famiglia e per i miei figli. Perché quel tempo non torna».
Anni fa, diceva di voler arrivare, a 55 anni, a una forma di pensione. Mancano sette anni alla scadenza: ha rivisto i suoi piani?
«No, il progetto è ancora valido. Ma non voglio smettere di recitare: voglio riuscire a lavorare con un ritmo diverso da quello di oggi e, soprattutto, senza essere obbligato da motivi economici. Recitare è il mestiere di cui vivo e non sempre scelgo un film solo perché lo desidero: qualche volta, lavoro perché devo lavorare. Nella fase più matura della mia vita vorrei potermi permettere di scegliere davvero: dire dei no, prendermi tempo per la famiglia, partire per un lungo viaggio. Mi sembra un obiettivo sanissimo e, anzi, sono in linea con il programma che mi ero dato».
Un programma lo aveva anche quando, nel 2003, partecipò al Grande Fratello. Era laureato in Economia, non era il classico concorrente di reality, e disse che aveva partecipato per guadagnare in fretta: «Ho sempre pensato: sfrutto il sistema, non mi faccio sfruttare».
«Funzionò: tutto quello che è successo dopo è arrivato su quell’onda».
Non voleva fare finanza o il commercialista? Perché la televisione?
«Sapevo che cosa non volevo, che è già qualcosa, ma non sapevo ancora che cosa volessi. Non volevo finire in giacca e cravatta, chiuso dieci ore al giorno in un ufficio, né scegliere una professione con un coefficiente di responsabilità altissimo. Però non avevo mai pensato di diventare attore. Poi, il primo giorno sul set di Carabinieri, al primo ciak, ho capito immediatamente che era ciò che volevo fare. Ho pensato: questo è esattamente il mio destino».
Oggi, a parte i suoi figli, che cosa la rende felice?
«L’associazione 1 Caffè. Da quindici anni, aiutiamo piccole realtà che fanno cose straordinarie. Penso, per esempio, a un pulmino che in Puglia accompagna i bambini malati oncologici, alle carrozzine che permettono ai ragazzi disabili di fare il bagno in mare… L’idea è che, se invece di offrire un caffè a qualcuno lo offrissimo a chi ne ha davvero bisogno, potremmo cambiare molte cose. E poi mi rende felice l’affetto del pubblico. Quando una famiglia mi ferma e mi dice: “Grazie, erano anni che non ci sedevamo tutti insieme sul divano a guardare la stessa cosa, emozionandoci e piangendo insieme”, per me non c’è gratificazione più grande. Puoi incassare milioni o vincere premi, ma sentire che il tuo lavoro è servito a unire le persone vale più di tutto».
CHI E’
Luca Argentero nasce a Torino il 12 aprile 1978. Dopo le superiori lavora come barista e nel 2004 si laurea in Economia e Commercio all’Università degli Studi di Torino. Diventa noto al grande pubblico con la partecipazione al Grande Fratello (2003) dove si classifica al terzo posto. In seguito lavora come modello ed esordisce nel 2005 come attore nella serie tv Carabinieri. L’anno successivo arriva sul grande schermo con A casa nostra di Francesca Comencini. Nel 2009 sposa l’attrice Myriam Catania da cui si è separato nel 2016. Dal 2021 è sposato con Cristina Marino. La coppia ha due figli, Nina Speranza e Noè Roberto, ed è in attesa del terzo.
Cinema e serie
Luca Argentero è nel cast di film di successo come Saturno contro di Ferzan Özpetek (qui sotto con Pierfrancesco Favino), Mangia, prega, ama con Julia Roberts, Bianca come il latte, rossa come il sangue e Un boss in salotto. È anche protagonista delle serie tv acclamate dal pubblico
Doc-Nelle tue mani e Avvocato Ligas
4 settembre 2026 ( modifica il 4 settembre 2026 | 12:18)
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