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Gaia Piccardi, inviata a New York

«A volte mi amo e a volte mi odio» ha detto il n.6 del mondo al termine del match vinto contro Schoolkate in quattro set

 «Un giorno mi amo, quello dopo mi odio. Sono matto di una mattaggine pura e non cambierò. Ma oggi sono contento di essere Flavio Cobolli». Dei quattro set con l’australiano Schoolkate, alla fine, restano le urla sguaiate, i baci alla telecamera, il colpo più bello del torneo insieme alla palla di Tommy Paul che è passata larga dal paletto della rete (stesso campo) — cioè un lob in tweener di Flavio, un guizzo di puro istinto animale — e quella frase che dice tutto di Cobolli e del movimento d’opinione che, in assenza di Jannik Sinner, sta prendendo piede in America, tra Cincinnati e New York.

Il Cobollismo è uno sturm und drang nostrano, una forma di resilienza lamentosa ma granitica, tipicamente italiana, capace in corso d’opera di piccoli e grandi miracoli: la lezioncina di resilienza a Jodar e la masterclass di tattica a Paul in Ohio (entrambi battuti dopo aver perso il primo set), il successo in rimonta qui all’Open Usa con Comesana al primo turno e la riconquista del Queens nel Risiko che è stata la sfida con Schoolkate giovedì notte. Vai a letto convinto di risvegliarti con Cobolli fuori dal torneo e invece lo ritrovi vivo, magari incazzato nero ma con la voglia di meritarsi il gianduiotto-premio della stagione che lo ha issato al n.6 del ranking mondiale: le Atp Finals di Torino. 



















































E così, con Paolini eliminata ieri e due soli azzurri arrivati al terzo turno dell’ultimo Slam stagionale, oltre che dei propri beniamini (15 americani in tabellone dopo due match, 7 uomini e 8 donne: orfana del leader, a New York l’onda azzurra per ora si è rivelata una modestissima mareggiata) il pubblico di casa si sta innamorando dell’ex calciatore che percorre chilometri senza stancarsi con polpacci da terzino e dentro il match, prima o dopo, infila sempre una cobollata degna del Cobollismo. Non che sia una novità assoluta per uno dei più grandi lottatori del circuito, ma la nona partita della stagione rimessa in piedi da Ercolino dopo essere partito in svantaggio certifica definitivamente la vena guerriera del ragazzo che ha superato De Minaur e Medvedev nel ranking (Djokovic è crollato, uscendo dai top 10, per problemi suoi): ora è n.5 virtuale a soli 170 punti dal canadese Auger-Aliassime, già eliminato. 

Impossibile non notare, tra i tratti distintivi del modus operandi del finalista del Roland Garros, la benzina che Flavio trae dalla sfida a distanza con il padre Stefano, che lo allena. Spesso i suoi match sono un dialogo nemmeno troppo silenzioso con Cobolli senior, a volte anzi molto acceso e colorito, anche se non è dato sapere a chi fosse rivolto quello sfogo («Hai visto che sono forte anche io, co…ne?») con cui Flavio aveva sigillato la bellissima vittoria su Jodal, all’epoca il tennista più bollente del circuito, a Cincinnati. Quel che è certo è che subito dopo, nella pancia dello stadio, tra padre e figlio c’era stato un abbraccio intensissimo, documentato dalle telecamere. «Di solito, quando analizziamo il match, la conversazione inizia con mio papà che mi dà del cretino…» ha raccontato Flavio.

Dell’aneddotica dell’ultimo Wimbledon, il giardino privato di Sinner sul quale Cobolli si era spinto fino ai quarti come nel 2025, fa parte la scarsa fiducia che aveva spinto Stefano Cobolli ad affittare una casa solo per la prima settimana dei Championships. Il dettaglio è stato confermato sia da Flavio che dal fratello Guglielmo detto Gulli. Con il risultato di costringere il figlio ad affrontare De Minaur, dopo aver riesumato il match con Khachanov da 0-6 nel primo set, con le valigie in spogliatoio. La conseguenza più evidente di questo Edipo irrisolto era stata la partita perfetta di Flavio: 7-5, 7-6, 6-3 al top 10 australiano per dimostrare al genitore — ancora una volta — che si era sbagliato.

Nell’animo da gladiatore di Cobolli forse brucia ancora la previsione minimalista di Stefano a inizio carriera: sì, mio figlio è un buon giocatore, ma non andrà oltre la top 30. Forse si era sbilanciato con prudenza da padre, ma di certo il coach non ci aveva visto lungo. E allora, dopo l’inedita ma assai remunerativa scelta di andare a giocare la Bundesliga tedesca e un po’ di vacanze con la sua Matilde, non dobbiamo stupirci di ritrovare all’Open Usa un Cobolli pieno di voglia di riscatto. Oggi lo aspetta il belga Blockx, appena battuto in Ohio. Flavio è netto favorito: un ruolo che deve ancora stamparsi sulla pelle, insieme ai 50 tatuaggi di cui va fiero. Aspettiamoci la solita rissa con i soliti improperi. E il solito cuore.

5 settembre 2026