Per la rubrica “Visti da lontano”, incontro con un architetto messinese che vive in Spagna. E lavora in uno studio prestigioso
Fotografie e testo di Rosario Lucà
VISTI DA LONTANO – Ho incontrato Loris Di Benedetto in un hotel di Barcellona, la città dove vive e lavora come architetto nello studio Bjarke Ingels, uno dei più prestigiosi al mondo.








Loris ha 36 anni, è nato a Messina, anche se la sua famiglia viveva a Roma. È stata sua madre, messinese di Torre Faro, a volerlo far nascere nella nostra città. La nonna, che era stata ostetrica, per lei rappresentava un punto di riferimento importante.
Così sua madre si trasferì a Messina tre mesi prima del parto e vi rimase ancora per tre mesi dopo la nascita, a casa della nonna, a Torre Faro. Il padre, invece, continuava a lavorare a Roma facendo il pendolare.
Loris mi racconta che il suo fu un parto difficile.
La sua vita è stata segnata dai trasferimenti, prima quelli della famiglia e poi quelli legati alla sua professione. Cresce a Roma, dove resta fino a dieci anni, poi la famiglia si sposta a Montefiascone e infine a Viterbo.
Ogni estate, però, senza mai saltarne una, arrivava il momento di tornare a Torre Faro.
Da giugno a settembre la famiglia si trasferiva nella grande casa della nonna e Loris viveva lì, fino alla riapertura delle scuole.
“Erano tre mesi talmente belli che mi restavano dentro anche per tutti gli altri mesi dell’anno. Era come vivere due vite parallele.
L’inverno a Roma, dentro un appartamento piccolo al centro della città, dove non potevo uscire da solo. Dovevo andare alla villa o ai giardinetti con papà. Le finestre erano alte per un bambino e così non potevo nemmeno vedere fuori.
Poi, da giugno a settembre, la mia vita cambiava: a Messina c’erano il sole, il caldo, il mare”.
A Roma Loris praticava nuoto agonistico, ma era a Messina che si sentiva veramente un nuotatore, quando poteva nuotare libero nel mare dello Stretto.
L’inverno era quindi un’attesa, quasi interminabile, dell’estate.
“Ancora adesso mi porto dentro questa cosa e alla fine dell’estate mi intristisco. Anche qui a Barcellona, dove gli inverni sono miti e riesco ad andare a nuotare da giugno a ottobre, io comunque aspetto l’estate.
Sento che i miei occhi sono fatti per la luce, infatti non porto mai gli occhiali da sole. D’estate i miei occhi sono quasi sempre socchiusi, ma non perché mi dia fastidio: mi piace guardare il sole attraverso le ciglia”.
Mi racconta dei viaggi in macchina da Roma a Messina.
“Era sempre un’avventura. Papà guidava piano, l’autostrada in Calabria non c’era ancora e quindi erano undici ore di macchina senza aria condizionata.
Ma era un crescendo per arrivare alla fine a vedere lo Stretto di Messina e, dall’altra parte, quel piccolo paese sulla punta dove c’era la casa della nonna e la vita felice che mi aspettava.
Su quell’ultimo viadotto era un’esplosione, tutto si apriva. Ricordo anche l’attesa e l’eccitazione prima di attraversare.
Mio padre è pugliese, a Barletta c’è la casa degli altri nonni. Se ci fermavamo all’andata per me era terribile, perché prolungava soltanto l’attesa prima di arrivare a Messina”.
Quell’attesa, forse, Loris non l’ha mai veramente abbandonata.
Oggi vive a Barcellona, ha una compagna inglese, Celeste, conosciuta durante un Erasmus Internship, e un bellissimo bambino, Leo, di tre anni e mezzo.
Gli chiedo di raccontarmi della sua vita di adesso.
“Siamo a Barcellona da tre anni. Bjarke Ingels è uno studio di Copenaghen che ha diverse sedi nel mondo, una delle quali è appunto qui a Barcellona.
Dopo la laurea e altri master di formazione un po’ in giro per il mondo, sono stato per un lungo periodo a Londra, dove avevo fatto un colloquio allo studio Foster, uno degli studi di architettura più famosi al mondo, un po’ il Renzo Piano inglese.
Lì però non fui preso, ma decisi che volevo restare a Londra perché sul piano professionale era più formativa.
Trovare lavoro però non fu facile. Alla fine a Londra ci sono rimasto cinque anni, lavorando in tre studi diversi.
Nonostante fossi un giovane laureato, mi hanno subito buttato in cantiere o agli incontri diretti con il cliente, anche se all’epoca il mio inglese era scolastico. È stata un’esperienza dura, ma molto formativa.
