Non è un virus nuovo e, nonostante il nome, non circola soltanto in Toscana. Trasmesse dai pappataci, nei mesi caldi rappresenta una delle cause più importanti, ma ancora sottodiagnosticate, di meningite ed encefalite virale nelle aree mediterranee.

Il Toscana virus torna all’attenzione per un caso registrato in provincia di Salerno. Il paziente, inizialmente giunto all’ospedale di Nocera e poi di Scafati, dal 27 agosto è assistito all’Azienda ospedaliero-universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, nella Unità di Malattie infettive.

Nei casi sospetti, la diagnosi si basa principalmente sull’esame del liquor cerebrospinale, nel quale vengono ricercati l’RNA del virus e i segni dell’infiammazione.

Non esiste una terapia antivirale specificamente approvata contro il Toscana virus. Le cure sono soprattutto di supporto e vengono adattate alle condizioni del paziente. In presenza di una sospetta meningoencefalite, i medici possono comunque iniziare subito terapie empiriche contro altre possibili cause, senza attendere la risposta definitiva. Le infezioni neurologiche da Toscana Virus hanno un trascorso scientifico nella nostra regione.

Nel 2005 Giuseppe Di Nicuolo, Pasquale Pagliano, Franco Faella e altri ricercatori coinvolti pubblicarono sul Journal of Clinical Microbiology il lavoro “Toscana Virus Central Nervous System Infections in Southern Italy”, realizzato grazie a un progetto finanziato dalla Regione Campania.

Il virus venne individuato mediante RT-nested PCR nel 5,6% dei campioni di liquor prelevati da pazienti con meningite o encefalite. I casi riguardavano adulti e bambini e si manifestavano soprattutto con febbre, forte cefalea, rigidità nucale e alterazioni liquorali di tipo linfocitario. Il decorso risultò generalmente favorevole, senza esiti neurologici permanenti nei pazienti esaminati.

Lo studio superò l’idea di un’infezione confinata all’Italia centrale e dimostrò che il virus doveva essere ricercato anche nelle meningiti estive diagnosticate nel Sud.

Una conferma più recente è arrivata nel maggio 2026 con la descrizione di un giovane ungherese che aveva sviluppato una meningite dopo un soggiorno a Napoli. Nel liquor era stato identificato un Toscana virus appartenente al lignaggio A, quello maggiormente diffuso in Italia. Gli autori lo hanno indicato come il primo caso molecolarmente confermato di malattia neuroinvasiva acquisita in Campania pubblicato dopo il lavoro del 2005.

La diffusione in Italia

Il virus fu isolato per la prima volta nel 1971 da flebotomi raccolti in Toscana, ma oggi la sua circolazione è documentata in numerose regioni italiane e in molti Paesi del Mediterraneo.

La più ampia analisi della sorveglianza nazionale, pubblicata nel 2025 su Eurosurveillance, ha ricostruito 607 casi neuroinvasivi notificati in Italia dal 2016 al 2023.

Nel solo biennio 2022-2023 sono stati segnalati 276 casi, con un’incidenza circa 2,6 volte superiore rispetto al periodo precedente. Le infezioni erano state acquisite in 12 Regioni o Province autonome. L’Emilia-Romagna concentrava il 57,6% delle notifiche, con 159 casi, ma il virus risultava presente anche in altre aree del Centro, del Nord e del Sud.

Nel 2025 la sorveglianza coordinata dall’Istituto superiore di sanità ha registrato 115 casi autoctoni e un caso associato a un viaggio. I dati del 2026 non sono ancora consolidati e le singole diagnosi estive non indicano necessariamente la presenza di un focolaio.

I numeri ufficiali rappresentano soltanto la parte visibile del fenomeno. Molte infezioni non danno sintomi, mentre altre vengono confuse con comuni sindromi febbrili. Anche alcune meningiti virali possono rimanere senza una causa definita se il Toscana virus non viene incluso negli esami di laboratorio.

Come avviene il contagio

I flebotomi, o pappataci, sono più piccoli delle zanzare, volano senza ronzio e sono attivi soprattutto dal tramonto all’alba. Durante il giorno si riparano nelle crepe dei muri, nelle cantine, nei muretti a secco, nelle stalle e nei ricoveri per animali.

Le larve crescono in microambienti terrestri ombreggiati, umidi e ricchi di sostanze organiche. A differenza delle zanzare, quindi, i pappataci non dipendono necessariamente dai ristagni d’acqua e possono essere presenti anche in giardini, aree periurbane e vecchi edifici.

Il Toscana virus non si trasmette da persona a persona: non passa attraverso saliva, tosse, contatti fisici o vicinanza con un paziente. Il contagio avviene attraverso la puntura di un flebotomo infetto.

I sintomi da riconoscere

L’incubazione varia generalmente da pochi giorni fino a circa due settimane. Nella maggior parte delle persone l’infezione è asintomatica o provoca disturbi lievi: febbre; mal di testa; stanchezza e dolori muscolari; nausea o vomito; fastidio alla luce.

Una piccola quota di pazienti sviluppa una forma neuroinvasiva. Cefalea molto intensa, rigidità del collo, vomito ripetuto, sonnolenza, confusione, difficoltà nel parlare o muoversi e crisi convulsive richiedono una valutazione urgente in Pronto soccorso.

La meningite interessa le membrane che avvolgono cervello e midollo spinale; l’encefalite coinvolge direttamente il tessuto cerebrale. La maggior parte dei pazienti guarisce completamente, ma le forme encefalitiche possono richiedere la terapia intensiva e, più raramente, lasciare conseguenze neurologiche.

Come proteggersi

Non esiste ancora un vaccino. La prevenzione consiste nel ridurre le punture utilizzando repellenti sulla pelle scoperta, abiti chiari e coprenti nelle ore serali e zanzariere a maglie molto fitte. È utile anche chiudere le fessure nei muri e mantenere puliti giardini, cantine e ricoveri per animali.

Il caso seguito al Ruggi non deve generare allarme, ma aumentare l’attenzione diagnostica. Davanti a una meningite o a un’encefalite comparsa tra la tarda primavera e l’autunno, soprattutto dopo una permanenza in un’area mediterranea, il Toscana virus deve essere inserito tra gli agenti da ricercare.

È un’infezione che la ricerca campana contribuì a portare alla luce già nel 2005. Il caso ora assistito nell’Unità operativa diretta da uno degli autori di quello studio conferma quanto quella scoperta resti attuale.

Fonti essenziali: Istituto superiore di sanità, sorveglianza nazionale su Eurosurveillance, studio campano del 2005, caso acquisito in Campania pubblicato nel 2026.