Un ricercatore ha ricevuto la terapia che studiava da quarant’anni. Nel tumore metastatico del pancreas un piccolo trial ha registrato un aumento della sopravvivenza. Ma non è ancora una cura e non ha nulla a che vedere con integratori e spremute.
Per quarant’anni Garry Buettner ha studiato come trasformare una vitamina familiare in un’arma contro il cancro. Poi il ricercatore è diventato paziente e ha ricevuto, insieme alla terapia convenzionale, proprio quelle infusioni di vitamina C ad altissime dosi sulle quali aveva concentrato la sua attività scientifica.
La storia, rilanciata da Medscape (portale statunitense di informazione medico-scientifica), ha riaperto una delle questioni più controverse dell’oncologia: la vitamina C può davvero aiutare a combattere i tumori?
Dietro il racconto si sovrappongono, però, tre elementi diversi: l’esperienza personale di Buettner, gli esperimenti condotti in laboratorio e un piccolo ma interessante studio clinico sul tumore del pancreas. Separarli è indispensabile per capire dove finiscono i dati e dove comincia la speranza.
Il ricercatore diventato paziente
Buettner, professore emerito di Oncologia radioterapica all’Università dell’Iowa, ha dedicato decenni allo studio dell’ascorbato, la forma chimica della vitamina C. Nel 2023 gli è stata diagnosticata una sindrome mielodisplastica, una neoplasia del sangue che in alcuni casi può evolvere in leucemia mieloide acuta.
È stato trattato con azacitidina, farmaco utilizzato contro queste malattie, associata a infusioni di vitamina C ad alte dosi. La sua risposta favorevole ha inevitabilmente attirato l’attenzione: lo scienziato era diventato destinatario della strategia che aveva contribuito a sviluppare.
Ma una storia individuale, per quanto suggestiva, non è una prova. Non consente di stabilire se il miglioramento dipenda dall’azacitidina, dalla vitamina C, dalla loro combinazione o dalle caratteristiche biologiche della malattia.
Gli studi secondo i quali l’ascorbato potrebbe potenziare l’azacitidina sono stati inoltre condotti soprattutto su cellule tumorali e modelli animali. Manca ancora una grande sperimentazione clinica randomizzata sui pazienti con sindrome mielodisplastica.
Il dato più interessante arriva dal pancreas
L’evidenza clinica più rilevante riguarda invece il carcinoma pancreatico metastatico.
Nel 2024 la rivista Redox Biology ha pubblicato uno studio randomizzato di fase II dell’Università dell’Iowa. Dei 36 pazienti assegnati ai due gruppi, 34 hanno ricevuto il trattamento previsto.
Il gruppo di controllo è stato sottoposto a chemioterapia con gemcitabina e nab-paclitaxel. Il secondo ha ricevuto gli stessi farmaci più 75 grammi di vitamina C per via endovenosa, tre volte alla settimana.
La sopravvivenza mediana è risultata di 16 mesi nel gruppo trattato anche con vitamina C, contro 8,3 mesi con la sola chemioterapia. Il periodo senza progressione della malattia è passato da 3,9 a 6,2 mesi. Non è stato rilevato un aumento significativo della tossicità né un peggioramento della qualità della vita.
Per una malattia difficile da trattare come il tumore metastatico del pancreas è un segnale importante. Ma non basta ancora per annunciare una nuova cura.
I limiti che ridimensionano l’annuncio
Il trial è randomizzato, ma comprende appena 34 pazienti trattati. In un campione così piccolo, differenze individuali o squilibri casuali tra i gruppi possono influenzare molto il risultato.
Gli autori hanno inoltre utilizzato intervalli di confidenza al 90 per cento, meno restrittivi di quelli al 95 per cento generalmente adottati negli studi destinati a cambiare la pratica clinica.
Serve quindi un trial di fase III, multicentrico, condotto su centinaia di pazienti e confermato da gruppi indipendenti. Solo allora sarà possibile capire se il raddoppio della sopravvivenza possa essere riprodotto e attribuito realmente alla vitamina C.
Il risultato è promettente, non definitivo.
