«Per noi, la musica era “cibo. Oggi? Oggi è diventata “consumo”». Dieci anni fa, in una lunga intervista, Attilio Ferrua – chitarra, voce e oggi anima dei Sixties Graffiti – ci disse questa frase. Sono passati dieci anni, eppure suona incredibilmente attuale.
Perché la riprendiamo oggi? Perché ieri sera, 3 settembre, i Sixties hanno festeggiato il loro quarantennale suonando quello che, sulla carta, dovrebbe essere stato “il loro ultimo concerto” (lo sarà davvero? Era un addio o un arrivederci?) dopo una carriera durata quattro decenni. Tra cover dei Beatles, degli Stones, degli Eagles, dei Creedence. Di Mina, della PFM, dei New Trolls, di Lucio Battisti.
Un concerto, in pieno centro storico (piazza Maggiore) che è stato qualcosa di diverso da tutto ciò che si è visto di recente in questa città. Sì: i Sixties sono “una cover band”. Ma ieri sera hanno tributato, forse e soprattutto, sé stessi.

Ieri sera Mondovì ha dato “l’addio” (o l’arrivederci?) alla cover band più amata di tutta la zona. Qualcuno potrebbe pensare che avrebbe potuto essere una serata interessante, ma “nulla di che”: insomma, un concertino “di paese”. Una cover band locale, per quanto amata e storica, resta sempre una cover band locale… o no?
Ecco: no. Niente affatto: c’era una piazza stracolma di persone. Ma proprio TANTA, roba da far impallidire eventi molto più blasonati. E sarebbe sbagliato ridurre tutto alla sola tiritera del pubblico “facilone”, che vuole solo & sempre cantare le hit degli anni ’60 o ’70, che si accontenta delle canzonette che ha sentito centomila volte alla radio, eccetera.
No. Non è così. Se fosse solo così… non sarebbe durata quarant’anni, non credete?
L’onestà intellettuale è quella cosa che si deve tirare fuori quando è necessario guardare le cose con oggettività. E l’oggettività dice che i Sixties Graffiti, ieri sera, hanno portato sul palco un pezzo di storia – della loro città, più che della musica.

Parliamone un attimo: perché qui c’è da capire qualcosa.
Rewind: quando tutto è cominciato
Schiacciamo il tasto “rewind”, quello che c’era nei vecchi mangianastri. Insomma: rimandiamo il disco indietro. Al 2 agosto 1986.
Nel programma degli eventi estivi di San Michele Mondovì, 20 km dalla “grande cittadina”, sul palco di “Cascina Arredamenti” si esibisce una neonata band locale: si chiama Sixties Graffiti.
Questa è una pagina tratta dal nostro giornale, edizione del 1986:
A dire la verità, la band stessa parla di un concerto precedente: 24 giugno 1986, già a Mondovì e nel teatro “Bertola” – si dice che fosse colmo fino all’ultima poltrona, e con persone rimaste fuori.
Prima dei Sixties esisteva una band che si chiamava Prima Pagina, nata negli anni ’70 e con un sound assolutamente rock: dentro militavano già Ferrua, Avico e Iannelli. I Sixties vennero su quasi 10 anni dopo, quando la musica live stava tornando a galla anche al di fuori delle orchestrine da ballo liscio. Si organizzavano le feste di paese, c’era voglia di ballare ma anche di cantare i grandi successi degli anni ’60 e ’70: ed è lì che i Sixties nacquero.
Questa band si descriveva “un gruppo eterogeneo nei suoi elementi ma legato da comune interesse: far rivivere canzoni e momenti degli anni ’60”. Fattore nostalgia? C’era anche quello, ma fino a un certo punto. Innanzitutto perché la perizia musicale non era quella dei soliti complessi da saletta.

Innanzitutto, i Sixties sono stati forse la prima “band” popolare della zona. Non il “complesso” o “l’orchestrina”, come si chiamavano all’epoca i gruppi che si esibivano nelle sale da bello o sul palchetto: ma una band vera, con tutti i crismi che le band devono avere.
Ma non c’era solo questo: la verità è che i Sixties seppero interpretare un sentimento collettivo. Una tendenza, si direbbe oggi. E, dunque, un’epoca. Il loro nome esplose: erano ovunque, ci furono anni in cui facevano 25-30 concerti a stagione.
Ne furono coscienti fin da subito, di questa loro peculiarità? Lo fecero apposta? Erano anche strateghi, oltre che musicisti? Forse non del tutto: riempirono un “vuoto” che c’era, lo fecero con una capacità musicale eccellente.
La curiosità è che insieme alle hit di Stones e Beatles, ai Creedence, a “The House of the Rising Sun”, a Vecchioni, i Sixties già dai primi tempi portavano anche cose più ricercate, come i pezzi dei Procol Harum.
In questo primo concerto la formazione era: Attilio Ferrua, Bruno Avico, Danilo “Doc” Dalmasso, Gianfranco Bruno, Marco Poli, Tom Jannielli, Franca Olivero. Nella line up entrò poi Marco Golinelli al posto di Dalmasso. E negli anni successivi la formazione cambiò ancora in alcuni elementi: mutando forma senza mutare anima.
E qua citiamo un altro passaggio dell’intervista a Ferrua di 10 anni fa: «Come facevamo a “tirarci giù” le partiture? Nessuno ci dava gli spartiti. Noi eravamo quelli che compravano il 45 giri, lo mettevano sul piatto e lo facevamo girare a 33 per sentirlo rallentato e imparare l’assolo di chitarra. E poi, dovevamo riadattarlo alla tonalità originale».

