di
Dario Di Vico

La multinazionale ha ceduto la «frizzante» amata nei ristoranti al fondo americano Platinum. Dopo una gestione trentennale di successo, per gli analisti sarà un lascia-e-raddoppia

Nel lessico del management l’acqua San Pellegrino è sicuramente considerata un caso di studio. La sua specialità sta nell’indicare al mercato e agli stakeholders l’optimum del rapporto tra made in Italy e multinazionali. Per riflesso condizionato siamo abituati a considerare la vendita di un’azienda italiana a una company straniera come una sconfitta dell’imprenditoria e del sistema (governo, banche, ecc.). Lo facciamo da anni e continuiamo senza accompagnare il giudizio con un’analisi ad hoc dei singoli mercati, delle potenzialità dell’azienda, della cultura del subentrante. E invece San Pellegrino dimostra l’esatto contrario ovvero come la presunta «colonizzazione» del marchio più pregiato delle acque minerali sia diventata nel tempo un’occasione di creazione di valore e di crescita.
Quello che era un marchio conosciuto in un’area geografica comunque limitata è diventato grazie all’acquirente svizzero Nestlé un prodotto noto in tutto il mondo (150 Paesi), ricercato e capace di guadagnare un posizionamento premium nell’offerta di acque da tavolo. Con tutta probabilità nessun soggetto italiano privato avrebbe potuto convogliare sul marchio San Pellegrino le centinaia di milioni di investimenti che nel tempo Nestlé ha sborsato (200 milioni solo negli ultimi tre anni).

Il veicolo Usa

Stiamo parlando di un deal del 1998 e non lo facciamo certo per archeologia industriale: di San Pellegrino infatti si torna a parlare in queste settimane perché la società italiana ha cambiato di mano ed è passata al fondo di private equity americano Platinum. Da una multinazionale straconosciuta, le acque bergamasche passano nel portafoglio di un fondo californiano che con quest’operazione debutta sul mercato europeo. Che cosa cambia? Che prospettive si aprono? Come quei ragionamenti sugli investimenti esteri diretti del ‘98 oggi possono essere aggiornati?
Sottolineato che una fonte non è delocalizzabile e quindi non si possa prescindere dal territorio, ci chiediamo se ancora una volta la San Pellegrino possa insegnare qualcosa al management e al sistema italiano. Magari proprio nei rapporti con il private equity estero. Abbiamo parlato finora del brand-principe, ma nella società San Pellegrino ci sono anche l’Acqua Panna che esce dallo stabilimento fiorentino di Scarperia e la Levissima di Sondrio.
La novità è che Madame Nestlé ha deciso di razionalizzare il business, come altri conglomerati tende a semplificare il portafoglio e quindi ad assecondare i mercati finanziari che non amano il mix. Il nuovo capo si chiama Philipp Navratil e intende concentrare le risorse nei settori che garantiscono maggior crescita come caffè, petfood e prodotti nutrizionali.
Le acque minerali sono un business che richiede un alto consumo di capitale logistico e infrastrutturale e di conseguenza si prestano ad essere tagliate. In più Nestlé sul fronte dell’altra grande acqua che possiede, la francese Perrier, viene da vicende complesse che l’hanno vista nel mirino delle autorità transalpine per un contenzioso legato al filtraggio e al trattamento delle sorgenti. In sostanza, in nome della riorganizzazione, Nestlé non ha avuto nessun problema a mettere sul mercato marchi redditizi come San Pellegrino e Perrier ma troppo piccoli per generare nuovi indirizzi di business.




















































Effervescenti 

E ciò nonostante in questi anni l’acqua italiana sia diventata la scelta più ovvia dei ristoranti a cinque stelle e abbia saputo conquistarsi un posizionamento di prezzo che forse nel ‘98 era inimmaginabile. La vendita alla Nestlé è stato un affare win win, ha guadagnato la multinazionale ma ha guadagnato anche il sistema Italia che ha potuto consolidare l’occupazione, instaurare ottime relazioni industriali, vedere crescere il prestigio internazionale delle acque italiane presso la ristorazione più qualificata. Una dimostrazione è sicuramente il nuovo e moderno impianto in Val Brembana progettato dallo studio danese Bjarke Ingels.
Ora nascerà Peranel, una joint venture 50% Nestlé 50% Platinum che sarà guidata ancora, almeno per un anno e mezzo, da una manager di estrazione svizzera, Muriel Lienau.
Peranel avrà in portafoglio Perrier, San Pellegrino, Levissima e Panna. L’operazione è stata valutata attorno ai 5 miliardi di euro e la sede sarà Parigi. Nelle dichiarazioni ufficiali ovviamente non è prevista nessuna ritirata dall’Italia e anzi un rilancio commerciale. Platinum entra per iniettare nuovo capitale e dare maggiore agilità decisionale al gruppo e l’obiettivo sembra essere la crescita nella ristorazione premium specie in Nord America. Platinum è stata fondata dal miliardario americano-israeliano Tom Gores, proprietario dei Detroit Pistons e si è specializzata nell’acquisire singole società dalle multinazionali. E, secondo le dichiarazioni rese in occasione del deal, Peranel ha ulteriori intenzioni di crescere tramite shopping. Ma cosa farà Platinum con le acque italiane? La sensazione che c’è tra gli analisti industriali e che potrebbe vieppiù rafforzare per San Pellegrino (e forse anche per Panna) il posizionamento Premium, tanto che alla fine più che un’acqua minerale si venderebbe un soft drink possibilmente a un prezzo ancora superiore. Una sorta di lascia-e-raddoppia che potrebbe esaltare ancora una volta il made in Italy. Una sfida.

Visto dall’Italia

Ma come viene vista in Italia la seconda vendita di San Pellegrino? «Era nell’aria — risponde Angelo Paolella, segretario generale della Flai-Cgil —. Lo stesso schema Nestlé aveva seguito con i gelati Motta. Ma mentre questi ultimi attraversavano una fase critica di mercato, le acque vanno bene».
Per il sindacato la Nestlé è stato un ottimo partner, la qualità della contrattazione in azienda è alta e i risultati anche. «Certo mentre gli svizzeri avevano una loro riconoscibile responsabilità sociale, il fondo Platinum è praticamente uno sconosciuto e non sappiamo che cultura abbia delle relazioni con il sindacato e il territorio”. Paolella non è preoccupato di possibili ricadute occupazionali se non per la sede centrale che potrebbe subire processi di accorpamento a Parigi. Certo è possibile che Platinum valorizzi San Pellegrino e Panna e invece valuti di vendere Levissima (e le bibite ex Vera prodotte a San Giorgio in bosco), ma per ora si tratta di una prospettiva lontana. E anche il sindacato aspetta fiducioso l’ennesima nuova vita di San Pellegrino.

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4 settembre 2026