Una nuova analisi, pubblicata su ScienceDaily il 27 agosto 2026 e originariamente apparsa su The Conversation a firma della dottoressa Evangeline Mantzioris (Università di Adelaide), ridimensiona drasticamente le aspettative sugli integratori ad alto dosaggio: nessuna protezione dall’infezione, al massimo un lieve accorciamento dei sintomi più intensi. E con gli eccessi crescono i rischi.
Con l’arrivo della stagione fredda, gli scaffali di farmacie e supermercati si popolano di preparati a base di vitamina C, spesso proposti come un baluardo contro i malanni tipici dell’inverno. Le conclusioni della recente rassegna scientifica ribaltano però questa convinzione: la vitamina C non impedisce alla popolazione generale di ammalarsi di raffreddore. L’unico beneficio documentato riguarda una modesta riduzione della durata dei sintomi più severi, a fronte di possibili effetti indesiderati in caso di assunzioni elevate e prolungate.
Il mito e l’ombra lunga di Linus Pauling La persuasiva narrazione secondo cui megadosi di vitamina C proteggerebbero dai virus respiratori affonda le sue radici nel lavoro di Linus Pauling, celebre chimico statunitense insignito di due Premi Nobel. Pauling, che non era medico né specialista in malattie infettive, nel 1970 promosse con forza l’assunzione quotidiana di 1.000–2.000 milligrammi per prevenire il raffreddore, spingendo le vendite globali di integratori. Le sue tesi poggiavano di fatto su un singolo esperimento condotto su bambini in un campo da sci sulle Alpi svizzere, poi ampiamente criticato per errori di calcolo e per l’eccessiva enfasi attribuita a studi metodologicamente deboli.
Cosa mostrano oggi gli studi di qualità Le ricerche più solide, inclusa una meta-analisi di 10 trial clinici controllati con placebo su oltre 2.700 soggetti sani (adulti, bambini e atleti) che assumevano almeno 1.000 mg al giorno, convergono su un punto: l’integrazione regolare non riduce l’incidenza dei raffreddori nella popolazione generale. Una lievissima diminuzione dei casi è stata osservata soltanto in condizioni di stress fisico intenso e prolungato, come nei militari in operazioni o nei maratoneti, scenari lontani dalla quotidianità della maggior parte delle persone.
L’unico vantaggio reale: sintomi severi un po’ più brevi Pur non avendo valore preventivo, un effetto limitato è stato riscontrato sulla durata dei sintomi più marcati: in media si osserva una riduzione di circa il 15% (stime precedenti 8–14%). In termini pratici, un raffreddore particolarmente pesante che dura cinque giorni vede attenuarsi i disturbi più gravosi di appena 12 ore circa. Nessun impatto sui sintomi lievi. È questo il solo appiglio scientifico a favore dell’integrazione continuativa, ben lontano dai presunti “miracoli per il sistema immunitario”.
Il fattore tempo conta: iniziare ai primi starnuti non serve Molti ricorrono alla vitamina C al primo bruciore di gola o ai primi starnuti. Le evidenze indicano che iniziare l’assunzione all’esordio dei sintomi non produce benefici. Per ottenere quel pur modesto accorciamento dei disturbi più intensi, la vitamina C deve essere stata assunta con regolarità già prima del contagio. I tentativi last minute, dunque, non modificano il decorso naturale dell’infezione virale.
Megadosi e sicurezza: i rischi da non sottovalutare Superare stabilmente i 1.000 mg al giorno aumenta la probabilità di reazioni avverse: diarrea, nausea, crampi e gonfiore addominale sono tra gli effetti più comuni. L’aumento dell’escrezione di ossalato può favorire la formazione di calcoli renali. Un apporto eccessivo può inoltre potenziare l’assorbimento del ferro, con rischi importanti per chi è affetto da emocromatosi. Sono segnalate infine possibili interferenze con alcuni farmaci (ad esempio le statine) e con trattamenti oncologici come radioterapia e chemioterapia.
Di quanta vitamina C abbiamo davvero bisogno Le linee guida ufficiali, come quelle adottate in Australia, indicano per gli adulti un fabbisogno giornaliero di soli 45 milligrammi, agevolmente raggiungibili con una dieta equilibrata: bastano mezza arancia, tre-quattro cimette di broccolo cotto o un terzo di bicchiere di succo d’arancia. Poiché la carenza è estremamente rara nei Paesi sviluppati, è prudente consultare il medico prima di intraprendere qualsiasi integrazione, così da evitare dosaggi inutili o potenzialmente dannosi.
La conclusione è netta: la vitamina C non previene il raffreddore. Al massimo accorcia di poco la durata dei sintomi più pesanti, a fronte di rischi che aumentano con le megadosi. La strada più sensata resta un’alimentazione varia e bilanciata, riservando gli integratori ai casi in cui esista una reale necessità clinica, valutata con il proprio curante.
