di
Armando Di Landro
La storia di un ragazzo che si salvò perché una raffica fu imprecisa: «Caddi tra gli altri corpi». «Il genocidio continua a essere un problema per Belgrado ma anche per l’Europa. E io mi sento europeo. La posizione serba su Mladic non mi stupisce»
Nedzad Avdic ha 50 anni, è uno dei pochi sopravvissuti al genocidio di Srebrenica, rimasto in vita perché la raffica di colpi del plotone serbo che aveva di fronte non fu precisa e lo ferì a una gamba, lasciandogli la possibilità di cadere, fingendosi morto, tra gli altri uomini ormai privi di vita, per poi aspettare che i militari della Repubblica Serba di Bosnia si allontanassero. Aveva 17 anni e da allora è uno dei più importanti testimoni del genocidio.
Avdic, cosa pensa della posizione della Serbia su Ratko Mladic e della decisione di riconoscergli tutti gli onori?
«Dal punto di vista dell’attuale politica serba, è l’ultimo tributo a un uomo che ha fatto un ottimo lavoro. Ratko Mladic non arrivò certo a Srebrenica per farsi giustizia da solo. Faceva parte di un’impresa criminale pianificata e finanziata da Belgrado. E più avanti si sarebbe nascosto a lungo in Serbia prima di essere catturato. Inoltre, l’attuale presidente serbo già in passato ribattezzava le vie e le strade con il nome di Mladic. Non sono sorpreso di nulla, le folle nelle strade sono il risultato di una certa impostazione politica».
Ricorda di aver visto Ratko Mladić a Srebrenica quando aveva 17 anni, nei giorni in cui entrò in città, prima del genocidio?
«Non lo vidi, puntavo a nascondermi con i miei familiari perché già da tempo, addirittura dal 1993, i serbi avevano iniziato a uccidere e incendiare cittadine e villaggi dove vivevano i bosgnacchi. Fu anche il caso della nostra casa a Konjevic Polje. Avevamo paura: siamo stati tra i tanti bosniaci che arrivarono a Srebrenica per provare a sopravvivere, perché era stata messa sotto la protezione dell’Onu».
Il contingente olandese dell’Onu che secondo molti osservatori «lasciò fare»…
«Esatto, ma per noi in quel momento era l’Onu e non avrei mai immaginato ciò che sarebbe accaduto dopo».
Se la sente di raccontare?
«Quando fu chiaro che i serbi avrebbero preso anche Srebrenica io e la mia famiglia scappammo: mia madre e le mie tre sorelle più piccole fuggirono verso la base Onu di Potočari, mentre mio padre, mio zio e io ci unimmo a una colonna di uomini e ragazzi che tentavano di raggiungere il territorio libero (si riferisce al territorio a controllo bosniaco, quindi fuori dall’area serba di Bosnia in cui Srebrenica era un’enclave, ndr), a 100 chilometri di distanza, in direzione di Tuzla».
Non ci riuscì quasi nessuno.
«No, dopo un paio di giorni durante un attacco serbo perdemmo di vista mio padre. Io, mio zio e centinaia di altre persone ci ritrovammo nelle mani dei soldati. Ci promisero che non avrebbero fatto del male a nessuno. Ma in quello stesso giorno iniziarono a metterci su camion e autobus senza dirci dove saremmo andati: la destinazione erano i luoghi fissati per le esecuzioni. Io e mio zio ci ritrovammo con altri in una scuola, nella stessa aula, nel villaggio serbo di Petkovci, a circa 70 chilometri da Srebrenica».
Lì fu chiaro tutto?
«Sì, venivamo chiamati fuori per essere ammazzati. Io fui chiamato prima di mio zio, era circa la mezzanotte tra il 14 e 15 luglio. Spogliato fino alla vita, ero scalzo, con le mani legate e fui portato verso una diga lì vicino. Eravamo un gruppo di persone. Quando partì la raffica fui colpito da diversi proiettili, ma capii di essere ancora vivo. Mi appoggiai sopra gli altri cadaveri. Un altro, vicino, mi fece capire di essere sopravvissuto. Ero ferito a una gamba. Ma insieme a lui e anche grazie a lui siamo poi riusciti ad arrivare ai villaggi bosniaci e poi a Tuzla».

Quanti parenti ha perso?
