di
Chiara Maffioletti

«Oasis: Don’t Look Back In Anger» al cinema dal 10 settembre e presentato Fuori Concorso alla Mostra racconta il dietro le quinte del ritorno della band

DALLA NOSTRA INVIATA
VENEZIA – Si affacciano assieme, dallo stesso motoscafo che li porta al Lido. Poi, in serata, il tappeto rosso, assieme. La folla urla impazzita, perché la storia di Liam e Noel Gallagher — i due fratelli geniali che hanno dato vita a una della band più gigantesche di tutti i tempi, gli Oasis, ma che nel tempo hanno trasformato i loro nomi nel simbolo della discordia e della rivalità — non è solamente quella di due musicisti venerati in tutto il mondo, ma è — forse soprattutto — quella di due fratelli che trovano il modo di riconciliarsi facendo assieme quello che sono più bravi a fare: musica. Oasis: Don’t Look Back In Anger, il documentario (al cinema dal 10 settembre) sulla reunion più insperata di sempre, presentato Fuori Concorso alla Mostra, in poco più di due ore immortala il piccolo miracolo che ha portato nuovamente sullo stesso palco, dopo quindici anni, i due ex ragazzi di Manchester, svelando finalmente che il loro ritorno non era solo una furba operazione mediatica.

Ideato da Steven Knight (che, confermando che non è mai esistito nessun copione, ha detto ieri: «Nessuna finzione sarebbe mai stata meglio della realtà di quello che è successo»), il documentario si apre con le prove del tour di ritorno degli Oasis del 2025. Si vede Noel che arriva puntuale. Saluta, suona, canta, scherza con gli altri della band. Di Liam nessuna traccia fino a due giorni dopo, quando entra nell’hangar adibito a studio, di pessimo umore. La prima cosa che dice dopo 15 anni non è «ciao», ma perché sui pedali della batteria siano stati messi dei cuscinetti. «È entrato scorbutico e se ne va scorbutico», spiega Noel nell’intervista che è poi tra le chicche di questo progetto, anche perché è la prima che li rivede assieme. 



















































Eppure, poco a poco, suonando quelle canzoni che tanti anni prima li avevano consacrati, qualcosa inizia a girare. Piccoli lampi di calore, forse gioia ritrovata. Niente di clamoroso, almeno fino al debutto del tour. A Noel tremano le gambe, anche perché nel frattempo il mondo è impazzito tra caccia ai biglietti e desiderio di esserci comunque, anche fuori dagli stadi. Liam, invece, arriva venti minuti prima di salire sul palco, a Cardiff. Guarda Noel e gli dice solo: «Come è il catering?». Poi però, pochi istanti prima di salire sul palco, succede qualcosa: il fratello più piccolo prende la mano dell’altro, proprio davanti alla folla che esplode. Gente che piange, ma piange di gioia. Un’emozione che passa anche dallo schermo, perché condivisa da una massa di persone che in quei due fratelli che si perdonano vede un pezzo della propria vita. «Quando mi ha preso la mano ho pensato: cosa sta facendo?», ammette Noel nel documentario. Ma poi capisce che il gesto è sincero. Lo ripeteranno a ogni data, ritrovando ogni volta affiatamento e — incredibile — stima. Liam non fa che ripetere che le canzoni sono tutte di Noel: «Mi fa piacere vederlo cantare di nuovo, sono sue»

Noel riconosce le doti da frontman del fratello: «Ha iniziato a cantare e di colpo aveva 30 anni di meno. Nessuno tiene il palco come lui: si mette il tamburello in testa e sembra un figo, se lo facessi io sembrerei un idiota (l’espressione è più colorita, ndr.). Il racconto si intreccia con le storie di fan della band («per me il loro ritorno è come la rinascita di Cristo», dice uno), ma anche con aneddoti personali: «I nostri figli finora non si conoscevano. Adesso sono diventati migliori amici, sono sempre assieme». Ed è forse questo quello che colpisce, il fatto che aver scelto di perdonarsi abbia fatto bene a tante persone. Compresi loro, che se singolarmente sono Liam e Noel Gallagher, solo insieme diventano gli Oasis

5 settembre 2026 ( modifica il 5 settembre 2026 | 19:05)