Laura Pausini festeggerà nel 2027 trentaquattro anni di carriera. Dalla sua prima volta all’Ariston, nel 1993, niente è rimasto uguale, tutto è cambiato. Solo nel 2026 la cantante romagnola si è esibita sui più grandi palchi al mondo: dalla cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina alla finale dei Mondiali di calcio negli Stati Uniti. Oggi sarà il turno di un “ritorno a casa”. Sulla pista del Tempio della Velocità di Monza, Laura Pausini si esibirà nella cosiddetta Grid Gig, un breve concerto pre-partenza in diretta mondiale, per poi concludere cantando l’Inno d’Italia. L’abbiamo incontrata poco prima di salire sul palco per chiederle per chi farà il tifo oggi (spoiler: spera di incontrare Kimi Antonelli ma tifa Ferrari), che rapporto ha a 52 anni con la sua immagine e perché l’alleanza tra donne le sta così a cuore.

Emozionata?

“Sì, sono contenta di essere qui. È la prima volta che canto in un evento del genere, anche se sono già venuta qualche anno fa, proprio qui a Monza, a vedere un Gran Premio. Quando ero più piccola e avevo più tempo, seguivo molto la Formula 1. Ayrton Senna è sempre stato il mio preferito. Poi sono amica di alcuni piloti, in particolare Rubens Barrichello e Felipe Massa. Sono anche andata a casa loro in Brasile”.

E tra quelli di oggi, chi le piace?

“Personalmente non ho ancora conosciuto nessuno, ma spero in questa occasione di poter conoscere Kimi Antonelli. Quando ci sono ragazzi così giovani con un talento così grande, rimango sempre molto affascinata. Mi emoziono, perché mi ricordo il mio di inizio. Poi, chiaramente, io tifo Ferrari, per cui non potrei non nominare Charles Leclerc e Lewis Hamilton”.

Musica e Formula 1: cos’hanno in comune?

“Nel motorsport ci vuole un livello di concentrazione che non sono mai riuscita a spiegarmi. Mi sono sempre chiesta, per esempio, se il rumore del pubblico non desse fastidio ai piloti. Quando ho parlato con alcuni di loro, invece, mi hanno spiegato che, anche se non possono sentirlo perché ovviamente il rombo del motore è più forte, sapere che c’è qualcuno lì per loro li carica. È come per noi cantanti: è la nostra adrenalina. Alla fine, si assomigliano come emozioni”.

Quest’anno ha cantato alle Olimpiadi di Milano-Cortina e anche alla finale dei Mondiali di calcio. Cosa si prova ad esibirsi davanti a un pubblico così grande, che non è esattamente il suo?

“I primi anni, quando partecipavo a eventi che non fossero un mio concerto e quindi con un pubblico che non sapevo se mi avrebbe accolto con affetto o meno, ero molto impaurita. Oggi è diverso. Nel 2027 saranno 34 anni di carriera e, specialmente negli ultimi eventi sportivi in cui mi sono esibita – dalle Olimpiadi ai Mondiali – ho ricevuto un amore incredibile da un pubblico enorme. E poi quando partecipo a questo tipo di celebrazioni sportive mi sento più simile alle persone che sono sedute a guardarlo rispetto a quelle che sono sul loro palcoscenico”.

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Ha spesso usato la musica per schierarsi per i diritti di tutti. Che cosa la spinge a prendere posizione a costo delle critiche?

“Al giorno d’oggi sentirsi liberi di esprimere un’opinione è praticamente impossibile e ti fa sentire sempre intrappolata sotto il giudizio altrui. Spesso ti chiedi se ne valga la pena. Eppure, ci sono dei temi che, secondo me, sono più importanti della risposta a queste domande e vanno al di là delle critiche che puoi ricevere. Quelli che riguardano i bambini e le donne, ma anche le persone anziane e malate, per me sono intoccabili. Non mi interessa se poi vengo criticata. Da quando sono giovane, prima ancora di fare questo mestiere, sono legata a certe associazioni, anche piccole. Andare a conoscere le donne che magari vivono in un centro di accoglienza per vittime di violenza con i loro figli, sapere chi sono, vedere che gli sforzi che vengono fatti grazie all’impegno delle persone si traducono in qualcosa di concreto, per me vale ben oltre qualsiasi premio Grammy. Nessuno me lo chiede, mi viene spontaneo. Forse perché i miei genitori mi hanno abituata fin da piccola. Vedere che le cose possono davvero cambiare poi, è qualcosa che una persona del segno del Toro come me non si può permettere di perdere”.

