Prosegue all’insegna della musica e della memoria di Modugno Tra Domenico Modugno e la canzone d’autore, il nuovo appuntamento di Polignano a Mare Città della Musica, segmento principale del progetto culturale realizzato in collaborazione con Regione Puglia e Puglia Culture. La manifestazione oggi, domenica 6 settembre, prevede una serata dedicata al cantautorato italiano contemporaneo che vedrà sul palco Daniele Silvestri, Frankie hi-nrg mc, Marco Castello e Anna Castiglia. La chiusura è affidata a lunedì 7 settembre ad Al cinema con Modugno, giornata realizzata in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, tra proiezioni e approfondimenti dedicati al rapporto tra Modugno e il cinema. Dopo il soundcheck, nell’ennesima splendida giornata che Polignano a mare, ha offerto, ho chiacchierato con Daniele Silvestri.
Daniele partiamo da Polignano: cosa ha rappresentato, nel tuo percorso artistico Domenico Modugno e in cosa consiste oggi la sua modernità?
La cosa che mi ha sempre entusiasmato di Domenico Modugno è che non ho mai conosciuto una persona con una tale forza, forza che si manifestava in tante sfaccettature diverse, a partire dal suo modo di suonare la chitarra, popolare ma con radici profonde che ricordavano tanto la chitarra battente calabrese quanto la tammorra; e poi la teatralità espressiva che rappresenta pure il suo modo di pronunciare le parole che lo ha reso unico. Tanti mondi diversi hanno attraversato la sua carriera e anche da delicato c’era una forza speciale.
Col progetto Canzoni a sdraio (Live in studio) hai dimostrato che nonostante le richieste, spesso impositive, della discografia contemporanea è ancora possibile mettere al centro scrittura e interpretazione: ti senti un cantautore resistente?
Quasi più resiliente, non è una battaglia. Stando in una nicchietta mi è concesso di portare avanti certi progetti in quando le major non puntavano su di me per un grosso fatturato, e se è capitato è stato quasi casualmente come per Salirò. Sono stato anche fortunato a trovare persone illuminate che mi hanno sostenuto. Oggi è più anomalo per la massificazione aumentata ma se hai uno sguardo attento cose sorprendenti ce ne sono.
Una cosa che mi ha colpito delle tu canzoni a sdraio è il fattore casualità: con Davide Savarese e Marco Santoro non avevate intenzione di arrivare a un disco eppure i pianeti dell’arte si sono allineati. Nonostante gli algoritmi la musica resta un fattore umano?
Cerchiamo di farlo restare umano, ci provo perché mi dà soddisfazione se è l’arte che comanda e non il contratto. Va inseguita la fortuna di fare scelte legate quello artisticamente accade.
Sana e Robusta Costituzione è il solo inedito ed è un brano socialmente forte: Giorgio Gaber ironizzava con Io Non Mi sento italiano, tu oggi che pensi di questa Italia?
Ogni tanto la faccio in concerto il brano di Gaber, mi fa strano ma mi dico che è complementare alla mia canzone. Il sentimento qui mi interessa poco e mai ci ho molto creduto. E’ importante che ci sia qualcosa di più alto dell’individuo, la collettività che si dà limiti e obiettivi dovrebbe tendere a elevarsi. La Costituzione lo ha dimostrato. In quello sento l’orgoglio di sentirmi italiano. Questo accade grazie alla Costituzione e succede anche per una realtà come Emergency e in quel caso mi sento orgoglioso di essere italiano.
Ascoltando il disco c’è la sensazione di un qualcosa di fanciullesco, una gioia bella e fresca di fermare non solo le canzoni ma anche i momenti di condivisione: è così che avete collaborato?
Un po’ si, per il terzo anno sono insieme a Davide e Marco con le nostre armi da per giocare, armi giocattolo sia chiaro, e abbiamo giocato con la fantasia. Abbiamo messo a nudo un’anima, ci piaceva suonare senza imposizioni seguendo una scelta che è ricaduta in terreni che ti ripotano all’essenza; dunque, musica senza impalcature intorno essendo suonata e registrata in diretta.
Quale è oggi quella paura che ancora combatti e di cui parli ne L’Uomo Intero? Un uomo che sapeva “soprattutto sorridere”?
Descrivo una figura esterna a me e dopo parecchio tempo ho capito che era dedicata a mio padre: ho sempre riconosciuto che pur essendo io un uomo non schiacciato da ansie e paure, seppure fingo di esserlo nella canzone, lui era l’antidoto, aveva la capacità di sorridere quando non è scontato e sapeva viaggiare con la fantasia.
L’Ultimo Bicchiere, che è nell’album Acrobati, racconta uno spaesamento, quasi un volere anestetizzare la realtà: c’è il desiderio di non dover rimpiangere niente. Quando ti volti indietro qualche rimpianto ti sale? In Via col Vento canti “devo stare più attento, non illudermi mai perché spesso il rimpianto torna quando sembra vinto ormai”.
Torna perché qualcuno lo ho, niente di clamoroso e che mi schiacci, che se dovessi fare un bilancio possa pensarlo negativo. Non per merito ma per fortuna sono poche le cose che rimpiango, sono di più quelle di cui mi sorprendo in una vita fatti di incontri e di esperienze. Parlo di quello vedo e che ha il potere di modificare il sentire e lo stare nel mondo di una persona.
Nel 2027 compie vent’anni un album per te molto importante, Il Latitante: conteneva La Paranza, A Me ricordi il Mare, Ninetta Nanna tra le altre. Lo ristamperai? Gli dedicherai uno spazio speciale nei tuoi live?
Secondo me no, mi sembrano sempre un po’ pretestuose le celebrazioni delle ricorrenze. Mi è sembrato già troppo quando ho festeggiato i miei trent’anni di carriera con altrettanti concerti a Roma Lo leggo come un pretesto, una scusa e poi con i tanti dischi che ho fatto quasi ogni hanno ci sarebbe una ricorrenza.
La chiusura del tour sarà ai Suoni delle Dolomiti il prossimo 3 ottobre: poi cosa accadrà?
Torno in studio in forma libera. Sono in un momento di prescrittura, prendo appunti e mi appunto ideuzze senza una definizione né una data; l’idea del disco nuovo c’è ma non la do per scontata. Poi ci sono situazioni che possono essere nuove ma al momento non anticipo nulla.
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