di Marco Imarisio

Putin minaccia di confiscare i loro beni, che intanto con operazioni camuffate cercano di portare all’estero. Ma ormai sono tutti rientrati in patria e si trovano ad affrontare nuovi rischi

Si sta come d’autunno gli oligarchi in Russia. Vladimir Putin ha appena firmato un decreto che permette alle autorità di “prendere il controllo temporaneo delle infrastrutture di importanza critica se i loro proprietari non saranno capaci di proteggerle dagli attacchi dei droni”. In altre parole, se le raffinerie di petrolio, o i depositi di stoccaggio del gas, e insomma, tutte le aziende che si occupano di energia, comunicazione, trasporto, logistica, estrazione di materie prime del sottosuolo, verranno colpite dagli attacchi ucraini, potrebbero essere confiscate e tornare sotto il controllo del governo. “La migliore protezione possibile è l’amministrazione statale” ha scritto un quotidiano. E come potrebbe sentirsi un multimiliardario che deve la sua fortuna allo Stato e alle sue folli liberalizzazioni degli anni Novanta quando lo Stato, ovvero la persona che ne detiene il controllo assoluto afferma pubblicamente che adesso lo Stato può riprendersi tutto sfruttando una emergenza imprevedibile come un attacco dal cielo?

Nessuno verserà mai una lacrima per i pescecani dell’economia russa, gli “squali dell’imperialismo”, come si definivano in Unione Sovietica i miliardari occidentali. Anche perché stanno tutt’altro che male. Il patrimonio complessivo dei russi più ricchi, secondo gli ultimi dati del Bloomberg Billionaires Index, nella prima metà del 2026 è cresciuto ancora. Il fondatore di “Severstal” (settore siderurgico), Aleksei Mordashov, ha aumentato il proprio patrimonio a 28,6 miliardi di dollari, il presidente di Norilsk Nickel, un vero pozzo di metalli rari, Vladimir Potanin, è a quota 25,1 miliardi di dollari. Il capo di Novatek, Leonid Mikhelson (produzione e vendita di gas, seconda società per il metano dopo Gazprom), è salito a 25,5 miliardi di dollari, mentre il fondatore di EuroChem (fertilizzanti) e Suek (carbone, produzione di energia elettrica, infrastrutture e porti), Andrei Melnichenko, a 20,6 miliardi di dollari. Il valore di Gennady Timchenko (amico di Putin, proprietario di Volga Group che investe e possiede grossi pacchetti azioni in maggiori compagnie del settore petrolgas, trasporti su ferrovie, settore carbonifero, edilizia industriale) è stimato a 15,4 miliardi di dollari, quello del fondatore di Ummc (compagnia uraliana minerario-metallurgica), Iskander Makhmudov, a 8,6 miliardi di dollari. Il patrimonio di Mikhail Fridman (proprietario di Alfa Group, principalmente settore bancario) è cresciuto fino a 10,7 miliardi di dollari, quello di Suleiman Kerimov (settore aurifero) fino a 11 miliardi di dollari e quello di Tatiana Kim, la maggiore azionista di Wildberries, la più grande piattaforma russa di vendite online che ha subito enormi danni nelle recenti incursioni di droni ucraini contro magazzini di stoccaggio in diverse regioni russe, fino a 8,3 miliardi di dollari. Una leggera contrazione del reddito complessivo registrata negli ultimi quattro mesi non cambia il quadro complessivo. Sono tornati tutti a casa Russia, e se la passano ancora piuttosto bene, con venti cittadini russi ben piazzato nella classifica delle 500 persone più ricche al mondo.



















































Cambio di direzione

Eppure, sappiamo bene che anche le prigioni possono essere dorate. Pochi giorni fa il sito economico profinance.ru bene informato, ha scritto: “Nell’ultimo anno, alcuni dei cittadini più facoltosi della Russia, tra cui alcuni vicini al presidente Vladimir Putin, hanno trasferito all’estero miliardi di dollari. Ciò è stato determinato dalla loro preoccupazione per la situazione economica del Paese e per il bilancio dello Stato. I sempre più frequenti casi di confisca dei beni hanno accentuato i timori dell’élite riguardo a una possibile espropriazione dei loro patrimoni o alla perdita dei loro risparmi”. Diversi miliardari hanno recentemente trasferito i propri beni fuori dalla Russia a causa dei timori per il settore bancario. Le fonti riferiscono che nell’ultimo anno alcune delle persone più ricche della Russia hanno modificato la struttura dei propri portafogli di investimento. Negli ultimi mesi questo processo ha subito un’accelerazione. Ora preferiscono investire in criptovalute, oro, immobili all’estero e fondi di investimento privati, in particolare nei Paesi del Golfo Persico.

Sono operazioni minime, fatte con molta cautela, per timore di ritorsioni che possono essere drastiche, si sa che il Cremlino non adotta le mezze misure. Non ha migliorato il senso di incertezza l’incontro dello scorso marzo dei principali industriali con Putin, durante il quale lo zelante oligarca Suleiman Karimov ha proposto una colletta “volontaria”, le virgolette sono d’obbligo, per aiutare l’economia in difficoltà. Dopo l’inizio della guerra nel febbraio 2022, che ha portato a un drastico peggioramento delle relazioni con gli Stati Uniti e l’Europa, le sanzioni internazionali hanno costretto quasi tutti gli oligarchi a riportare i propri beni in Russia e a trasferirvi la sede delle loro società. A molti di loro sono stati congelati i beni all’estero. Anche gli imprenditori che avevano osato timide prese di distanza dall’invasione dell’Ucraina, come Fridman e il re dell’alluminio Oleg Deripaska, sono stati obbligati a un ritorno a Canossa, con il capo cosparso di cenere. Deripaska addirittura si è trasformato in un falco. Ma all’interno del Paese, tutti loro si sono trovati ad affrontare nuovi rischi.

Senza alternative

A partire dal 2024, le autorità hanno avviato operazioni su larga scala di confisca dei beni, rivolte contro coloro che hanno cercato di mantenere legami con il mondo esterno, anche attraverso la doppia cittadinanza. Le alternative non esistevano. Fridman, che era amico e finanziatore di Boris Nemstov, il rivale di Putin ucciso il 27 febbraio del 2015, ha raccontato in un incontro privato dell’umiliazione subita quando è stato ammanettato e gettato a terra nella sua casa di Londra durante una perquisizione, davanti a famiglia e dipendenti. In un colloquio con il Financial Times, Piotr Aven, al tempo anch’egli residente in Inghilterra, ha detto di essersi trovato con i conti bloccati da un giorno all’altro, al punto da aver dovuto chiedere i soldi a un amico per pagare gli insegnanti di sostegno al figlio autistico. Non potevano restare, sono stati obbligati a partire.
Adesso, qualcosa sta cambiando. Nelle élite europee si sta facendo strada una corrente di pensiero secondo la quale è giunto il momento di far capire agli oligarchi che possono fare a meno di Vladimir Putin, incentivandoli a riportare i capitali all’estero, in qualche modo a tornare. Ma nella Russia di oggi, che non è certo un Paese normale tantomeno una democrazia, una scelta del genere sarebbe considerata come una diserzione. Con tutte le conseguenze che ne possono derivare. Disprezzati in patria, ora in parte rimpianti all’estero, gli oligarchi russi. Ma sempre alla mercè di Putin. 

5 settembre 2026