Non sono probiotici e non devono necessariamente arrivare vivi nell’intestino. I postbiotici sono microrganismi inattivati, loro frammenti e componenti cellulari capaci di produrre un beneficio documentato per la salute. Una prospettiva scientifica pubblicata su Frontiers in Nutrition chiarisce però il nodo decisivo: come sapere che cosa contiene realmente un prodotto e in quale quantità?
Per anni il messaggio rivolto ai consumatori è stato semplice: perché un microrganismo sia utile deve essere vivo, vitale e capace di raggiungere l’intestino. È il principio alla base dei probiotici. La ricerca sta però mostrando uno scenario più articolato: anche batteri non più vitali, o alcune parti delle loro cellule, possono conservare proprietà biologiche interessanti.
È il mondo emergente dei postbiotici, una categoria sempre più presente nella ricerca nutrizionale e nel mercato degli integratori. Ma sulla quale restano problemi di definizione, misurazione e trasparenza.
A mettere ordine è un gruppo internazionale di ricercatori accademici ed esperti dell’industria riunito dall’International Scientific Association for Probiotics and Prebiotics (ISAPP). Nel lavoro, pubblicato nel 2025, gli autori propongono criteri e tecnologie per caratterizzare questi preparati, avvertendo che probabilmente non sarà possibile adottare un unico metodo valido per tutti.
Che cosa sono davvero i postbiotici
La definizione scientifica indica come postbiotico una preparazione di microrganismi inattivati e/o dei loro componenti capace di conferire un beneficio alla salute dell’ospite.
La parola “inattivati” è fondamentale. Non basta raccogliere genericamente sostanze prodotte dai batteri, né qualsiasi microrganismo morto può essere considerato automaticamente un postbiotico. Per usare correttamente questa denominazione servono almeno tre elementi:
microrganismi progenitori identificati con precisione, possibilmente fino al ceppo;
un processo controllato di inattivazione;
prove che colleghino quella specifica preparazione a un beneficio per la salute.
Il trattamento può avvenire mediante calore, alta pressione, radiazioni, lisi cellulare o altre procedure. Il risultato può contenere cellule intere non vitali, cellule frammentate, componenti della parete e, in alcuni casi, sostanze prodotte durante la fermentazione.
Ogni preparazione può quindi essere diversa dalle altre. Anche partendo dallo stesso microrganismo, modificare temperatura, durata del trattamento o modalità produttive può cambiare composizione e attività biologica.
Perché cellule non vive possono essere attive
Una cellula batterica inattivata non si riproduce, ma non diventa necessariamente biologicamente irrilevante. La sua parete, le proteine di superficie, il materiale genetico e altre strutture possono essere riconosciuti dalle cellule dell’organismo.
Questi segnali potrebbero interagire soprattutto con: barriera intestinale;
sistema immunitario; produzione di mediatori dell’infiammazione; altri microrganismi presenti nell’intestino.
Il vantaggio potenziale è una maggiore stabilità. I probiotici vivi possono risentire della temperatura, dell’umidità, del tempo di conservazione e del passaggio attraverso l’ambiente acido dello stomaco. I postbiotici potrebbero invece essere più semplici da conservare e utilizzare in alimenti o formulazioni nei quali mantenere in vita i batteri è difficile.
L’assenza di capacità replicativa potrebbe inoltre risultare interessante in alcuni contesti delicati. Questo non significa, tuttavia, che qualsiasi postbiotico sia automaticamente sicuro o indicato nei pazienti fragili: sicurezza ed efficacia devono essere dimostrate per la singola preparazione.
Il problema: come si contano batteri che non crescono?
Per i probiotici esiste un riferimento familiare, le unità formanti colonia, o CFU. Il campione viene coltivato e si misura quanti microrganismi sono ancora capaci di riprodursi.
Questo sistema non può descrivere adeguatamente un postbiotico, perché le cellule sono state intenzionalmente inattivate. Inoltre, il prodotto può contenere batteri interi, frammenti, proteine, polisaccaridi e metaboliti: elementi molto diversi che non possono essere riassunti sempre in un solo numero.
Lo studio conclude quindi che non è realistico attendersi un unico “gold standard” equivalente alle CFU. Il metodo deve essere scelto in base alla composizione del preparato e allo scopo della misurazione.
Citometria a flusso e PCR: le tecnologie candidate
Tra le tecniche più promettenti figura la citometria a flusso, che analizza migliaia di particelle o cellule al secondo mentre attraversano un fascio laser. Attraverso marcatori fluorescenti può distinguere cellule, frammenti e differenti condizioni della membrana. Le versioni più recenti integrano immagini, analisi spettrale e algoritmi capaci di separare i microrganismi dai residui dell’alimento. Rimane però una difficoltà: yogurt, polveri, fibre, lipidi e altre matrici possono interferire con la lettura.
Un secondo strumento è la PCR quantitativa, affiancata dalla PCR digitale. Queste metodiche cercano sequenze specifiche di DNA e possono identificare i microrganismi fino al livello di specie o, quando il test è costruito adeguatamente, di ceppo. La PCR permette anche di riconoscere una componente microbica all’interno di miscele complesse. Il DNA, tuttavia, può persistere dopo la distruzione della cellula: il dato deve quindi essere interpretato insieme alle informazioni sul processo produttivo e ad altre analisi.
Quando il postbiotico contiene soprattutto frammenti o molecole funzionali, possono servire test chimici, biochimici, immunologici e microbiologici mirati. Un prodotto a base di lieviti, per esempio, non sarà necessariamente valutato come uno ottenuto da batteri lattici o funghi filamentosi.
L’etichetta non dovrebbe fermarsi a “miliardi di cellule”. La quantità dichiarata non è sufficiente se non si conoscono identità del microrganismo, trattamento di inattivazione e relazione con gli studi sull’efficacia.
Secondo gli autori, l’etichetta dovrebbe consentire di capire: quale microrganismo è stato utilizzato; se il preparato contiene cellule intere o frammentate; come è avvenuta l’inattivazione; quale quantità è presente; quale beneficio è stato studiato; se il prodotto commercializzato corrisponde effettivamente a quello impiegato nella ricerca.
Occorre inoltre controllare che dopo il trattamento non rimangano quantità indesiderate di microrganismi vitali. Per alcuni prodotti a base di Akkermansia muciniphila pastorizzata, per esempio, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha indicato un limite inferiore a 10 cellule coltivabili per grammo.
Non sono una scorciatoia universale per la salute
Il lavoro pubblicato su Frontiers in Nutrition è una prospettiva metodologica, non una sperimentazione clinica che dimostra l’efficacia generale dei postbiotici contro una determinata malattia. Il suo obiettivo è rendere i prodotti misurabili, confrontabili e riproducibili.
I benefici osservati con una specifica preparazione non possono essere estesi automaticamente a tutti i postbiotici. Ceppo progenitore, dose, modalità di inattivazione e composizione finale restano determinanti. Né è corretto confondere postbiotici, probiotici e semplici metaboliti batterici: appartengono allo stesso universo del microbiota, ma non sono sinonimi.
La promessa più concreta, per ora, non è dunque una nuova sostanza miracolosa. È la possibilità di trasformare un settore in rapida crescita in una categoria scientificamente più solida, nella quale ciò che compare sull’etichetta corrisponda davvero a ciò che è stato studiato.
Bibliografia essenziale
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