Nel 1961, in Svezia, migliaia di ragazzi di tredici anni si chinarono su una serie di test scolastici. Fra le prove ce n’era una che non annunciava nulla di memorabile: quaranta sequenze di numeri, una regola nascosta da scoprire, il numero successivo da scrivere. Un esercizio, poi un altro, poi un altro ancora. Nessuno, davanti a quei fogli, poteva immaginare che le risposte sarebbero riemerse più di sessant’anni dopo, accanto alle diagnosi ospedaliere e ai certificati di morte.

È accaduto. Un gruppo internazionale coordinato da ricercatori delle università di Göteborg e Oslo ha ripreso quei risultati e li ha messi a confronto con la storia sanitaria di 10.539 persone, tutte nate nel 1948 e valutate cognitivamente a tredici anni. Il loro percorso è stato seguito fino al novembre 2025. Nel frattempo 287 partecipanti — il 2,7 per cento della coorte — avevano ricevuto una diagnosi di demenza. Così il vecchio esercizio numerico, dimenticato per decenni, è tornato sul tavolo.

Lo studio, pubblicato il 5 settembre su Alzheimer’s Research & Therapy, distingue tre capacità misurate allora: quella verbale, quella spaziale e il ragionamento induttivo, cioè la capacità di riconoscere una regola nei dati e usarla per proseguire una serie. Quando i ricercatori hanno confrontato i punteggi dell’adolescenza con ciò che era avvenuto nella vecchiaia, soltanto quest’ultima facoltà ha conservato un’associazione indipendente con il rischio di demenza.

Il dato va letto con attenzione, senza trasformarlo in un oracolo. Per ogni deviazione standard in più ottenuta nel test di ragionamento a tredici anni, l’hazard di demenza risultava inferiore del 16 per cento: hazard ratio 0,84, con un intervallo di confidenza al 95 per cento compreso fra 0,72 e 0,98. Le capacità verbali e spaziali, invece, non mostravano un legame indipendente statisticamente significativo. E l’associazione rimaneva quasi immutata anche tenendo conto sia dell’istruzione dei genitori sia di quella raggiunta dai partecipanti intorno ai quarantadue anni.

Ma che cosa stiamo vedendo davvero? Una capacità precoce che protegge il cervello, oppure l’inizio di una catena molto più lunga? È facile immaginare che chi ragiona meglio da ragazzo studi più a lungo, trovi occupazioni differenti, adotti comportamenti più favorevoli alla salute e accumuli meno fattori di rischio. Una spiegazione plausibile. Forse persino ovvia. Non per questo sufficiente.

I ricercatori hanno infatti provato a smontare almeno una parte del congegno. Punteggi migliori nel ragionamento induttivo erano associati anche a una minore probabilità, negli anni successivi, di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete — condizioni che possono aumentare il rischio di demenza. Eppure, quando queste patologie sono state aggiunte ai modelli statistici, il rapporto fra la prova sostenuta a tredici anni e la demenza si è indebolito soltanto in misura marginale. Non erano dunque il diabete, gli infarti o gli ictus, da soli, a spiegare quel filo teso attraverso i decenni.

Poi è arrivata una seconda verifica. Ai nati nel 1948 è stata affiancata una coorte di persone nate nel 1953: in tutto 19.919 individui e 367 casi di demenza. Il risultato è rimasto molto simile, con un hazard ratio di 0,85. Non una prova definitiva, ma neppure un segnale che si scioglie appena lo si guarda da un altro campione.

Lo studio non dice però che un test scolastico possa indicare quali tredicenni svilupperanno la demenza. Non dice che chi inciampa davanti a una sequenza numerica sia destinato ad ammalarsi, né che chi la completa possa considerarsi al sicuro. È una ricerca osservazionale: mostra un’associazione, non stabilisce una causa. Fra quel banco di scuola e una diagnosi possono passare genetica, condizioni familiari, salute nei primi anni di vita, lavoro, comportamenti e molti altri fattori che l’indagine non ha misurato.

Ci sono poi limiti concreti. I registri intercettano soprattutto le demenze divenute clinicamente manifeste; i membri della prima coorte avevano appena raggiunto all’incirca i settantasette anni; le diagnosi non sono state separate fra Alzheimer, demenza vascolare e altre forme. Pretendere da questi dati il nome e il destino di ciascun individuo significherebbe chiedere loro ciò che non possono dare.

Eppure sarebbe altrettanto sbagliato non ascoltare ciò che suggeriscono. La demenza non comincia necessariamente il giorno in cui una persona dimentica un nome, smarrisce una strada conosciuta o non riconosce più un volto. È possibile che una parte della vulnerabilità — e, all’opposto, della resilienza — si costruisca durante lo sviluppo neurocognitivo, molti decenni prima che il danno diventi visibile.

È una prospettiva che richiama anche il concetto di riserva cognitiva: il cervello non arriva alla vecchiaia come una scatola vuota sulla quale il tempo comincia improvvisamente a incidere. Porta con sé una storia, capacità accumulate, fragilità antiche e modi diversi di tollerare il danno. Questo studio non dimostra che il ragionamento misurato a tredici anni costruisca direttamente quella riserva, ma suggerisce che alcune caratteristiche neurocognitive precoci possano accompagnare la vulnerabilità o la resilienza molti decenni più tardi. Comprendere questa storia non significa predire un destino. Significa riconoscere che ciò che appare all’improvviso nella vecchiaia può avere radici molto più lontane.

Su quei fogli del 1961 c’erano soltanto numeri da mettere in ordine. Oggi, dietro quelle serie, intravediamo una domanda più grande. La regola completa ancora non la conosciamo.

Walhovd KB, Berg AI, Buratti S, et al. Childhood inductive reasoning, cardiovascular and cardiometabolic morbidity and dementia risk – a population representative cohort study across six decades. Alzheimer’s Research & Therapy. 5 settembre 2026. DOI: 10.1186/s13195-026-02179-1.

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