Il cervello, a quanto pare, non porta l’età come un cartellino ben cucito sul rovescio. Nella schizofrenia lo si è descritto per anni come un organo lanciato troppo presto verso la vecchiaia: non una semplice immagine, perché grandi analisi di risonanza magnetica strutturale hanno effettivamente rilevato, in media, caratteristiche anatomiche associate a qualche anno in più rispetto all’età anagrafica. Una precedente ricerca internazionale del consorzio ENIGMA, condotta su oltre 5.000 persone, sembrava dare consistenza a questo anticipo. Ora, però, uno studio pubblicato su Translational Psychiatry cambia l’illuminazione della scena: quando si osservano le comunicazioni fra le regioni cerebrali, un cervello apparentemente più giovane non è sempre il premio che immaginiamo.
Vediamo il congegno. I ricercatori hanno raccolto le risonanze magnetiche funzionali a riposo di 2.222 persone sane, distribuite in diverse fasce d’età, e hanno affidato a un algoritmo il compito di riconoscere come mutano negli anni le configurazioni della connettività cerebrale. Non più, dunque, soltanto forma, volume e anatomia, ma il fitto scambio di segnali fra un’area e l’altra mentre il soggetto non svolge un compito specifico: una rete in apparente quiete che, sotto la superficie, continua a lavorare.
Questo “orologio” funzionale è stato poi portato alla prova dei fatti in quattro coorti indipendenti, composte da persone con disturbi dello spettro schizofrenico e controlli sani. Il primo responso non sorprendeva: nel complesso, i pazienti mostravano un modesto slittamento verso un cervello funzionalmente più anziano. Lo stesso andamento compariva con due differenti mappe di suddivisione delle regioni cerebrali, particolare tecnico ma importante, perché suggerisce che il risultato non fosse soltanto un gioco di confini tracciati dall’algoritmo.
Ma ecco il rovesciamento. Abbandonato il confronto generale fra pazienti e controlli, gli studiosi hanno guardato alle differenze interne al gruppo clinico; qui il calendario ha cominciato a comportarsi come un commesso troppo zelante, distribuendo giovinezza dove non necessariamente c’era un vantaggio. I pazienti con un cervello funzionalmente più giovane dell’età anagrafica tendevano infatti a ottenere risultati peggiori in alcuni test cognitivi, ad avere una malattia di durata maggiore e a presentare più segni neurologici sfumati: piccole anomalie della coordinazione, dell’integrazione sensoriale o dell’organizzazione motoria.
Giovane, dunque, significa malato? No. Sarebbe una conclusione brillante soltanto per semplicità, e proprio per questo sbagliata. In questo contesto specifico, l’algoritmo potrebbe classificare come giovane una rete meno differenziata, maturata secondo una traiettoria atipica oppure organizzata diversamente rispetto a quella osservata nella popolazione sana. L’etichetta anagrafica rischia insomma di nascondere il dato più interessante: giovane sulla carta può voler dire meno maturo nell’architettura funzionale, non più fresco, efficiente o protetto.
Un altro indizio arriva dalle rivalutazioni eseguite dopo 12 o 24 settimane. Quando la connettività dei pazienti si spostava verso un’età funzionale più elevata, diminuivano alcuni segni relativi alla coordinazione motoria e ad altre anomalie neurologiche. È un passaggio suggestivo, senza dubbio, ma ancora fragile: l’associazione emergeva soltanto con una delle due mappe cerebrali impiegate. Meglio quindi non trasformare un segnale preliminare in una certezza clinica.
Del resto, questo brain age non è una carta d’identità del singolo cervello. I modelli migliori conservavano un errore medio di 14-16 anni, una forbice troppo larga per dire a una persona quanti anni abbia davvero, dal punto di vista funzionale, il suo organo. Restano inoltre da districare malattia e trattamento: la dose giornaliera di antipsicotici non spiegava i risultati, ma lo studio non ricostruiva l’intera esposizione farmacologica accumulata nel corso della vita.
Tornando allora al vecchio ritratto della schizofrenia come invecchiamento accelerato, la nuova ricerca non lo cancella: lo rende più mosso. Alcuni cervelli appaiono più anziani, altri più giovani; e proprio questa dispersione potrebbe segnalare differenti modi in cui lo sviluppo e la riorganizzazione delle reti si allontanano dalla traiettoria ordinaria. Non un solo orologio che corre troppo in fretta, dunque, ma molti meccanismi regolati diversamente. È in quella sfasatura, più che nel numero scritto sul quadrante, che la ricerca dovrà continuare a guardare.

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Volkmer S, Fritze S, Altinok DCA, et al. Resting-state brain age is associated with cognitive and sensorimotor abnormalities in schizophrenia spectrum disorders: a validation & longitudinal study. Translational Psychiatry. 2026;16:451. doi:10.1038/s41398-026-04426-3.

