A pochi giorni dall’Europeo maschile di volley, l’opposto azzurro si racconta. Gli inizi, l’amore per la moglie Marta, la figlia Bianca e l’Inter


Rebecca Saibene

Giornalista

5 settembre (modifica alle 13:53) – MILANO

Da bambino il futuro aveva due porte, un prato verde e un pallone da prendere a calci. Yuri Romanò si immaginava con i tacchetti ai piedi, magari un giorno con la maglia azzurra addosso, finché l’altezza ha cominciato ad aumentare più in fretta dei sogni e i compagni più bravi a mettere “una marcia in più”. Lui era “uno dei bravini”, ma abbastanza lucido da capire che i sogni possono cambiare forma. O pallone, nel suo caso. Mamma aveva giocato a volley, la sorella era già in palestra: Yuri le ha seguite e da lì la strada è stata tutta in salita. Una lunga gavetta, categoria dopo categoria, poi all’improvviso il panorama: a 24 anni era ancora in A2; pochi mesi dopo diventava campione d’Europa. Da allora la vita ha accelerato: la Superlega con Milano, tre stagioni a Piacenza, due Mondiali vinti in azzurro e, la scorsa estate, la scelta più radicale. Il miglior opposto iridato ha lasciato l’Italia per la Siberia. Con lui Marta e la figlia Bianca, per un anno vissuto alle porte di Mosca, tra quattro ore d’aereo per giocare in casa a Novy Urengoy e temperature fino a -35°. Nel frattempo, Marta è diventata sua moglie anche davanti all’altare e Bianca ha spento due candeline. Cinque anni e una vita dopo il torneo che cambiò tutto, Romanò ritrova l’Europeo davanti al pubblico italiano: chi vince si qualifica a Los Angeles 2028. Poi sarà ancora tempo di partire: Varsavia, un nuovo campionato, un altro indirizzo. Poco importa, quattro mura contano meno di chi ci aspetta dentro: “Casa è dove sono le mie donne”. 

Yuri, cinque anni fa era in A2 e arrivava all’Europeo che le avrebbe cambiato la vita. Oggi ha due Mondiali in più. Che effetto le fa voltarsi indietro?

“Fa impressione. Ogni tanto ci penso, specie quando parlo con i ragazzi arrivati da poco in azzurro. Guardo alla strada fatta con chi è con me qui da cinque anni, a quello che abbiamo vissuto insieme. E qualche volta torno ancora più indietro: prima di tutto questo era inimmaginabile vivere certe cose”.

Anche perché da bambino l’azzurro che sognava era un altro. 

“Sì, quello del calcio. Fino ai 15 anni. Terzino sinistro. Non ero un piccolo fenomeno, però è stata la mia prima vera passione. La Nazionale di pallavolo è diventata un sogno qualche anno dopo”. 

Quando ha capito che era meglio cambiare pallone? 

“In seconda liceo. Alle Medie ero uno dei bravini, poi ho iniziato a crescere e quelli più forti hanno messo una marcia in più di me. Mi hanno indirizzato verso il basket o il volley. Mamma aveva giocato a pallavolo, mia sorella ci giocava e così la scelta è stata facile”. 

È stato amore a prima vista? 

“Mi è piaciuta subito perché mi divertivo. Un compagno di calcio fece il passaggio con me e questo mi spinse a provare per tutta la stagione. Sono stato fortunato con gli allenatori: quando secondo me non c’era ancora molto da vedere, loro intravidero qualcosa. Mi ha motivato molto”.

“Ho fatto quasi tutte le categorie ed è la cosa che mi piace di più del mio percorso. Mi ha permesso di crescere gradualmente, ma molto bene”. 

Tra i primi a credere in lei c’era suo nonno Popo.

“Era il mio tifoso più presente. Ero un po’ il “vip” del suo circolo di bocce: andava lì e raccontava soltanto di me. Siamo cinque cugini e gli altri scherzavano sul fatto che fossi nettamente il suo preferito. Ora lo porto in campo: indosso la sua collana e non la tolgo mai”. 

I traguardi personali e la Nazionale vengono comunque prima

L’ultima stagione in Russia, al Fakel Novy Urengoy. Partire le faceva paura? 

“Avendo avuto tutte le possibilità, probabilmente non avrei scelto la Russia. Ma tra le opzioni era la più interessante. Siamo partiti senza troppi pregiudizi. Sono contento di averlo fatto: ho trovato persone educate e rispettose e mi sono sempre sentito al sicuro. È stata un’esperienza molto positiva”. 

