Il cinema di Martin McDonagh è fatto di personaggi stravaganti. Persone con le quali non si vorrebbe fare neanche un viaggio in treno, che però risultano esilaranti per la loro capacità di sublimare l’incazzatura (ce l’hanno con tutti, ce l’hanno con il mondo) nell’umorismo. Il personaggio interpretato da John Malkovich in Wild Horse Nine, in concorso a Venezia 2026 e al cinema dal 5 novembre, è il tipico esempio: agente della CIA di lunghissimo corso, leggendario, praticamente un’incarnazione di tutte le nefandezze commesse dall’agenzia in patria e all’estero, Chris (Malkovich, appunto), malato di cancro, fa un ultimo viaggio nell’Isola di Pasqua. Dovrebbe essere un momento di grande introspezione, l’occasione per tirare le somme in un paesaggio carico di spiritualità. In un certo senso sì, Chris si mette a pensare, ma il bilancio della sua esistenza viene continuamente interrotto da offese ai superiori, dagli sfottò rivolti al suo migliore (e unico) amico Lee, interpretato da Sam Rockwell, che sopporta pazientemente, dal politicamente scorretto esercitato di continuo e contro tutto, perfino contro i testoni dell’Isola. Nonostante gli argomenti delicati (c’è un memorabile dialogo sui paesi produttori di formaggio) in sala si ride tantissimo, e questo perché il cinema può essere, se portato a certi livelli, uno strumento meravigliosamente immorale: Chris è l’essere che meno di tutti meriterebbe la nostra complicità (per quello che dice) e la nostra empatia (per quello che ha fatto), eppure conquista entrambe le cose. Perché? Questa è già diventata una recensione positiva…
Wild Horse Nine: amici ai confini del mondo
Vale la pena spendere due parole anche su Sam Rockwell, collaboratore del regista in 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Rockwell è perfetto per portare sullo schermo personaggi sopra le righe: nel recente Good Luck, Have Fun, Don’t Die, un film bellissimo e sottovalutato, esordisce vestito come un clochard del duemilacento, saltando sui tavolini di un diner e strappando i telefoni dalle mani dei clienti per lanciarli dall’altra parte della stanza. In Wild Horse Nine è l’accompagnatore di Chris nel suo ultimo viaggio: vorrebbe essere un amico sincero, ma la loro amicizia viene continuamente messa alla prova dalla fedeltà all’agenzia, spietata con i suoi stessi dipendenti. Chris vuole scrivere le sue memorie (l’aspetto ridicolo, qui, è che non si ricorda nulla). Per il timore che riveli i segreti della CIA, finisce nel mirino di MJ, interpretato da Steve Buscemi, che chiede a Lee di eliminarlo. Lee si trova tra due fuochi: da una parte vuole tutelare la propria carriera, dall’altra non ha intenzione di tradire l’amico, sebbene gli restino soltanto pochi giorni.
Diego Araya Corvalán
Un’altra cosa che a Wild Horse Nine riesce molto bene è ridisegnare la linea che divide i buoni dai cattivi: alcuni restano cattivi per tutto il tempo, come MJ; altri si presentano come i buoni e si scoprono cattivi, con un ribaltamento da thriller cospirativo che fa un sacco anni ’70 (gli stessi anni in cui è ambientato il film); altri personaggi, infine, sono presentati allo spettatore come i cattivi ma diventano, piano piano, i buoni, grazie all’esplorazione delle loro ragioni e a un singolo atto di redenzione che hanno il buonsenso e il coraggio di compiere quando vien data loro la possibilità di fare la scelta giusta. Ora, McDonagh riesce a fare tutto questo grazie a una sceneggiatura eccellente (che si è scritto da solo), ma sarebbe ingiusto sottovalutare il contributo di Malkovich, un attore enorme. Per Chris si inventa una parlantina caratteristica, riuscendo a essere spaventoso, divertente e magnetico allo stesso tempo, con quel fascino che gli viene dall’affrontare con ironico cinismo gli ultimi giorni. Siamo ancora dalle parti di Gli spiriti dell’isola, in cui l’amicizia tra due uomini viene scandita da atti estremi, violenti e paradossali, in un contesto chiuso e periferico, appena ai margini della Grande Storia. A Wild Horse Nine si potrebbe rimproverare una scrittura molto innamorata dei dialoghi ma meno buona a dare il giusto incedere alla storia: a volte si finisce impantanati nella stessa quotidianità un po’ stanca di questi vacanzieri ai confini del mondo. Eppure resta un film da vedere, sia per le interpretazioni sia per la grande capacità di manipolare lo spettatore: si inizia ridendo e si finisce sfiorati da una profondissima malinconia esistenziale, inconsapevoli di quando esattamente sia avvenuto lo switch.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).

