Primetime non è soltanto la parola inglese per “prima serata”. È qualcosa che ti definisce, dice agli altri chi sei. Ne è convinto il conduttore televisivo Chris Hansen. Non è una questione di soldi, non è una questione di visibilità. Quando si presenta, Hansen può dire il suo nome, il suo cognome e anche il nome del suo programma TV, che va in onda in prima serata… addirittura in contemporanea con la serie televisiva Lost! Primetime è anche il titolo di un film con Robert Pattinson in concorso all’ottantatreesima edizione della Mostra del cinema di Venezia. È la vera storia di To Catch a Predator, un programma TV andato in onda dal 2004 al 2007 sull’emittente americana NBC. Nel film, Hansen (Pattinson) e il suo team adescano, con l’aiuto di un ragazzo che sembra più piccolo della sua vera età, uomini alla ricerca di rapporti sessuali con minorenni. Si parte con le chat e si arriva eventualmente alle telefonate. Tutto viene ricordato e annotato. Poi viene dato al predatore sessuale un appuntamento. Il predatore pensa che si tratti di un appuntamento per fare sesso, in realtà entrerà in una casa piena di telecamere, dove lo sorprenderanno Hansen e la polizia.
a24
To Catch a Predator è un format televisivo controverso, e non serve un intero film per comprendere come traesse successo dal desiderio di cieco giustizialismo degli spettatori. Come INK, proiettato in apertura al Festival, anche Primetime racconta la storia di individui senza scrupoli che fanno fortuna cavalcando gli istinti peggiori del pubblico. Siamo quindi a due tentativi di individuare, nel passato, un momento esemplare, cioè un momento che aiuti a capire i meccanismi che definiscono il nostro presente. La frase più bella e attuale di INK (“non hai inventato nulla, sei solo il primo che non si preoccupa delle conseguenze”) potrebbe riferirsi sia ai leader delle forze populiste, sia al direttore di The Sun Larry Lamb, sia al conduttore di To Catch a Predator Chris Hansen, tutti accomunati dalla spregiudicatezza, dall’ambizione e dalla mancanza del senso della misura. Con To Catch a Predator c’è una sfumatura in più: riguarda due tipi di predatori. I pedofili e quelli che, i pedofili, se li mangiano in onda a vantaggio dello spettacolo. La stessa logica di competizione accanita, spietata, potremmo dire mortale, come si addice appunto ai predatori, esiste internamente al mondo dello showbusiness, prende la forma della caccia alle professionalità migliori, del tentativo di riscattare la mancanza di prestigio, la marginalità negli ambienti intellettuali, con un record esagerato di ascolti. Essere in prima serata significa anche trovarsi in cima alla catena alimentare.
Primetime, un film con lo stile A24
Essendo un film distribuito dalla casa di produzione e distribuzione più cool del pianeta, quella che prende il nome da un’autostrada italiana, e si chiama infatti A24, Primetime non solo è un film stilizzatissmo, ma anche molto in linea con alcune tendenze estetiche. Nell’era della retromania, e mentre internet annulla le differenze temporali consentendo accesso immediato al materiale di ogni epoca e tempo, si fa ricerca estetica la riscoperta degli anni Ottanta, poi Novanta, adesso Duemila. L’occasione era troppo buona per non dare a questa storia ambientata nel 2006 una grana low-fi, da telecamere a circuito chiuso, una patina da programma TV andato in onda in quegli anni ma un po’ amatoriale, un po’ reality show con partecipanti che non sanno di esserlo. Immaginate un film figurativamente costruito su Scherzi a parte, che però riesce a rendere molto più accattivanti quel tipo di immagini.
Fin qui tutto bene, ma se nel cast c’è una star più grossa dello stesso film, allora si ha sempre l’impressione che il film le sia stato costruito intorno. Un premio a Venezia sarebbe un lancio importante per Pattinson, che a quel punto potrebbe puntare a una nomination ai Golden Globe e poi agli Oscar, ma la sua interpretazione non è davvero niente di eccezionale, e anzi viene messa in ombra da quella di Merritt Wever, molto più brava nei panni della producer, un personaggio secondario. Primo lungometraggio di finzione del trentenne Lance Oppenheim, scritto da Ajon Singh, Primetime gira in tondo per molto molto tempo, con continue sottolineature della natura immorale dei contenuti mandati in onda, prima di prendere la direzione che lo porterà alla catarsi finale, che non casca molto lontano dal solito “non si sono proprio regolati”, solo più gridato. Peccato, la carne al fuoco sarebbe stata tanta.
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Guardo film e gioco a videogiochi, da un certo punto della vita in poi ho iniziato anche a scriverne. Mi affascinano gli angolini sperduti di internet, la grafica dei primi videogiochi in 3D e le immagini che ricadono sotto l’ombrello per nulla definito della dicitura aesthetic, rispetto alle quali porto avanti un’attività di catalogazione compulsiva che ha come punto d’arrivo alcuni profili Instagram. La serie TV con l’estetica migliore (e quella migliore in assoluto) è comunque X-Files, che non ho mai finito per non concepire il pensiero “non esistono altre puntate di X-Files da vedere per il resto della mia vita”. Stessa cosa con Evangelion (il manga).

