E veniamo a lui.
All’uomo che l’occhio della telecamera divora e contemporaneamente nutre.
Robert Pattinson ha studiato per mesi Chris Hansen: la voce, le pause, i manierismi da anchorman di un’altra epoca, quel modo quasi liturgico di occupare lo spazio.
Ma non costruisce un’imitazione.
Per fortuna.
Altrimenti sarebbe bastata una puntata di Tale e quale show.
Pattinson cuce insieme le differenti versioni dell’icona NBC sedimentate negli anni tra televisione, YouTube, meme, parodie e persino South Park.
Ne viene fuori una creatura che, almeno ai miei occhi, conserva qualcosa dell’algido Eric Packer di Cosmopolis e del mimetismo febbrile di Connie Nikas in Good Time.
Ancora una volta Pattinson utilizza il volto da divo per nascondersi.
O forse per mostrarsi meglio.
Al Lido ha spiegato che il lato perturbante di Chris nasce anche dalla sua convinzione di sapere perfettamente cosa sia il male. Una sicurezza granitica che finisce per diventare un’armatura.
Ecco allora Hansen trasformarsi quasi in eroe tragico che sogna di essere un supereroe.
Per non guardare in faccia le proprie insicurezze, si convince di combattere qualcosa di antico, assoluto, metafisico.
Il Male con la maiuscola.
Solo che, invece della spada, possiede un microfono.
E più Hansen recita la realtà per la telecamera, più resta prigioniero del personaggio che ha costruito.
Pattinson ha raccontato di aver guardato una quantità sterminata di materiale senza riuscire a comprendere fino in fondo che cosa rendesse il programma tanto ipnotico.
Ed è proprio quel mistero che Primetime tenta di imbottigliare.
Come un profumo.
O un veleno.