«Non mi piace dare un numero, non voglio contarli come cose: ho perso mio padre Alia, quello zio a cui ero particolarmente legato, altri due zii, i loro figli, molti altri parenti, più o meno stretti. Anni dopo essermi salvato, in una fosse comune a Nova Kasaba trovarono i resti di mio papà. E anche dello zio catturato con me. Potevo intuire quale era stato il destino di mio padre, ma quando lo seppi il mio mondo crollò. Iniziai a piangere».
Si è mai sentito in colpa per essere sopravvissuto?
«È una sensazione molto complessa. A volte può capitare, sì. Ma altre volte dici: se non fossi sopravvissuto, chi avrebbe potuto testimoniare quell’orrore? È qualcosa che ti segna per sempre. Hai davanti agli occhi decine, centinaia di immagini, persone che non ci sono più. Ma io sono qui, almeno per testimoniare e ricordare».
Quali leader militari e politici ha affrontato in tribunale all’Aia?
«Ho testimoniato contro diversi alti ufficiali, anche Ljubiša Beara».
L’uomo che stabilì la logistica del genocidio, dove uccidere e dove seppellire.
«Esatto. Non mi sono trovato faccia a faccia con Mladic e Karadzic perché sono rimasti latitanti a lungo e io accettai che le mie precedenti testimonianze venissero acquisite senza che io fossi presente. Tra i politici fui in udienza con Slobodan Milosevic».
Che cosa ha provato davanti a Milosevic? Lui si autodifendeva, la interrogò?
«Sì, Milosevic si difese da solo, senza un avvocato, e mi rivolse direttamente delle domande, sostenendo principalmente di voler soltanto arrivare alla verità, ma in realtà cercava di confondermi. Tuttavia, i miei ricordi erano nitidi e la mia testimonianza fu chiara. Successivamente, un avvocato credo nominato dalla Corte, continuò a controinterrogarmi senza alcun rispetto nei miei confronti, tanto che i giudici dovettero fermarlo. Cosa provai? Aveva distrutto la mia vita e la mia comunità. L’unica reazione poteva essere l’odio, ma da qualche parte, dentro di me, c’era anche una certa soddisfazione, nel vederlo lì e pensare che la sua parola, in quel caso, non sarebbe stata l’ultima».
È stata fatta piena giustizia per ciò che è accaduto a Srebrenica?
«Finora solo una soddisfazione parziale. Non ci sarà giustizia finché continuerà a esistere ciò che queste persone hanno realizzato: il genocidio li ha premiati, ai suoi autori è stato dato metà del Paese, con un nome che richiama la Serbia. Eppure, si stanno ancora cercando i resti di 1.500 persone circa scomparse da Srebrenica, compresi alcuni miei parenti».
Dove vive oggi?
«Non l’avrei mai immaginato, nulla sarà come prima, ma vivo a Srebrenica. Sono tornato nel 2007, a differenza di altri parenti. Ho una famiglia, una moglie e tre figlie».
La posizione della Serbia, candidata a entrare nell’Unione, deve preoccupare l’Europa?
«Con Mladić o senza Mladić Srebrenica rimane un problema per la Serbia, che prima o poi dovrà affrontarlo. Ma Srebrenica è un problema anche per l’Europa, perché permise il genocidio sotto la bandiera dell’Onu e ora non fa nulla per costringere la Serbia a comportarsi in maniera civile, almeno accettando le sentenze internazionali».
Da bosgnacco, quindi, lei si sente o non si sente europeo?
«Non c’è alcun dubbio. Tuttavia, la domanda dovrebbe essere posta al contrario: l’Europa accetta noi? L’esperienza della guerra nell’ex Jugoslavia dice qualcosa di diverso».
Hai mai avuto l’opportunità di andare in Serbia e raccontare ciò che è accaduto a Srebrenica?
«Ho rilasciato interviste ad alcuni media indipendenti, che condannano il genocidio. Purtroppo la Serbia è una società sopraffatta dalla malattia del nazionalismo e dello sciovinismo e non vedo tempi migliori all’orizzonte, figuriamoci una catarsi. Forse le cose stavano andando in una direzione positiva fino al 2012, quando Aleksandar Vučić è salito al potere, ma da allora hanno preso una direzione sempre peggiore. Posso sembrare pessimista, ma è la verità. Esiste però un piccolo numero di persone tenaci e organizzazioni non governative che condannano quanto accaduto: almeno un po’ di speranza».
6 settembre 2026
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