di
Simone Canettieri

La premier sul governo più longevo: «Siamo a posto con la coscienza e le pagine più belle devono ancora essere scritte. La nuova legge elettorale contro i ribaltoni e contro gli accordi di palazzo che vuole il Pd»

DAL NOSTRO INVIATO 
BARI – Prima salpa una nave da crociera: va in Grecia. Poi tocca a Giorgia Meloni: va in campagna elettorale. Il molo di Bari per la premier non è solo il porto che celebra il record di longevità del suo governo (1.413 giorni a Palazzo Chigi) e l’orgoglio di una comunità, riunitasi qui, nonostante il solleone. In cinquemila, secondo la Questura. In diecimila, secondo gli organizzatori.

L’antico molo borbonico è dunque il punto di partenza verso le prossime elezioni. Perché lei non «ha mai mollato e mai lo farà». Anche se c’è «molto da pedalare», anche se in alcuni giorni grigi ha avuto la sensazione di «nuotare nella colla».



















































Un’ora spaccata di discorso. Senza improvvisazioni, né colpi di teatro. La premier legge. Vuole essere chirurgica. Dolce siparietto: la figlia Ginevra che la chiama mentre sta parlando. Tutto ruota intorno alla rivendicazione delle cose fatte e quindi della stabilità come biglietto da visita, ma anche sulla consapevolezza che su alcuni argomenti si poteva fare di più. Il pensiero corre alla sicurezza «perché da noi ci si aspetta di più».

Tuttavia non è il tempo di annunci roboanti. Chi si aspettava i fuochi d’artificio si deve accontentare delle luminarie pugliesi adagiate intorno al palco. Alla voce «notizie» c’è da registrare: l’attesa conferma dell’estensione della Zes (Zona economica speciale) in tutto il Paese e l’intenzione di aumentare la quota di petrolio che si può estrarre in Italia «perché non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata». E contro il caro carburanti «aiuti mirati perché non possiamo permetterci di spendere altri soldi per chi non ne ha bisogno». Sulle tasse si vedrà.

 Bisognerà prima capire se Palazzo Chigi uscirà dalla procedura d’infrazione.
Scaletta quasi rispettata coi tempi, prima di Meloni parlano i leader della coalizione da Maurizio Lupi ad Antonio Tajani, passando per Matteo Salvini, il cui collegamento va «a singhiozzo». E la perfidia popolare commenta: «Come i treni». Il centrodestra è unito, da vicino e da lontano. «Siamo alleati per qualcosa, non contro. Niente sarebbe stato possibile senza la famiglia del centrodestra», dice. «Non c’è alternativa», in coro i tre alleati che non avrebbero disdegnato un evento di coalizione.

Nessuna defezione tra i ministri di Fratelli d’Italia. Si vede anche il vice di Nordio alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che è di Forza Italia (avvistata dall’AdnKronos Francesca Pascale, ex compagna del Cav.). Ecco la presidente di Sud chiama Nord Laura Castelli, vicesindaca di Messina. Tra la folla compare anche un cartello con la faccia di Pier Silvio Berlusconi e il virgolettato: «Meloni è la migliore premier d’Europa».

C’è attesa per questo comizio. Che risulterà più politico che programmatico. I grandi non citati: Donald Trump, la guerra in Ucraina e Roberto Vannacci. Anche se sul generale, senza mai nominarlo, Meloni cala lo schiaffo del soldato. Esempio: «Il femminicidio esiste, eccome se esiste. Si uccide una donna perché osa essere libera, non è cristiano». Il riferimento, che stringe il cuore, è alla vita strappata di Lorena. Questa è l’occasione per ribadire, qualora ce ne fosse bisogno, che certe battaglie sono il petrolio di Fratelli d’Italia. E non di altri, che non vengono nominati. Ancora un esempio: «Non esistono luoghi di culto che si sottraggono ai doveri di trasparenza e controllo e non esiste tolleranza per la propaganda fondamentalista e per chi forma cellule jihadiste». Altra frecciata a Futuro nazionale sulla remigrazione: «Chi vi propone soluzioni facili, non vi dice la verità».

Meloni non molla nemmeno sulla sconfitta del referendum sulla giustizia. La chiama «occasione persa». Annuncia che continuerà a dare risposte su questo tema. Così come sulla legge elettorale, argomento toccato in apertura, per consentire ai cittadini di scegliere «la coalizione, il programma, il candidato premier», una riforma «contro i ribaltoni e contro gli accordi di palazzo che vuole il Pd». I franchi tiratori di Montecitorio sono avvisati. L’unico tratto ironico del discorso di Meloni è riservato alle opposizioni, alla sinistra «caviale e Ztl». Quella che va in tilt per organizzare le primarie e che resta «l’opposizione più longeva della storia della Repubblica». Piccole ammissioni sulla sanità e sulle prestazioni che vengono erogate con troppo ritardo e autoassoluzione («Le liste d’attesa non le ho create io»).

Consapevolezza sui salari — «cresciuti» — anche se il problema non è stato risolto, ammette. Meloni dice «siamo a posto con la nostra coscienza» e che c’è una pagina ancora da scrivere e che il meglio deve ancora venire. Davanti a sé ha tutta la sua classe dirigente a cui dice di «fare meglio e di più». Alle 21.45 c’è un aereo che l’aspetta per portarla a Roma. A mano a mano di Rino Gaetano certifica la fine del comizio.


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4 settembre 2026