“Un campionato durissimo e molto più fisico. Ho dovuto modificare il mio gioco e oggi ho qualche alternativa in più grazie a quella pallavolo”. 

Abitava a Mosca, ma per giocare in casa servivano quattro ore d’aereo. Come reggeva? 

“È stata dura. Il termometro toccava anche i -35°. Ho lavorato tantissimo fisicamente per evitare infortuni. In viaggio dormivo: spesso volavamo di notte e magari dopo due ore d’aereo ne trovavi altrettante di fuso. Sei sempre sballato e hai sempre sonno”. 

Con lei anche Marta e Bianca. Come si sono ambientate? 

“Bianca meglio di tutti. Andava in un asilo totalmente russo e lo adorava: ci dava un bacino e correva dentro. A volte piangeva quando doveva tornare a casa. Lei è stata proprio da dio. Per Marta è stato più difficile: io ero spesso via e lei rimaneva sola. Per fortuna ha fatto amicizia con la moglie del mio compagno di squadra Micah Ma’a e alla fine si è costruita la sua quotidianità”. 

Un po’ di russo lo ha imparato? 

“Poco, non fatemi dire niente! Conosco le frasi base, i numeri, so ordinare al ristorante. A gennaio ho firmato con il Projekt di Varsavia e ho mollato il russo. In compenso ho migliorato l’inglese, anche grazie a Micah che è americano”.

Ad agosto ha sposato Marta. Dopo il rito civile, quello religioso. 

“È stato un sogno. Abbiamo organizzato tutto dalla Russia con delle wedding planner. È stato ancora più bello di come lo avevamo immaginato”.

“Sì, più o meno tutto il giorno. Con i compagni di Nazionale continuiamo a ricordarlo: Sbertoli lo chiama “il matrimonio del secolo”.

“Meglio di no, non si può dire!”. 

Ride. Con Bianca che papà è? 

“Sono il papà dei giochi: quando vuole giocare, il prescelto sono io. Spero soprattutto di essere presente, anche se sono spesso lontano. Marta mi racconta che Bianca chiede di me tutti i giorni e quando torno mi corre incontro. È lei a dirmi che sono un bravo papà e già questo mi basta”. 

Paderno, Riccione, la Russia e ora Varsavia. Dov’è casa? 

“Non è tanto un luogo, sono le persone. In Russia era casa perché ad aspettarmi c’erano Marta e Bianca. Oggi direi Riccione, dove abbiamo la nostra base. Ma alla fine casa è dove ci sono le mie donne”. 

Ora l’Europeo, con Michieletto torneranno anche le esultanze interiste? 

“Con Ale faremo qualcosa a tema Inter. Vedremo se confermare quelle di Thuram e Lautaro fatte al nostro Mondiale oppure cambiarle. Non spoileriamo”.

 L’Inter, la sua grande passione. 

“L’ho ereditata da mio padre: mi portava allo stadio fin da piccolissimo. Poi ho continuato ad andarci con gli amici e un anno sono stato abbonato anche in Curva Nord”.

 Segue anche la Formula 1. Ferrari o Kimi Antonelli? 

“Ferrari sempre. Però quando vince Kimi sono contento: mi piace come pilota e soprattutto come ragazzo. Mi piacerebbe conoscerlo, anche se ormai è irraggiungibile”.

 Se potesse rubare una qualità a un altro sportivo?

“La mentalità di Sinner. Mi ha sempre affascinato l’aspetto mentale nello sport e lui da questo punto di vista è il più forte. Il mio idolo adesso, però, è Pogacar: mi ha fatto appassionare al ciclismo. Se c’è una gara magari la guardo, se so che c’è lui la guardo sicuramente”. 

Cinque anni fa fu l’Europeo della scoperta. Questo che sta per iniziare cosa vorrebbe che fosse?

“Quello fu l’Europeo della consapevolezza di poter stare tra i grandi, questo è quello del ritorno a casa. Giocando all’estero, disputarlo qui e ritrovare il pubblico italiano è un regalo. Fuori mi trovo bene, ma l’Italia e la nostra gente mi sono mancate. Vogliamo arrivare fino in fondo anche per viverle il più possibile. Se poi vincere significa qualificarsi all’Olimpiade…”. 

Europeo o Champions dell’Inter? 

“Senza dubbio l’Europeo. Per quanto sia felice quando vince l’Inter, i traguardi personali e la Nazionale vengono comunque prima”.