Non è la vitamina di spremute e integratori
La vitamina C sperimentata in oncologia non equivale a quella contenuta negli agrumi o negli integratori.
Quando viene assunta per bocca, l’intestino ne limita l’assorbimento e i reni eliminano rapidamente la quantità in eccesso. Un’infusione di 75 grammi produce concentrazioni nel sangue impossibili da ottenere con l’alimentazione.
A quei livelli l’ascorbato può comportarsi da pro-ossidante e favorire la formazione di perossido di idrogeno nel microambiente tumorale. Alcune cellule cancerose, già esposte a un intenso stress ossidativo, potrebbero essere meno capaci delle cellule sane di neutralizzarlo.
L’obiettivo non è dunque sostituire le terapie, ma rendere alcune neoplasie più vulnerabili alla chemioterapia o alle radiazioni.
Perché la ricerca fu abbandonata
Negli anni Settanta Linus Pauling, due volte premio Nobel, e il chirurgo Ewan Cameron sostennero che alte dosi di vitamina C potessero prolungare la vita di alcuni pazienti oncologici.
Gli studi successivi della Mayo Clinic non confermarono il beneficio e la questione sembrò chiusa. Esisteva però una differenza sostanziale: nei primi trattamenti una parte della vitamina era stata somministrata per via endovenosa, mentre nei trial negativi veniva assunta soltanto per bocca.
Gli studi farmacologici hanno successivamente dimostrato che le due modalità non sono equivalenti. Ciò non riabilita automaticamente le vecchie ipotesi, ma spiega perché oggi l’ascorbato endovenoso venga studiato come un vero agente farmacologico.
I rischi nascosti dalla parola “naturale”
Negli studi la vitamina C endovenosa è risultata generalmente ben tollerata, ma dosi di decine di grammi non sono prive di rischi.
Nei pazienti con deficit dell’enzima G6PD possono provocare una grave distruzione dei globuli rossi. Occorre cautela anche in presenza di insufficienza renale, calcoli, accumulo di ossalati o sovraccarico di ferro. Sono inoltre possibili interferenze con alcuni sistemi di misurazione della glicemia.
Il pericolo principale è che questi risultati vengano sfruttati per promuovere infusioni private in alternativa alla chemioterapia. Lo studio sul pancreas indica esattamente il contrario: l’eventuale vantaggio è stato osservato aggiungendo la vitamina C ai farmaci oncologici, non eliminandoli.
Una pista da verificare, non una scorciatoia
Il National Cancer Institute statunitense considera promettenti alcuni risultati, ma ricorda che gli studi disponibili presentano ancora limiti metodologici. La vitamina C endovenosa non è una terapia oncologica standard.
Un possibile beneficio nel carcinoma pancreatico non può inoltre essere esteso automaticamente agli altri tumori, ciascuno caratterizzato da alterazioni genetiche e metaboliche differenti.
La domanda scientifica non è se una spremuta o un integratore possano curare il cancro: non possono farlo. Bisogna capire se dosi farmacologiche di ascorbato, somministrate sotto controllo medico e associate alle terapie standard, possano rendere alcuni tumori più fragili.
Il piccolo studio sul pancreas offre un segnale che merita una verifica più ampia. La storia di Buettner aggiunge un elemento umano straordinario, ma non trasforma un’esperienza personale in una dimostrazione.
La vitamina C torna così nel laboratorio dell’oncologia. Non come cura naturale dimenticata, ma come possibile farmaco di supporto ancora chiamato a superare la prova decisiva dei grandi studi clinici.
Bibliografia essenziale
Bodeker KL et al. A randomized trial of pharmacological ascorbate, gemcitabine, and nab-paclitaxel for metastatic pancreatic cancer. Redox Biology, 2024;77:103375.
National Cancer Institute. Intravenous Vitamin C (PDQ®) – Health Professional Version, aggiornamento 2025.
University of Iowa Health Care. Chemist’s lifelong research comes full circle in his own treatment, 2026.
Medscape. Vitamin C’s Potential Use in Cancer Is Getting a Second Look, 2026.