di
Roberta Scorranese
Il fondatore di Eataly: «Provo a salvare il mondo. Mio padre partigiano aveva un cruccio: non mi ero laureato»
Oscar Farinetti, un altro libro…
«Sono bulimico. In media ne leggo tre in contemporanea e ne scrivo altrettanti. Ho già finito il prossimo».
Ma deve ancora uscire quest’ultimo, «Omero non deve morire», scritto a quattro mani con Piercarlo Grimaldi.
«È un’analisi del mondo attuale attraverso il potere della parola, dal clima all’economia alla cultura. Il prof (già rettore dell’Università di Pollenzo, ndr) ha fatto la parte analitica, io ho messo le soluzioni».
A proposito: lei, per incentivare la lettura, propone sgravi fiscali ai lettori forti.
«Sì, proviamo a immaginare che chi dimostra di aver comprato e letto dieci libri all’anno paghi meno tasse».
Sì, ma…
«Immagino le obiezioni: e se li comprano ma non li leggono? E poi quali libri? Se uno si compra Mein Kampf di Hitler? E così via».
Obiezioni legittime.
«Nelle nostre aziende di vino sa come abbiamo convinto i contadini a fare il biologico? Li paghiamo di più».
Ecco, tra i suoi rimedi alle storture del mondo, c’è l’invito a trasformare tutta l’agricoltura italiana in biologica.
«So quello che dico, il settore agro-alimentare lo conosco. Forse produrremo un po’ di meno, ma non tanto. E nel tempo impareremo a conciliare qualità e quantità».
La visione che ha sempre guidato Carlin Petrini.
«Carlin mi ha insegnato il senso della parola “paesaggio”, che si nutre di bellezza, correttezza, gusto. Noi italiani siamo paesaggio: portiamo i segni di luoghi profondamente diversi tra di loro. E che siano benedette le differenze».
Un’altra figura importante nella sua vita.
«Mio padre partigiano, il Comandante Paolo. Ho un solo rimpianto: è morto prima che mi conferissero una delle due lauree Honoris Causa della mia carriera. Il fatto che non mi fossi laureato era un cruccio per lui».
Sua madre, invece.
«Novantacinque anni, lucidissima, tostissima».
Se lo ricorda il suo pranzo di nozze?
«Come se fosse ieri. Era il 1978, non avevamo un quattrino. Una ventina di parenti all’Osteria dei Topi Grigi di Alba. Per l’occasione misero i tovaglioli di stoffa, capirai».
Oggi i suoi tre figli Nicola, Francesco e Andrea guidano il grosso delle vostre aziende.
«Meno male, io faccio disastri! Io scrivo libri, viaggio, mi godo la campagna».
Per chi ha votato l’ultima volta?
«Succede sempre così: esco di casa dicendomi “Devi votare Pd, devi votare Pd”. Poi arrivo davanti all’urna e voto Renzi. Non ci posso fare niente».
Be’, siete amici fraterni.
«Per me e per mia moglie Graziella è come un figlio».
Come premier è stato meglio lui o Draghi?
«Domandona. Io penso che Matteo sia il politico più intelligente e capace, ma forse come statista direi Draghi».
Che cosa farebbe se la nominassero ministro della Cultura?
«Oltre agli sgravi per chi legge? Forse valorizzerei certe cose in cui siamo insuperabili, per esempio il design».
Un politico o una politica che le piace?
«Non ho dubbi: Silvia Salis. Lei dovrebbe guidare il Pd».
Anche Schlein dice cose giuste, ma la insultano di più.
«Tra le cose che propongo per un mondo più sano e giusto c’è l’abolizione dell’anonimato online. Come crede che guadagnino i colossi dei social network se non con il mantenere delle aree grigie?»
Lei propone anche un patentino per poter utilizzare il cellulare a sedici anni.
«Sono un imprenditore, ho fondato Eataly e ho consolidato Unieuro: so bene che ogni novità ha bisogno di attenzioni e rodaggio. Le prime auto erano un pericolo nelle strade: incidenti, scontri. Poi sono arrivate le regole e oggi senza patente non si guida».
Questo governo non le piace?
«Questo governo ha persone che mi piacciono. Guido Crosetto, per dire. È un uomo sensibile e intelligente».
Oggi lei che rapporto ha con i soldi?
