«Ho avuto un problema fisico importante e, in quel momento, la fotografia è stata fondamentale per aiutarmi a superarlo. Anche Torino ha avuto un ruolo importante». È proprio da questa riflessione che prende il via “Una Torino da Batticuore”, il progetto fotografico raccontato nell’omonimo docufilm che mette al centro il lavoro di Davide Batticuore, fotografo torinese che ha donato oltre duemila di quegli scatti all’Archivio Storico della Città. Un progetto nato quasi per caso, dopo quattro anni trascorsi a esplorare gli angoli del capoluogo piemontese, e che oggi è candidato al 44° Torino Film Festival nella prestigiosa sezione Documentari.

Davide Batticuore, qual è la crisi da cui parte tutto?
«Ho avuto un problema fisico complesso, dovuto anche alle tante ore che passo al pc per la post produzione. Ho iniziato a camminare per la città per benessere personale, accompagnandomi con la macchina fotografica, che per me ha sempre rappresentato un’estensione del mio corpo e della mia persona. Dopo anni di lavori su commissione ho cominciato a fotografare per piacere personale e, poco alla volta, tra le vie e le piazze, è nato il desiderio di dare una struttura alle immagini per far si che rimanessero nel tempo».

In che modo la fotografia l’ha salvata?
«Diventando una vera e propria terapia per ritrovare la rotta quando mi son sentito perso e smarrito. Nel film ho voluto raccontare tutto il mio percorso senza filtri. Non solo un risultato, ma anche i dubbi, le paure e la fatica quotidiane».

Quanto dura la pellicola e come ci siete arrivati concretamente?
«Dura precisamente sessantuno minuti».

E come ci siete arrivati?
«All’inizio è partito tutto molto tranquillamente, senza grandi pretese o ambizioni. Poi la cosa è cresciuta parecchio. Con la regista Jaqueline Dos Santos Campos abbiamo capito che c’era una storia da mettere a disposizione di altri e abbiamo deciso di proporlo al Torino Film Festival».

Perché proprio la vetrina del Tff?
«Perché è il posto naturale per un lavoro tutto torinese. È un festival nato qui, le radici piantate in città ma che parla a tutto il mondo. Per me era un’emozione enorme presentarlo a casa nostra».

Cosa spera succeda quando si spegneranno le luci in sala?
«Spero che la gente ne parli all’uscita, che lo critichi pure se serve. Un lavoro diventa davvero vivo solo quando smette di essere tuo e passa a chi lo guarda. E poi vorrei trasmettere un po’ di coraggio. Tutti abbiamo dei sogni e pensiamo che sia difficile realizzarli o che sia il momento sbagliato. Io sono partito da un momento no e sono arrivato a un film. Vorrei dire a tutti di provarci. Per il futuro, invece, voglio lasciar stare la città vuota e iniziare a raccontare la gente che la vive».

Ci sono altri progetti in programma?
«Questo non è assolutamente un punto d’arrivo. Torino rimane il territorio principale che desidero esplorare. Da sei mesi sto lavorando al seguito di questo percorso. Sto sviluppando una proposta narrativa e visiva nuova, sempre centrata sulla memoria storica del nostro tempo. Se prima le mie foto erano della città vuota ora vorrei includere le anime che la attraversano rendendola dinamica».

Cos’è che la spinge ancora a fotografare Torino con tanta passione?
«Senza dubbio la sua eleganza sabauda. È la prima cosa che mi ha fatto innamorare ed è un aspetto che continua a stregarmi giorno dopo giorno. E poi ci sono i colori che cambiano di continuo, con quella luce particolare che in base alle stagioni trasforma del tutto il volto dei quartieri».

C’è un orario della giornata che preferisce mostrare nelle inquadrature?
«L’alba. Quando la città comincia a svegliarsi c’è una tranquillità pulita che nelle grandi metropoli ormai non trovi più. Qui c’è ancora una dimensione silenziosa, quasi intima. Una situazione visiva semplicemente spettacolare».

Cosa l’ha colpita di più di questo percorso?
«Sicuramente fotografare la città dall’alto è stata una sorpresa enorme. Cambiare il punto di vista, letteralmente, mi ha aperto la testa e mi ha fatto ragionare su quello che stavo passando nella vita di tutti i giorni».