di
Massimo Gaggi

Il presidente minaccia di interrompere gli scambi tra gli Stati Uniti e i paesi con cui hanno un deficit commerciale se la banca centrale non si adegua alle sue richieste

Classico Donald Trump: vuole qualcosa che non può ottenere e allora cerca di forzare la mano con le minacce. Stavolta gioca sui delicati terreni delle attese dei mercati e degli equilibri finanziari, arrivando ad ipotizzare un surreale blocco degli scambi degli Stati Uniti con i Paesi coi quali registra un deficit commerciale (quasi tutti, Italia compresa) se la Federal Reserve non ridurrà i tassi d’interesse: una prospettiva che i mercati oggi escludono alla luce di deterioramenti che spingono in direzione opposta.

Le responsabilità di Trump

E Trump ha responsabilità dirette su fattori essenziali del cambiamento: l’impennata dei prezzi soprattutto (ma non solo) energetici causata dalla guerra contro l’Iran e l’allarme per il continuo aumento della spesa pubblica degli Usa col debito federale che ha raggiunto i 40 mila miliardi di dollari.
Kevin Warsh, il nuovo capo della banca centrale Usa voluto da Trump proprio perché orientato a rendere il denaro più a buon mercato, sta prendendo atto che le cose sono cambiate: la Bce e la banca centrale del Giappone si accingono ad aumentare i tassi, probabilmente seguite da quella d’Inghilterra, mentre i mercati si aspettano che la Fed faccia altrettanto. 



















































I dati sull’occupazione

I buoni dati sull’occupazione (162 mila posti di lavori creati ad agosto, il triplo rispetto alle attese, col tasso di disoccupazione che rimane al 4,1%) spingono in questa direzione: meno urgente sostenere l’economia, essenziale arginare l’inflazione (3,4%) molto più alta del 2% accettabile per la Fed.

Warsh ammette che dovrà fare qualcosa per rallentare la corsa dei prezzi, ma Trump non ci sta: vuole un costo del denaro più basso che lo aiuterebbe in vista delle elezioni di novembre (basti pensare al malumore di chi ha comprato casa e vede lievitare l’onere del mutuo) e frenerebbe la crescita degli interessi pagati dal Tesoro sul suo debito. E allora ecco un altro intervento del presidente dai toni estremi: ignorando l’autonomia della Fed che deve poter proteggere la stabilità monetaria, tenendosi al riparo da pressioni politiche, chiede a Warsh di «mostrarsi patriottico» riducendo il costo del denaro.

Il nodo dei tassi di interesse

E mentre dai mercati cominciano a venire segnali di minor fiducia nel debito pubblico Usa (con conseguente richiesta di una maggiore remunerazione del rischio), lui afferma che «un Paese forte significa tassi bassi. È semplice: dovremmo avere quelli più bassi del mondo come ai vecchi tempi». Poi la minaccia estrema di Trump: se i tassi non calano, potrebbe bloccare il commercio coi Paesi che esportano negli Usa. Sostiene che la Corte Suprema, quando gli ha proibito di imporre dazi (sentenza che definisce ridicola) gli ha lasciato questa strada.

In realtà il riferimento è alla legge che dà al presidente poteri straordinari sul commercio in caso di gravi emergenze per la sicurezza nazionale.
Nulla di simile è concretamente ipotizzabile. Certo, Trump ha già dichiarato altre emergenze nazionali inesistenti per scavalcare il Congresso, ma non può bloccare importazioni vitali per il Paese. Basti pensare che, sperando di rendere meno costosa la spesa degli americani, sta facendo silenziosamente ridurre i dazi sull’import alimentare, a partire dalla pasta.

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5 settembre 2026