di
Luigi Ippolito

La scoperta di giacimenti di petrolio al largo dell’arcipelago controllato da Londra – che gli argentini chiamano Malvinas e rivendicano – riaccende l’interesse strategico. Per ora chi lo estrae è sotto sanzioni

Il petrolio e Donald Trump riaprono la questione delle isole Falkland, l’arcipelago nell’Atlantico meridionale controllato dalla Gran Bretagna e rivendicato dall’Argentina, attorno al quale nel 1982 si combatté una sanguinosa guerra costata quasi mille morti. E il presidente del Paese sudamericano, Javier Milei, che ha subito intravisto una opportunità, è passato all’offensiva: in un discorso ieri notte, ha proclamato che «i venti del cambiamento soffiano in favore delle nostre rivendicazioni. La Gran Bretagna è sulla via del declino e noi prevarremo». 

Già ieri in un’intervista televisiva Trump aveva messo in dubbio l’appoggio degli Stati Uniti a Londra nel caso di una disputa territoriale sulle Falkland: la Gran Bretagna non è stata d’aiuto sull’Iran, ha detto, quindi tutto è sotto riesame. E ha aggiunto di non essere sicuro che Londra abbia più la capacità di difendere l’arcipelago. 



















































Nei giorni scorsi era filtrato da Washington che gli americani potrebbero utilizzare le Falklands come strumento di pressione su Londra, per spingere il governo britannico a spendere di più per la difesa. 

A tutto ciò si aggiunge la scoperta di importanti giacimenti petroliferi al largo dell’arcipelago australe

Di uno, denominato Leone Marino, sta per avviare lo sfruttamento un consorzio anglo-israeliano: ma Milei ha annunciato sanzioni contro le aziende che estrarranno il greggio attorno alle Falkland. Questo petrolio fa gola anche all’Amministrazione americana, che ha appena messo le mani sulle riserve venezuelane: a Londra si teme che gli argentini stiano trattando con gli Stati Uniti per estromettere i britannici e spartirsi il petrolio. 

Nei giorni scorsi il ministro per l’Energia di Buenos Aires è stato a Washington per colloqui con esponenti dell’Amministrazione e imprenditori del settore petrolifero. A spingere Milei ci sono anche considerazioni interne: la sua popolarità è in netto calo e l’economia arranca. In vista delle elezioni dell’anno prossimo, torna dunque utile suonare la grancassa del nazionalismo. 

Le Falkland sono al cuore dell’identità nazionale e non è un caso che ai Mondiali di calcio, al termine della vittoria dell’Argentina contro gli inglesi, i giocatori sudamericani abbiano sventolato uno striscione che rivendicava la sovranità sulle Malvinas (come chiamano le isole a Buenos Aires). 

In realtà, Milei è un anglofilo e un ammiratore di Margaret Thatcher, ma i suoi tentativi di disgelo con Londra non sono approdati a nulla di significativo. C’è da dire che anche Andy Burnham, il nuovo premier britannico, sul piano interno avrebbe tutto da guadagnare, lui laburista, a tenere testa a due bulli della destra internazionale come Trump e Milei, che hanno una esplicita affinità ideologica. 

Ci sono dunque tutte le premesse per uno scontro. Ma a far virare Washington verso l’Argentina ci sono pure considerazioni geopolitiche più ampie. Occorre contrastare l’influenza cinese anche nell’emisfero australe e le Falklands occupano una posizione strategica: ma Londra non sembra più avere la capacità di garantire la sicurezza in quell’area. Dunque forse meglio affidarsi ad alleati più vicini e più malleabili.

4 settembre 2026