di
Chiara Maffioletti, inviata a Venezia

Il film, presentato alle Giornate degli Autori, sulla storia due musicisti fuggono dall’Afghanistan. «Divento produttrice per restituire la fiducia che ho ricevuto»

VENEZIA Matilda De Angelis dice di essere una brava giocatrice di carte. «So che non tutte le partite si possono vincere, ma so anche quando ho in mano delle buone carte e lo faccio». È quello che è successo anche con Balcanica, l’opera prima di Nicola Sorcinelli presentata alle Giornate degli Autori, di cui De Angelis non è solo attrice ma anche produttrice associata. Parla del viaggio lungo la rotta balcanica di un padre e un figlio che lasciano l’Afghanistan quando la musica viene vietata. «Ci sono tanti modi per affamare un popolo: lo vediamo ogni giorno, da Cuba alla Palestina. L’arte è metafora della libertà di espressione». 

Lei ha mai pensato a chi sarebbe diventata se non avesse potuto fare l’attrice?
 «In effetti non saprei. So che mi ero iscritta all’università per diventare interprete, penso mi sarebbe piaciuto. Ho scoperto tante cose solo facendole, quindi chissà: magari avrei imparato altre cose».



















































La sua carriera è iniziata 13 anni fa. Cosa direbbe a quella ragazza di 17 anni?
«Le direi che sta facendo la scelta giusta. Dal mio punto di vista, con questo film ho voluto restituire la fiducia che mi è stata data ai miei inizi».

Da allora è cambiato qualcosa per le donne nel cinema?
«Sicuramente negli anni c’è stata una rivoluzione, anche se molto gentile, portata avanti dalle donne. In tante hanno deciso di far sentire la propria voce. Ci siamo incoraggiate a vicenda. Di certo io sono arrivata a questo lavoro in un periodo di transizione, nel passaggio tra il vecchio mondo e il nuovo mondo. Faccio parte di una generazione a cavallo di tante cose e ne sento la responsabilità».

Un modo per far sentire di più la propria voce è di certo produrre storie. Potrebbe essere anche la regia, per lei?
«Sì, la produzione sicuramente è un percorso che mi piacerebbe anche portare avanti, la regia vediamo. Però non me lo nego, non mi nego di immaginarlo».

Come giudica la mancanza di cineaste in gara alla Mostra?
«Non vorrei scendere in polemiche, posso solo dire che non sono la direttrice della Mostra… dipendesse da me potrei rispondere, così non so. Io posso agire un cambiamento nel mio piccolo, non mi arrogo il diritto di parlare universalmente delle cose, anche perché non so come ci si sia arrivati. Io però cerco di uscire dal mio individualismo e di comportarmi secondo le mie potenzialità».

Nel film interpreta una dottoressa che cura i bisognosi, sentendosi spesso impotente. Ha mai provato quella sensazione?
«Tutti i giorni. Viviamo in un mondo inquietante e credo che ci sentiamo tutti impotenti. Non siamo a capo di governi o ai vertici della società, credo sia inevitabile». 

Il cambiamento può passare anche dalla scelta dei ruoli? 
«Sì, ma ammetto che non mi sono mai interrogata così razionalmente su questo. Non vorrei passasse l’idea che ci sia dell’autocompiacimento nel essere quella che porta avanti certi temi, valori… è successo ma non era studiato. Però, certo, se sono attratta da certi progetti, evidentemente risuonano in me».

5 settembre 2026 ( modifica il 5 settembre 2026 | 07:12)