Per oltre cinquant’anni la cura iniziale della leucemia mieloide acuta, nei pazienti giudicati abbastanza forti, è stata dominata da un principio apparentemente semplice: a una malattia aggressiva deve corrispondere una terapia altrettanto aggressiva. Il trial PARADIGM, pubblicato sul New England Journal of Medicine, impone oggi di riconsiderare questo automatismo. Non dimostra che la chemioterapia intensiva appartenga al passato, ma indica con chiarezza che una minore intensità terapeutica non coincide necessariamente con una minore efficacia.
Innanzitutto occorre comprendere la malattia. Nella leucemia mieloide acuta, cellule immature e anomale occupano progressivamente il midollo osseo, compromettendo la produzione di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Per eliminarle si è fatto ricorso soprattutto allo schema “7+3”, cioè sette giorni di citarabina e tre di un’antraciclina. È un attacco rapido e potente, che tuttavia può colpire temporaneamente anche il midollo sano, aumentando il rischio di infezioni, emorragie e ricoveri prolungati. La questione, dunque, non è soltanto quanta terapia un organismo possa sopportare, ma quale terapia riesca a controllare meglio quella specifica leucemia senza compromettere inutilmente le condizioni della persona.
Lo studio, di fase 2, ha coinvolto nove centri universitari degli Stati Uniti e 172 adulti con diagnosi recente, assegnati in modo casuale a due strategie: azacitidina associata a venetoclax oppure chemioterapia d’induzione convenzionale, con lo schema “7+3” o con citarabina e daunorubicina in formulazione liposomiale. L’età mediana era di 64 anni e il 72 per cento dei partecipanti presentava una malattia classificata a rischio sfavorevole. Si tratta quindi di una popolazione nella quale ottenere una remissione è importante, ma è altrettanto importante conservare condizioni cliniche sufficienti per affrontare le fasi successive della cura.
I due farmaci della combinazione agiscono attraverso meccanismi differenti e complementari. L’azacitidina interviene sui processi epigenetici, vale a dire sui sistemi che regolano l’attività dei geni senza modificarne la sequenza; venetoclax, invece, blocca BCL-2, una proteina che le cellule leucemiche utilizzano per sottrarsi alla morte programmata. Questo attacco coordinato era già impiegato nei pazienti anziani o fragili. PARADIGM suggerisce che possa essere vantaggioso anche per adulti considerati idonei alla chemioterapia intensiva.
I risultati meritano attenzione. Dopo un’osservazione mediana di 21,9 mesi, il tempo mediano senza fallimento del trattamento, progressione, ricaduta o morte è stato di 14,5 mesi con azacitidina e venetoclax, rispetto a 6,2 mesi con la terapia intensiva. L’hazard ratio, cioè la misura del rischio relativo nel corso dell’osservazione, è risultato pari a 0,57: una riduzione del 43 per cento del rischio di incorrere in uno degli eventi considerati. Ciò non significa, come talvolta si è portati a credere leggendo un dato mediano, che ogni paziente abbia guadagnato esattamente 8,3 mesi. Significa che la metà dei pazienti trattati con la combinazione aveva registrato un evento entro 14,5 mesi, mentre nel gruppo sottoposto alla chemioterapia intensiva la stessa soglia era stata raggiunta già dopo 6,2 mesi.
In secondo luogo, la remissione è stata raggiunta dal 78 per cento dei pazienti trattati con la combinazione, contro il 53 per cento di quelli sottoposti all’induzione convenzionale. Ma il dato forse più significativo sul piano dell’intero percorso di cura riguarda il trapianto di cellule staminali: vi è arrivato il 60 per cento del primo gruppo, rispetto al 40 per cento del secondo. Nelle leucemie a rischio intermedio o sfavorevole, infatti, non basta ottenere una risposta iniziale; occorre anche mantenere il paziente abbastanza forte da poter affrontare il trapianto. La terapia non deve soltanto colpire la malattia, deve preservare la possibilità della cura successiva.
Infine vi è il peso immediato del trattamento, che non costituisce un aspetto accessorio. Le infezioni di grado almeno 3 sono state osservate nel 28 per cento dei pazienti trattati con azacitidina e venetoclax, contro il 41 per cento nel gruppo della chemioterapia intensiva; le emorragie gravi nel 2 contro il 12 per cento. Nei primi trenta giorni, la permanenza media in ospedale è stata di 12,5 giorni, anziché 27,3. Nello stesso periodo, nessun paziente del primo gruppo è stato ricoverato in terapia intensiva, mentre ciò è accaduto a circa uno su dieci nel secondo. Ridurre ricoveri, complicanze e perdita di autonomia non significa perseguire una cura più debole: significa valutare l’efficacia nella sua interezza clinica e umana.
“Meno intensivo”, del resto, non vuol dire innocuo. Anche azacitidina e venetoclax possono deprimere il midollo osseo e richiedono controlli ematologici ravvicinati. Inoltre il trial ha escluso diverse forme biologiche per le quali esistono strategie specifiche, comprese le leucemie con mutazioni di FLT3, quelle del core binding factor e, nei pazienti con meno di 60 anni, quelle con mutazione di NPM1. Non è quindi corretto estendere automaticamente questi risultati a ogni leucemia mieloide acuta: la classificazione genetica della malattia rimane decisiva per scegliere il trattamento.
Vi è poi un limite metodologico che non può essere ignorato. La sopravvivenza globale mediana è stata di 21,5 mesi con la combinazione e di 18 mesi con la chemioterapia intensiva, ma la differenza non ha raggiunto la significatività statistica. Lo studio era relativamente piccolo e non era stato progettato per dimostrare un vantaggio sulla mortalità; inoltre, le terapie somministrate dopo il fallimento, compreso il passaggio da uno schema all’altro, possono aver attenuato le differenze finali. Il finanziamento è stato fornito da AbbVie, Genentech e Harvard Cancer Center. Servono pertanto studi più ampi, conferme indipendenti e un’osservazione più lunga.
Questo non riduce il valore del risultato, ma lo colloca nel suo giusto significato. La ricerca non procede attraverso annunci miracolosi, bensì mediante prove che modificano progressivamente le domande cliniche. Non dovremmo più chiederci soltanto quanto trattamento una persona sia in grado di sopportare; dobbiamo chiederci quale trattamento offra il migliore controllo della sua leucemia, ne limiti le complicanze e le consenta di arrivare nelle condizioni migliori alle cure successive. È questo il compito di una medicina razionale: non confondere la forza con l’intensità, ma misurare ogni scelta sulla dignità e sulla concreta possibilità di cura della persona.

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Fathi AT, Perl AE, Fell GG, et al. Azacitidine–Venetoclax or Induction Chemotherapy for Acute Myeloid Leukemia. New England Journal of Medicine. 2026;395(9):845–858. doi:10.1056/NEJMoa2602804.