A Paola Cortellesi, che sulla violenza di genere ci ha fatto un film straordinario, è legata da un’amicizia profonda. Ma sono molte le donne e artiste con cui ha lavorato negli anni. Che ruolo ha l’alleanza femminile nella sua vita?

“Penso che sia stata una delle mie più grandi ispirazioni e noto che, mentre passano gli anni, la cosa non cambia. Fin da quando andavo a scuola, tutte le persone che avevano un’influenza su di me erano donne, da Frida Kahlo alle tantissime artiste nel mondo della musica e non solo. Quello che vedo, purtroppo, è che spesso siamo proprio noi donne le prime nemiche di noi stesse. Predichiamo bene e razzoliamo male, insomma. Nel mondo della musica in Italia però, ho notato che le cose sono migliorate molto rispetto a com’erano una volta”.

Non sempre succede.

“È vero, ma quando succedo nascono delle cose importanti. Tra l’altro, finalmente è stata spezzata anche una serie di tabù femminili. Ad esempio, quando ero più giovane, nell’industria musicale le artiste dopo i quarant’anni non venivano molto sostenute, né dai discografici né dal pubblico. Oggi, se ci si pensa, i nomi più importanti del panorama non sono più solamente ragazze giovani. Questo per me è un insegnamento fondamentale: vuol dire spronare la nuova generazione a pensare più a lungo termine. Sono sempre stata abituata, da giovanissima, a sentirmi dire: ‘Facciamo tutto subito perché quando avrai quarant’anni poi’. Ecco, sono contentissima di poter dire che questa cosa non è successa”.

E invece, con la sua immagine, che rapporto ha? È cambiato con il tempo?

“Fin da bambina sono sempre stata più ‘mascolina’: mi sono sporcata le mani, mi sono buttata nelle cose. Dall’altra parte, però, ho avuto in casa una figura femminile importante, che è mia mamma, molto fine, raffinata, riservata. Quando da piccola andavo sul palcoscenico per fare piano bar con mio padre, non voleva che salissi sul palco con jeans e maglietta. Mi diceva: ‘Il pubblico viene a vedere te, devi portare rispetto anche con il look’. Ovviamente non avevo i soldi per comprarmi cose speciali o andare dal parrucchiere, non avevo un truccatore, quindi mi arrangiavo come potevo”.

E poi?

“Durante gli anni della scuola d’arte, i miei professori mi dicevano di osare un po’ di più, di non aver paura. Allora ho cominciato a tagliare magliette, a fare esperimenti di questo genere. Tra i 18 e i 28 anni, all’inizio della mia carriera, invece non ho molto amato il mio corpo. Stavo con una persona che mi diceva che ero brutta fisicamente e, di conseguenza, ci credevo e mi coprivo molto. Negli anni seguenti grazie al mio lavoro ho imparato tanto, noi italiani abbiamo il grande privilegio di vivere in una terra legata alla moda e chi fa il mio mestiere ha magari avuto l’occasione di conoscere grandi nomi come il signor Armani o, negli ultimi anni per me, Pierpaolo Piccioli. Mi hanno dato dei suggerimenti. Certo, resta che la mattina, se mi sveglio e mi gira in un modo, mi vesto comunque come voglio”.

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La sua fama la precede, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Le capita mai di desiderare una vita lontano dai riflettori?

“Mi succede di più pensando a mia figlia. Anche se vedo che per lei, che è nata quando già viaggiavo parecchio, è tutto normale. È molto più indipendente, si mette da sempre a confronto con tantissime persone e questo credo le abbia permesso di formarsi un’idea di sé e, probabilmente, le abbia dato anche la forza di credere in sé stessa. Però a volte penso a come sarebbe una vita lontano dai riflettori più per lei, perché capita che sacrifichiamo dei viaggi o dei semplici pomeriggi, anche solo al cinema, perché passeremmo il tempo a fare foto o autografi. Sai, mi è capitata una vita che non avevo sognato e, quando è arrivata, sarei stata una deficiente, proprio in senso letterale di deficere – che mi sarebbe mancato qualcosa – a non prenderla al volo. Ho lavorato tanto per far sì che io potessi dimostrare a questa vita che me la meritavo davvero e oggi non ho nessuna intenzione di perdere tutto lo sforzo, lo studio, il tempo che ho tolto a me stessa e ho dato al mio lavoro, che è la mia passione. Perché non sempre mi sono presa tanta cura di me, però, ecco, continuo a pensare che devo andare avanti. Sempre, come un treno. Non mollo”.