Fast Forward (avanti veloce): 1998
Ora schiacciamo l’atro tasto del mangiacassette: “fast forward”, avanti veloce. Un decennio dopo. Dopo altri cambi di formazione, che portarono per esempio nella band Gino Botto e Renzo Coniglio, i Sixties conobbero alcuni anni di “riposo”… apparente.
Bisogna arrivare al 1998 per capire che, in quei dieci anni, era accaduto qualcosa che forse nemmeno Ferrua & co potevano avere chiaro: avevano seminato. Ed erano diventati una piccola istituzione della musica locale. L’espressione che la sociologia e i media e usano per definire queste cose è: “fenomeno”.
Sì, è così. I Sixties non erano semplicemente “un successo”: a livello locale, erano diventati un fenomeno.
Che cosa accade nel ’98? Accade che nell’occasione della scomparsa di Lucio Battisti, e al tempo stesso per raccogliere fondi dopo un grave lutto che aveva colpito la città (la morte di due giovani studenti liceali, Cristina Bottero e Marco Rubaldo), i Sixties fecero una reunion per celebrare Battisti & Mogol con un repertorio tutto incentrato su quelle canzoni magiche.
Non fu un successo: di più. Il Teatro “Baretti” straripava.

E se non fossero solo “concerti”?
Ed è qui che si può finalmente capire, misurare, declinare il senso di questa band: che non ha solo interpretato grandi successi della musica italiana e straniera – anche se lo ha fatto magistralmente – ma ha rappresentato, per migliaia di persone in questa zona, forse l’unica occasione di sentire dal vivo quelle canzoni immortali.
I concerti dei Sixties non sono solo dei tributi. O degli spettacoli. Sono dei riti. Non nel senso che seguono un rituale: intendiamo dire che, da un certo punto in poi, “andare a vedere i Sixties Graffiti” per la città è diventato un must. Un appuntamento imprescindibile. A prescindere dal tipo di concerto che la band porta sul palco.
Ogni loro esibizione fa il pienone: che si tratti di uno spettacolo in piazza o in teatro. Quando la città di Mondovì organizza le sue serate estive (che prima si chiamavano “Giobia ‘n piassa” o “Mercu ‘n piassa”, e popi “Doi Pass”), un concerto dei Sixties significa – matematicamente – avere la folla davanti al palco.

Parentesi: una delle grandi intuizioni della band, e dei suoi meriti, fu proprio quello di concepire i concerti come dei veri show: con luci, con degli arrangiamenti vocali notevoli. La band non ha neppure una singola voce solista principale: ha una sezione di voci femminili ai cori e quasi tutti i componenti si alternano al microfono.
E in questa “macro-economia” (non solo in senso monetario) di palco, un ruolo enorme lo ha avuto “Talu”: Guido Costamagna, fonico, service audio-video, insomma un vero componente aggiunto, scomparso nel 2025 e che ieri sera è stato giustamente tributato.

C’è qualcosa da capire (e da imparare)
Dire che i Sixties siano musicisti “che sanno il fatto loro”, è scoprire l’acqua calda. Ma ben venga ribadirlo, se serve: la perizia tecnica della band è sempre stata notevole, al di là dei virtuosismi: la band, dal vivo, ha una pulizia di suono stratosferica.
Quello che è accaduto poi nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 – ovvero, a tutti gli anniversari “a cifra tonda della band”: ventennale, trentennale, quarantennale – ha solo ribadito il concetto. Il concerto dei vent’anni fu un’occasione particolare: vennero richiamati sul palco tutti gli ex componenti. Il palco diventa un festival: Tom Iannelli, Danilo Dalmasso, G.Franco Bruno, Gino Botto, Sandro Lavagna, Alberto Bracco, Ferdinando Canavero, Ermano Dardanelli, Renzo Coniglio, Rosangela Borghese, Manuela Peirano, Simona de Maria, Mauro Tomatis, Attilio Ferrua e Marco Golinelli.
Cosa c’è da imparare, da questa storia? Questo: ieri sera non è stato “solo” un concerto. C’era un abbraccio vero, palpabile, da parte di una città che ha ritrovato un pezzo della sua storia e lo ha fatto con le note di chi ha portato la musica alla gente. Un altro rituale. Una riunione di famiglia… di 1.500 persone.