di
Rosanna Scardi

Il supermodello e attivista, nato da padre pugliese e madre italo-indiana, è stato scoperto dal compianto stilista milanese vent’anni fa, quando lavorava come commesso in un negozio del capoluogo lombardo

«Maestro GA, oggi è passato un anno da quando se n’è andato, ma la verità è che non se n’è mai andato davvero. È in ogni passo che faccio, nel modo in cui guardo il mondo, nella disciplina che applico a ogni singolo giorno della mia vita». Fabio Mancini, il supermodello e attivista, nato da padre pugliese e da madre italo-indiana, ricorda con un lungo post sulla sua pagina Instagram Giorgio Armani, scomparso un anno fa

«L’Italia in queste ore – prosegue Mancini, di recente premiato quale erede di Rodolfo Valentino – è piena di Lei. Parlano del genio, del Re, del mito che ha cambiato la storia. Io guardo quelle pagine e sorrido, perché dietro il titano che tutto il mondo celebra, io vedo l’uomo. Vedo quegli occhi azzurri e severi che un giorno, quasi vent’anni fa, si posarono su un ragazzo che non aveva più sogni, e decisero che quel ragazzo valeva qualcosa. Mi ha preso dal nulla, Maestro. Mi ha insegnato a camminare, non solo sulla passerella, ma nella vita. Ricordo ancora la Sua voce, il Suo tocco fermo sulle mie spalle per correggere la postura, l’ossessione per quel dettaglio che faceva la differenza. Mi ha regalato una vita che non avrei mai osato nemmeno sognare: vent’anni di sfilate, di campagne mondiali, di traguardi che la storia della moda ricorderà come record, ma che per noi erano solo la nostra quotidianità». 



















































Mancini, vent’anni fa, viveva a Milano. Faceva il commesso in un negozio vicino a via Montenapoleone. Una mattina, recandosi al lavoro, fu incuriosito da un set fotografico sul ciglio di un marciapiede. Un collaboratore degli uffici di Armani lo avvicinò. E l’indomani si trovò a sostenere il provino con Re Giorgio. Ed ecco il lascito più importante dello stilista. 

«Tutto ciò che mi ha trasmesso – afferma nel post -, quell’idea di eleganza pura che non è mai apparire, ma essere, non è rimasto chiuso in un cassetto o confinato nei ricordi del passato. Oggi la sto trasmettendo ai più giovani. Quando incontro le nuove generazioni, vedo nei loro occhi lo stesso smarrimento che avevo io alla loro età. E allora parlo a loro di Lei, del valore del sacrificio, dell’umiltà e del rispetto. Cerco di essere per loro quella guida e quel faro che Lei è stato per me. E proprio pensando a loro, voglio dirLe che presto manterrò quella promessa che Le ho fatto anni fa. Quel patto silenzioso nato tra noi, che custodisco nel cuore e che sta finalmente per prendere vita, per dare continuità a tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto». 

Infine, il congedo: «Mi manca il suo rigore protettivo, la sua genialità silenziosa. Ma oggi non voglio piangere la sua assenza. Voglio celebrare la fortuna immensa di aver camminato al Suo fianco per metà della mia vita».


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4 settembre 2026 ( modifica il 4 settembre 2026 | 15:19)