Il mio ultimo lavoro a Londra è stato allo studio Hopkins Architects, che è quasi al livello del Foster. Lì ho cominciato a fare più design.
Questo studio è stato per me un trampolino di lancio che mi ha portato allo studio a cui aspiravo di più, quello di Renzo Piano a Genova”.
“Wow”, gli dico, “hai lavorato con Renzo Piano?”
“Ci sono stato per nove mesi, poi una serie di circostanze mi hanno portato a lasciare lo studio.
Mi avevano assegnato un progetto a Milano: era una struttura che aveva la forma di una scatola di vetro che doveva ‘volare’ nel centro della città.
Un progetto bellissimo, che però a un certo punto si è interrotto perché i costi stavano lievitando e il proprietario decise di interromperne lo sviluppo.A quel punto il mio nuovo incarico con lo studio Piano sarebbe dovuto essere probabilmente all’estero.
In quel periodo Celeste era incinta, il lavoro nello studio Piano non aveva orari e stavo molto tempo lontano da casa. Queste due cose insieme mi hanno fatto decidere di lasciare lo studio Piano”.
Gli chiedo di raccontarmi com’è lavorare per uno degli architetti più famosi del mondo.
“È stato incredibile. Lui è sempre presente, conosce tutti i dettagli di tutti i progetti.
La prima volta che l’ho visto quasi non ci credevo. È una di quelle persone che hanno un carisma che si irradia, una persona da cui riesci a imparare anche con soli dieci minuti di colloquio.
Al nostro primo briefing disse due o tre cose che mi fecero subito capire la sua grande visione.
È una persona con un’esperienza immensa, che vuole trasmettere ai suoi collaboratori. All’epoca era già anziano, però seguiva attivamente tutti i progetti”.
E così, dopo l’esperienza a Genova allo studio Piano, Loris e Celeste tornano a Roma, dove nasce Leo.
In quel periodo Loris prende un anno sabbatico per seguire la famiglia che cresce.
Poi arriva Barcellona.
Vivono in una casa sull’Avenida Diagonal, in una zona bellissima, con un’architettura ordinata ed elegante.
Loris mi dice che Barcellona, in qualche modo, gli ricorda Messina.
“La città è in discesa verso il mare come Messina, il colore del sole è abbastanza forte, una cosa che mi mancava tantissimo quando ero a Londra. Anche i colori sono simili, è una città abbastanza bianca”.
Ma più che Barcellona, è Torre Faro il luogo che continua a tornargli dentro.
“Mi ricordo il tempo passato nella casa dei nonni, con tanti cugini, tutti insieme, giorno e notte, tutti insieme a pranzo e cena, in quelle tavolate lunghe che non finivano mai.
Quell’infanzia, quella vita, è stata un regalo grossissimo che è difficile ripetere.
Ricordo quella casa dove c’era tanto da mangiare, il frigo sempre pieno di gelati che la nonna ci lasciava, sempre disponibili, bastava prenderli.
Era un paradiso”.
Poi parla di Leo.
“Mi piacerebbe che Leo potesse vivere un’esperienza come questa”.
Questa frase mi colpisce. Perché Loris non sta parlando soltanto della propria nostalgia. Sta parlando del desiderio di consegnare qualcosa a suo figlio.
Una parte della propria infanzia.
Un luogo.
Un modo di stare insieme.
Una casa piena di persone, una tavola lunga, il mare, l’estate, la libertà.
Adesso Leo ha tre anni e mezzo e Loris lo porta sulla spiaggia della punta.
“Adesso lì molte cose sono cambiate. La famiglia estesa si è un po’ disgregata, la tavola lunga c’è ancora ma è vuota.
A Torre Faro ci torno ogni anno. Tutto mi sembra diverso: quel giardino che mi sembrava una giungla non è così grande quanto mi sembrava da bambino, i vialetti fra le aiuole della villa erano delle strade dove correvamo con le bici, adesso mi accorgo di quanto siano piccoli.
Ma anche adesso che in quella casa tutto è un po’ decadente, abbandonato, per me ha sempre un grande fascino”.
Loris è un architetto e sa cogliere l’anima delle case.
Porta con sé un piccolo quaderno dove ci sono schizzi, sezioni, prospettive, appunti e parole appena accennate, vede gli spazi, ma soprattutto sente la vita che ci è passata dentro.
Poi mi dice:
“Io a Torre Faro, in quella casa, mi sento in pace con me stesso e so che io prima o poi ritornerò là.
