Mal di schiena, cuffie nelle orecchie, playlist preferita. Oppure il dentista, la sala d’attesa, quel dolore che non vuole saperne di lasciarci in pace e una canzone che, per qualche minuto, sembra abbassarne il volume. Non sparisce. Però qualcosa cambia. Potrebbe sembrare il più economico degli effetti placebo: invece il rapporto tra musica e dolore interessa da anni neuroscienziati e ricercatori. E la domanda è meno banale di quanto sembri: perché una sequenza di note dovrebbe avere qualcosa da dire a un ginocchio dolorante?

Per capirlo bisogna dimenticare l’idea del dolore come semplice campanello d’allarme che parte da un punto del corpo e arriva al cervello. La faccenda è più sofisticata. Il dolore è un’esperienza sensoriale ma anche emotiva e cognitiva. Attenzione, aspettative, paura, ricordi e contesto possono modificarne la percezione. Il cervello, insomma, non si limita a ricevere il dolore: contribuisce a stabilire quanto spazio concedergli. È qui che entra la musica. Una revisione pubblicata nel 2026 su PAIN Reports ha passato al setaccio 663 lavori scientifici e ne ha selezionati 57 che studiavano specificamente i possibili meccanismi attraverso cui gli interventi musicali possono influenzare il dolore. Dal mosaico emergono soprattutto tre piste interessanti.

Primo: deve piacerci

La prima riguarda le emozioni. La musica capace di suscitare una risposta emotiva positiva sembra avere maggiori possibilità di attenuare la percezione dolorosa. Non significa che esista una “canzone analgesica” universale. Anzi. Il brano rilassante scelto da qualcun altro potrebbe avere su di noi lo stesso fascino della musica d’ascensore alle sette del mattino. Studi precedenti hanno già mostrato che la componente piacevole dell’esperienza musicale contribuisce all’analgesia indotta dalla musica. Il punto, quindi, potrebbe non essere soltanto ciò che arriva alle orecchie, ma l’emozione che quella musica riesce ad accendere nel cervello.

Secondo: scegli tu

Ed ecco il secondo ingrediente: avere voce in capitolo. La revisione individua nella cosiddetta “agenzia cognitiva” – in parole semplici, la sensazione di poter controllare una parte dell’esperienza – un altro possibile meccanismo importante. Scegliere personalmente cosa ascoltare può quindi contare. Una precedente meta-analisi sul dolore cronico aveva già osservato un effetto maggiore quando la musica era scelta dal paziente rispetto a quando veniva selezionata dal ricercatore. Non è difficile intuire perché possa essere importante: quando il dolore tende a prendersi il controllo della giornata, decidere almeno quale musica ascoltare restituisce una piccola quota di controllo alla persona.

Terzo: non limitarti ad ascoltare

La terza pista è forse la più curiosa: il corpo vuole partecipare. Muoversi a ritmo, battere le mani, canticchiare o produrre musica coinvolge sistemi sensoriali e motori che possono sincronizzarsi con il ritmo. I ricercatori parlano di sincronizzazione sensomotoria. Tradotto: la musica non entra soltanto dalle orecchie. Può mettere al lavoro anche il corpo. La revisione segnala questo meccanismo come promettente, anche se solo quattro dei 57 studi inclusi riguardavano forme di produzione musicale attiva. Troppo pochi per trasformare il karaoke in una prescrizione medica, insomma.

Quindi prepariamo una playlist?

Sì, se ci piace. Ma senza attribuirle superpoteri. Gli studi di neuroimaging esaminati suggeriscono che la musica possa intervenire sia nelle fasi iniziali dell’elaborazione del dolore sia nei processi cognitivi ed emotivi con cui gli attribuiamo significato. Ci sono inoltre indizi preliminari di effetti su alcune reti cerebrali coinvolte nei pensieri riferiti a noi stessi. Ma gli autori invitano alla prudenza. Gran parte degli studi è stata condotta su volontari sani sottoposti a dolore sperimentale, una situazione ben diversa da quella di chi convive ogni giorno con artrite, neuropatie, fibromialgia o altre forme di dolore cronico. Inoltre, i metodi utilizzati sono molto diversi e non consentono ancora di stabilire con certezza quanto ciascun meccanismo contribuisca all’effetto.

La musica, dunque, non sostituisce cure, farmaci o valutazioni mediche quando necessarie. Può essere considerata una possibile strategia complementare, accessibile e generalmente semplice da integrare nella quotidianità. Vale invece la pena parlare con il medico quando un dolore è nuovo e intenso, persiste, peggiora, interferisce con sonno e attività quotidiane o si accompagna ad altri sintomi importanti.

Per tutti gli altri momenti resta un esperimento innocuo da fare: scegliere una canzone che amiamo, magari cantarla o seguirne il ritmo e osservare cosa succede. Il dolore potrebbe non spegnersi. Ma, qualche volta, potremmo riuscire almeno a fargli perdere il posto da solista.

Bradt J. et al., A scoping review of music-based pain treatment mechanism research, PAIN Reports, 2026.

Roy M., Peretz I., Rainville P., Emotional valence contributes to music-induced analgesia, Pain, 2008.

Garza-Villarreal E.A. et al., Music-Induced Analgesia in Chronic Pain Conditions: A Systematic Review and Meta-Analysis, Pain Physician, 2017.