«Guardi, le dico solo questo. I miei libri hanno raggiunto quasi il milione di copie vendute. Bene, il ricavato è andato e va tutto a enti benefici di fiducia. Pensi che io sono un regolare sostenitore di Wikipedia, puntualmente gli mando dei soldi perché non sopporto chi fa quattrini utilizzando i nostri dati».
Come i tecno-capitalisti, oggi tutti vicini al presidente americano Trump.
«Sa che quando Trump, appena eletto, uscì dal Trattato di Parigi sul clima io gli scrissi una lettera?»
Lui rispose?
«No, ma so che l’ha letta».
Come fa a saperlo?
«Me l’ha detto Briatore, loro si conoscono».
Che cosa gli scrisse?
«Gli dissi che era un pessimo affare. Gli parlai da imprenditore a imprenditore».
Gioco della torre: chi butta giù, Pavese o Fenoglio?
«Ma Pavese tutta la vita, Fenoglio è insuperabile».
Papa Leone o papa Francesco?
«Papa Leone, anche se ultimamente mi piacciono le sue posizioni contro i prepotenti. Il punto è che Francesco per me è stato un papa unico».
Paolo Conte o Francesco Guccini?
«Conte è un gigante, lo sappiamo, però io mi tengo Guccini. Per me rappresenta la mia giovinezza con l’eskimo».
«Esageroma nen», non esageriamo come dite voi a Alba.
«Non esagero, io sono sempre stato uno che ha vissuto l’essere di sinistra come qualcosa di gioioso, di ottimista, di visionario. Da quando mi firmavo Optalidon nell’edizione langarola dell’Avanti!».
Perché Optalidon?
«È un rimedio per il mal di testa. Io ho sempre cercato rimedi, non complicazioni».
Tornando al libro, tra i rimedi da lei proposti per sanare il mondo ci sono le lezioni di antifascismo e democrazia nelle scuole primarie e secondarie.
«Ma non sembra anche a lei che ne abbiamo bisogno? Umberto Eco lo dice chiaramente, e con lui Pasolini: il fascismo è un fenomeno che si può sempre ripresentare».
Quanti libri ha in casa?
«A naso, cinquantamila. Ho intere stanze piene soltanto di libri, considerando anche l’appartamento a New York. Io sono come Ulisse, guidato dalla curiosità».
Uno dei tre libri che sta leggendo adesso?
«Elogio del pomodoro di Pietro Citati».
Chi butta giù dalla torre Baricco o Scurati?
«Oddio, be’, Alessandro è anche un amico, diciamo che mi tengo lui. Pensi che quando il mio romanzo di esordio La regola del silenzio finì primo in classifica, Baricco mi telefonò e mi disse: “Oscar, non c’è più religione”».
Lei mangia carne?
«Sempre meno. È un problema di sensibilità ambientale, gli allevamenti intensivi sono dannosi. Anche qui, l’esperienza con Eataly e con Petrini mi ha portato a convincermi che basterebbe poco per mettere in piedi una filiera pulita e rispettosa».
Se lo ricorda il giorno in cui aprì il primo Eataly a New York?
«Eccome. Forse fu quello l’unico momento della mia vita in cui pensai: ora le cose cominciano a girare. Non scherzo: l’imprenditore sano non è mai tranquillo, dorme poco. In testa hai sempre scadenze e pagamenti».
Clienti illustri che ricorda?
«Le racconto quello che non feci entrare, purtroppo: il presidente Obama».
E perché?
«Perché gli americani sono fissati con la sicurezza e per averlo come ospite mi chiesero di tenere chiuso per due giorni il locale a causa delle misure di sicurezza. Non me lo potevo permettere».
Un passo falso nella sua vita.
«Da dove comincio?».
Dal primo che le viene in mente.
«Le racconto allora un peccato di superbia. Eataly stava decollando, un poco mi montai la testa. Così volli aprire in Giappone prima che in America. Una follia: in Giappone mica vanno a mangiare italiano. Fu un disastro».
E in Russia?
«Ah questa è bella. Aprimmo nel 2014 alla vigilia dell’annessione della Crimea. Quindi, arrivarono subito le sanzioni. Pensi che cominciammo a produrre tutto lì, facemmo un caseificio dentro l’edificio. Comunque, Putin non l’ho mai incontrato».
Mi pare di capire che non le piaccia molto.
«Io amo ciò che è bello, giusto e sano. Punto».
6 settembre 2026 ( modifica il 6 settembre 2026 | 07:55)
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