Ho comprato una casetta piccolina proprio nel villaggio dei pescatori. Adesso è poco più di un rudere che devo ristrutturare, ma io sento che devo tornare lì. Quello è il mio posto.
Tornerò lì quando posso e ci resterò più che posso e sarà sempre di più, e spero che quello diventi anche il rifugio del mio Leo”.
Forse è questo il senso del viaggio di Loris.
Ha girato il mondo, ha fatto la sua tesi a Dublino, è stato per un breve periodo a New York, ha vissuto a Londra e adesso vive a Barcellona.
Ha attraversato città che fanno parte dell’immaginario di tutti noi, ha lavorato e lavora in studi prestigiosi, ha conosciuto architetti di fama internazionale.
Eppure il luogo in cui sente di voler tornare è una piccola casa nel borgo dei pescatori di Torre Faro. Non per cancellare tutto quello che ha vissuto dopo.
Al contrario.
Forse perché alcune esperienze hanno bisogno di un luogo in cui tornare per poter essere trasmesse.
Alla fine è il cuore la nostra bussola, penso. Sono i sentimenti a guidare le nostre scelte, consciamente o inconsciamente.
Gli chiedo come un architetto, continuamente alla ricerca del bello e delle soluzioni architettoniche più moderne, si trovi a vivere a Torre Faro, che negli ultimi trent’anni ha subito un’urbanizzazione selvaggia, senza una linea guida coerente.
Mi risponde da architetto:
“Le case possono essere brutte, ma contengono la vita, l’affetto, l’emozione, la felicità di quelle persone che le abitano e che accettano quella bruttezza perché spesso è quello che si possono permettere, nel senso più ampio possibile.
Le case sono come una radiografia delle persone che ci vivono, perché puoi vedere i loro bisogni, vedi la quantità di soldi che possono spendere.
In alcune manca l’intonaco da una parte, o magari ci sono le finestre da rifare, o magari fa molto caldo e mettono il condizionatore che si vede in facciata, e anche quello è brutto.
E la salsedine che arrugginisce le cose a cui le persone non possono stare dietro quanto dovrebbero.
Infine c’è la bellezza di vivere là, semplicemente, con la famiglia.
C’è quindi una bellezza anche nelle case brutte. È evidente che non c’è un senso estetico che le governa, ma hanno la bellezza del loro carattere, che è anche molto moderno perché sono state fatte da poco.
Questa bellezza non la troveresti in un posto molto turistico, che spesso è curato e organizzato per i turisti, ma non ha una sua essenza originale”.
Prima di chiudere la nostra chiacchierata gli dico ancora:
“Tu vivi una vita internazionale e multiculturale, hai una compagna inglese, hai girato mezzo mondo, ma conservi queste radici messinesi fortissime. Se venissi a casa tua adesso, che cosa troverei della nostra città?”
Mi risponde con una punta di romanesco che non ha perso, nonostante l’intercalare di molte parole inglesi:
“Ci sta la giara con i capperi di Stromboli e poi l’origano. A me piace cucinare le ricette messinesi che mi faceva la nonna.
Faccio la zuppa di pesce con la base di soffritto, aggiungendo uno alla volta tutti gli ingredienti, con quel processo lento che da piccolo vedevo fare nella cucina sempre attiva della nonna.
Cerco di riprodurre il suo stesso sapore, perché la memoria del sapore è qualcosa che non dimentichi. Qualche volta ci riesco.
Il mio prossimo obiettivo sono i totani ripieni e poi i peperoni e le melanzane ripieni al forno.
Quando torno in Italia resto in cucina accanto a mamma e cerco di seguire tutti i passaggi, per poi rifare le cose che fa.
Nella cucina i tempi sono importanti. Per esempio, c’è un momento preciso in cui devi mettere i capperi, perché se li metti troppo presto perdono il sapore”.
Ecco una metafora della vita, penso fra me e me: anche nella vita ci sono cose, posti, persone, emozioni che, se arrivano nel momento giusto, diventano così importanti e si fissano per sempre dentro di te.
Loris è una persona sensibile, più volte i suoi occhi sono diventati lucidi durante il suo racconto. È anche un bell’uomo, ha il fisico del nuotatore, con le spalle larghe e possenti.
Ci salutiamo con un abbraccio.
Prende per mano il suo Leo, li vedo allontanarsi verso l’uscita del mio hotel sulla Avenida Diagonal.
Le loro sagome diventano scure nel controluce della porta automatica che si apre davanti a loro.Ho ancora in mano la macchina fotografica, ma decido che quella immagine me la voglio tenere per me, senza la distrazione dell’obiettivo.
Lontano da qui, dietro di loro, c’è una piccola casa a Torre Faro che li aspetta.
