Per anni il nome di Anthony Hopkins è stato accompagnato da una frase diventata quasi una certezza: “ha la sindrome di Asperger”. Anche l’attore ne ha parlato in diverse occasioni, descrivendosi come una persona solitaria, molto concentrata sui dettagli e incline a ripetere a lungo parole e copioni. Ma il suo racconto non è stato sempre lineare. Nel 2021, quando GQ gli chiese come fosse arrivata la diagnosi, Hopkins rispose in modo vago, dicendo che forse lo aveva contattato un medico e aggiungendo di non credere molto a quell’etichetta.

Nel 2025 è arrivata una precisazione ancora più importante. In una lunga intervista al Guardian, Hopkins ha spiegato di non essersi mai sottoposto a una valutazione professionale: l’ipotesi sarebbe nata soprattutto dalle osservazioni della moglie Stella Arroyave, colpita dal suo bisogno di ordine, dalla memoria eccezionale e da alcune abitudini ripetitive. L’attore ha inoltre mostrato forte scetticismo verso le etichette diagnostiche. Questo non dimostra che sia autistico, ma neppure che non lo sia. Significa che, sulla base delle informazioni pubbliche più recenti, non è possibile parlare con certezza di una diagnosi clinica confermata.

La prima correzione sanitaria riguarda però la parola “malattia”. L’autismo non è una malattia, ma una differenza del neurosviluppo che può influenzare comunicazione, relazioni, attenzione, interessi e risposta agli stimoli sensoriali. Le necessità cambiano enormemente da persona a persona: c’è chi vive in piena autonomia e chi ha bisogno di un sostegno importante. Anche le capacità cognitive sono molto variabili. Per questo non esiste un unico modo di “sembrare autistici”.

Anche il termine “sindrome di Asperger” oggi non viene più utilizzato come diagnosi separata. È stato assorbito nel disturbo dello spettro autistico dai principali sistemi internazionali di classificazione. Alcune persone continuano a usarlo perché fa parte della loro storia personale, mentre altre lo rifiutano. Parlare di spettro serve proprio a ricordare che i profili sono differenti e che una persona apparentemente autonoma può comunque affrontare difficoltà non visibili dall’esterno.

Il caso Hopkins mostra quanto sia facile confondere un tratto con una diagnosi. Avere pochi amici, amare la precisione, memorizzare testi con facilità, preferire la routine o sentirsi a disagio nelle situazioni sociali non basta per concludere che una persona sia autistica. Una valutazione adulta ricostruisce lo sviluppo fin dall’infanzia, osserva il funzionamento nella vita quotidiana, raccoglie informazioni da familiari o persone vicine e considera condizioni alternative o concomitanti. Non esiste un singolo questionario, un esame del sangue o un’immagine del cervello capace, da sola, di dare la risposta.

Hopkins ha raccontato di imparare i copioni leggendoli anche cento o duecento volte, fino a sentirsi completamente libero davanti alla macchina da presa. È una tecnica che ha contribuito alla sua straordinaria carriera, ma attribuirla automaticamente all’autismo sarebbe scorretto. La neurodivergenza non è una scorciatoia per spiegare il talento, così come non è sinonimo di genialità. Romanticizzare l’autismo come un “superpotere” rischia di cancellare le fatiche di molte persone; descriverlo soltanto come disabilità rischia invece di ignorarne competenze, strategie e identità.

Una diagnosi in età adulta può comunque avere valore quando alcuni schemi sono presenti da sempre e provocano sofferenza, isolamento, sovraccarico sensoriale o difficoltà nel lavoro e nelle relazioni. Non cambia il passato, ma può offrire una chiave di lettura, facilitare l’accesso a sostegni appropriati e distinguere l’autismo da condizioni che richiedono interventi differenti. In Italia esistono linee guida specifiche dell’Istituto Superiore di Sanità per la diagnosi e la presa in carico degli adulti nello spettro.

La storia di Anthony Hopkins, dunque, non autorizza diagnosi a distanza. Offre però una lezione utile: un personaggio famoso può aprire una conversazione, ma non può sostituire la medicina. La formula più corretta non è “Hopkins ha l’Asperger”, bensì “Hopkins ha descritto alcuni tratti compatibili con lo spettro, senza una valutazione clinica pubblicamente confermata”. È una distinzione meno spettacolare, ma molto più rispettosa sia dell’attore sia delle persone autistiche.

Fonti:

The Guardian; GQ; NHS; National Autistic Society; Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità.