di
Sara D’Ascenzo
L’attrice, alla Mostra con due film, e l’attore intervistati dal direttore del «Corriere» Luciano Fontana e dal critico Paolo Mereghetti a «Che Spettacolo!»
VENEZIA Bisogna avere fiducia nel cinema italiano «perché può raccontare temi come l’immigrazione clandestina o il femminicidio trasfigurandoli, con toni che non sono quelli dell’attualità». Le parole di Valeria Golino suonano come un appello, ma anche una consapevolezza di sé: alla Mostra del Cinema di Venezia è con due film – Nessun dolore di Gianni Amelio e Serpenti di Roberto De Paolis – e con due personaggi nati proprio dall’avere fiducia nelle storie che i due registi volevano raccontare e di come volevano metterle in scena.
Lo ha spiegato venerdì pomeriggio nell’evento promosso da «Che Spettacolo!», il format di approfondimenti e interviste video che il Corriere della Sera e la Fondazione Ente dello Spettacolo hanno portato per il secondo anno alla Mostra del Cinema di Venezia con oltre cento appuntamenti. Dal palco della Sala Incontri dell’Hotel Excelsior, intervistata dal direttore Luciano Fontana e da Paolo Mereghetti, ha ricordato il suo rapporto con i personaggi interpretati o con compagne di viaggio come Matilda De Angelis, con la quale ha girato Fuori! di Mario Martone e nella quale «riconosco la ferinità di quando avevo la sua età».
Il filo rosso che ha attraversato la conversazione è stato «Il cinema della fiducia e la fiducia nel cinema». E di fiducia nel cinema Golino ne ha sempre avuta, fin da quando, bambina, la mamma in Grecia portava lei e il fratello in sala anche due o tre volte a settimana: «Vedevamo tutto, da Franco e Ciccio a Bergman. E poi i film americani: ero bambina negli anni ’70 e il cinema americano era meraviglioso. Io e mio fratello siamo diventati cinefili per quello: siamo stati fortunati ad avere due genitori così».
Fidarsi vuol dire anche accettare che un regista veda il tuo personaggio diversamente da come lo vedresti tu. Le è accaduto con Amelio: «Gianni è un regista speciale. Ho molto obbedito, ho avuto molta fiducia. Non sempre quello che mi chiedeva era quello che volevo io, l’ho fatto. La tensione tra me che ero diversa dal personaggio e tra lui che voleva portarmi verso la sua idea di femminile penso sia la chiave di quel piccolo ruolo, di Elsa, che è un omaggio a Elsa Morante».
«La fiducia – spiegato mosignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo – discende direttamente dal latino foedus, che significa patto. Per questo la fiducia non può essere un atto volontaristico, ma presuppone un accordo». Il cinema può parlare di fiducia, come stiamo vedendo in questa Mostra in film come 15/18 di Cédric Kahn, in cui è rappresentata una comunità problematica che ha stretto un patto e dunque si fida, o il patto drammatico del film di Martin McDonagh, White Horse Nine.
E di fiducia nel cinema e nelle arti tutte della Biennale ha parlato il presidente della Fondazione veneziana Pietrangelo Buttafuoco a inizio incontro, ricordando l’attore e regista catanese Angelo Musco, le cui parole gli sono risuonate parlando con Gennaro Nunziante, regista di Buen Camino, il record d’incassi di Checco Zalone: «Bisogna fare in modo che ognuno, tornando a casa dopo uno spettacolo, abbia fiducia in sé stesso nell’accompagnarsi a un’emozione».
Sembrano quasi le stesse parole di Giacomo Poretti, anche lui intervistato dal direttore Luciano Fontana e da Paolo Mereghetti. «Il lieto fine è importante – ha detto Poretti citando il film della sua vita, La vita è meravigliosa di Frank Capra –. Ci sono stati anni in cui era quasi proibito, bisognava tornare a casa e soffrire su un film. Ma uscendo dalla banalità del concetto, il lieto fine è centrale, perché è un tentativo di comporre un rapporto, e di portarlo verso una sensazione positiva».
Il suo prossimo film Magari un’altra volta, che uscirà nelle sale il 27 gennaio per Medusa e lo vede nuovamente in scena con Aldo Baglio e Giovanni Storti, sarà diretto da Tobia Passigato, 35 anni: «Ho fiducia nei giovani, fuori dalla retorica. È tutto giovane il team con cui faccio il Poretcast, il mio format di interviste. Mi hanno proibito di rispondere ai commenti negativi che ci sono sempre e io posso sfogarmi una sola volta al mese. La prima regola era incontrare persone lontanissime da me: così il primo anno ho finito per intervistare solo rapper. Dopo aver riaperto due spazi a Milano, l’Oscar e il Teatro degli Angeli, con gli amici Luca Doninelli e Gabriele Allevi e il sostegno le nostre compagne, ora il sogno è formare una compagnia teatrale». Più fiducia di così.
4 settembre 2026 ( modifica il 4 settembre 2026 | 21:16)
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