La ricerca sull’Alzheimer sta entrando in una fase nuova. Per la prima volta esistono farmaci capaci di rimuovere dal cervello una parte della beta‑amiloide, ma gli studi aggiornati al 2026 indicano che eliminare le placche non basta per fermare la malattia. Il futuro sembra piuttosto legato a diagnosi anticipata e terapie combinate contro amiloide, tau, neuroinfiammazione e danno vascolare.
È il quadro che emerge da una vasta revisione pubblicata su Frontiers in Pharmacology, integrata con i risultati scientifici e regolatori più recenti.
I farmaci tradizionali agiscono soprattutto sui sintomi
Donepezil, rivastigmina e galantamina aumentano la disponibilità dell’acetilcolina, sostanza necessaria per memoria, attenzione e apprendimento. La memantina, utilizzata prevalentemente nelle forme moderate e gravi, modula invece gli effetti del glutammato e contrasta l’eccessiva stimolazione dei neuroni.
Questi medicinali possono offrire un beneficio sintomatico e, in alcuni pazienti, rallentare temporaneamente il deterioramento funzionale. Non eliminano però la causa della malattia né recuperano i neuroni già perduti.
Il principale ostacolo è il tempo. Le modificazioni cerebrali dell’Alzheimer possono cominciare molti anni prima dei vuoti di memoria e della perdita di autonomia. Quando i sintomi diventano evidenti, il danno può essere già esteso.
Lecanemab e donanemab: placche ridotte, beneficio contenuto
Lecanemab e donanemab sono anticorpi monoclonali che riconoscono differenti forme della beta‑amiloide e ne favoriscono la rimozione. Nei rispettivi studi di fase 3 hanno rallentato statisticamente il declino cognitivo e funzionale nei pazienti con deterioramento cognitivo lieve o demenza lieve e amiloide cerebrale confermata.
Non sono però farmaci capaci di guarire l’Alzheimer, restituire la memoria perduta o bloccare definitivamente la progressione.
Lecanemab, commercializzato come Leqembi, è stato autorizzato nell’Unione europea nell’aprile 2025. Donanemab, Kisunla, ha ricevuto l’autorizzazione europea nel settembre dello stesso anno. L’impiego è limitato a pazienti selezionati nelle fasi iniziali, con patologia amiloide documentata e nessuna o una sola copia del gene APOE4. EMA – Leqembi�, EMA – Kisunla�.
I trattamenti richiedono infusioni e controlli con risonanza magnetica perché possono provocare le ARIA: edema cerebrale o microemorragie, spesso asintomatici ma, in alcuni casi, clinicamente importanti.
Una revisione Cochrane pubblicata nel 2026, comprendente 17 studi e oltre 20 mila partecipanti, ha concluso che l’effetto medio degli anticorpi anti‑amiloide sulla memoria e sulla gravità della demenza a 18 mesi è assente o molto piccolo, mentre aumentano edema e microsanguinamenti cerebrali. L’interpretazione resta discussa perché l’analisi ha riunito sia i farmaci più recenti sia anticorpi precedenti che avevano già fallito. Il dato condiviso è comunque che la rimozione dell’amiloide, da sola, non garantisce un miglioramento clinicamente percepibile.
Tau, il danno che si propaga dentro i neuroni
Il secondo grande bersaglio è tau. In condizioni normali questa proteina stabilizza i microtubuli, i “binari” interni attraverso i quali il neurone trasporta sostanze indispensabili.
Nell’Alzheimer tau viene modificata in modo anomalo, si stacca dai microtubuli e forma grovigli neurofibrillari. Il trasporto cellulare si interrompe, le sinapsi perdono efficienza e il neurone può morire.
Sono allo studio anticorpi, vaccini, inibitori dell’aggregazione e oligonucleotidi antisenso capaci di ridurre la produzione di tau. I risultati sperimentali ottenuti entro il 2026 confermano l’interesse per questo bersaglio, ma non esiste ancora una terapia anti-tau approvata che abbia dimostrato definitivamente di modificare il decorso dell’Alzheimer.
La strategia futura potrebbe consistere nell’agire prima sull’amiloide e poi, o contemporaneamente, su tau per limitare la propagazione del danno.
Infiammazione, vasi e metabolismo
L’Alzheimer non sembra dipendere da un unico meccanismo. Alla neurodegenerazione possono concorrere:
attivazione cronica della microglia;
danno dei piccoli vasi cerebrali;
alterazioni della barriera ematoencefalica;
stress ossidativo e disfunzione mitocondriale;
diabete, obesità e insulino-resistenza;
disturbi del metabolismo dei lipidi;
predisposizione genetica, soprattutto legata ad APOE4.
La microglia è il sistema di difesa del cervello. Nelle prime fasi prova a eliminare proteine e detriti; se resta attivata troppo a lungo, può alimentare un’infiammazione dannosa per neuroni e sinapsi.
Questo non significa che i comuni antinfiammatori prevengano l’Alzheimer. Gli studi sui Fans hanno prodotto risultati contraddittori e l’impiego cronico espone a rischi gastrointestinali, renali e cardiovascolari. La ricerca punta a interventi molto più selettivi sulla microglia e sulle vie immunitarie.
Anche metformina e agonisti del recettore GLP-1 sono studiati per i possibili effetti sul metabolismo cerebrale, ma non sono attualmente trattamenti dell’Alzheimer nelle persone non diabetiche. Controllare diabete, pressione, obesità e malattie cardiovascolari rimane comunque essenziale per ridurre i fattori che possono accelerare il deterioramento cerebrale.
La diagnosi si sposta verso il sangue
Uno dei progressi più concreti riguarda la tau fosforilata p-tau217. Studi del 2025 e del 2026 indicano che alcuni test ematici possono riconoscere la patologia biologica dell’Alzheimer con un’accuratezza vicina a quella ottenuta attraverso liquido cerebrospinale e PET, soprattutto nei pazienti che presentano già disturbi cognitivi.
Le linee guida dell’Alzheimer’s Association del 2025 ne prevedono l’impiego nei centri specialistici, utilizzando soltanto test che raggiungano precisi standard di sensibilità e specificità.
P-tau217 non è però un esame da utilizzare isolatamente sulla popolazione sana. Il risultato deve essere interpretato insieme a visita neurologica, valutazione neuropsicologica, storia clinica ed eventuali approfondimenti strumentali. Si studiano inoltre GFAP, neurofilamento leggero e rapporto amiloide Aβ42/40.
Verso una terapia personalizzata
Il quadro aggiornato al 2026 suggerisce che non esisterà una sola cura valida per tutti. In un paziente potrebbe prevalere la componente amiloide, in un altro la diffusione di tau, in un altro ancora il danno vascolare, metabolico o infiammatorio.
La medicina dell’Alzheimer potrebbe quindi seguire un modello simile a quello oncologico:
identificazione precoce della firma biologica;
valutazione di amiloide, tau, neurodegenerazione e rischio genetico;
controllo intensivo dei fattori vascolari e metabolici;
combinazione di farmaci diretti contro bersagli differenti;
monitoraggio della risposta attraverso biomarcatori ematici e imaging.
Gli anticorpi anti-amiloide hanno dimostrato che è possibile modificare almeno un meccanismo della malattia. Hanno però anche chiarito che rimuovere le placche non equivale automaticamente a preservare memoria e autonomia.
La possibile svolta non sarà dunque una molecola miracolosa, ma la capacità di riconoscere l’Alzheimer prima che troppi neuroni siano perduti e di contrastarlo contemporaneamente su più fronti.
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