Questo articolo è tratto da Global, la newsletter del Corriere della Sera curata da Federico Ramini. (Qui per iscriversi)

Siamo abituati da anni a una narrazione quasi opposta. È l’America che si isola. È Washington che irrita gli alleati con i dazi, le sanzioni, l’extraterritorialità del dollaro, il protezionismo tecnologico. Più gli insulti, le minacce, le offese e tutto il resto. È così che Donald Trump spinge il resto del mondo verso la Cina, sentiamo dire da tempo. Xi Jinping, al contrario, ama presentarsi come il difensore della globalizzazione, del libero commercio e del multilateralismo; il leader capace di raccogliere attorno a Pechino gli ex-alleati traditi da Trump, più tutto quel «Sud globale» che contesta l’egemonia occidentale.



















































Per questo ciò che è accaduto al G20 finanziario di Asheville, in North Carolina, merita attenzione. Il risultato finale è stato 19 contro 1. La Cina da sola. Il dissenso cinese ha impedito l’approvazione del comunicato congiunto, perché al G20 vige la regola del consenso. Gli Stati Uniti, che quest’anno hanno la presidenza, hanno pubblicato al suo posto una dichiarazione della presidenza precisando che il testo aveva il consenso di tutti tranne Pechino. Scott Bessent, il segretario al Tesoro americano, non ha nascosto la soddisfazione: arrivare a un 19 contro 1 su un tema così controverso, ha detto in sostanza, è quasi incredibile.

Lo è davvero. Fra quei diciannove non ci sono soltanto Unione europea, Giappone, Canada, Regno Unito e altri tradizionali partner dell’America. Ci sono India, Brasile, Arabia Saudita, Indonesia, Sudafrica. C’è perfino la Russia. È difficile liquidare questo schieramento come l’ennesima manifestazione dell’ostilità occidentale contro Pechino.

Il pomo della discordia è un’espressione apparentemente tecnica: «politiche e pratiche non di mercato». Il documento del G20 sostiene che gli squilibri eccessivi e persistenti provocano distorsioni, tensioni commerciali e vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento. Invita i paesi con surplus esterni eccessivi a rimuovere le distorsioni che comprimono i consumi interni e provocano una dipendenza esagerata dalle esportazioni. Chiede inoltre di eliminare le «politiche e pratiche non di mercato» che aggravano questi squilibri.

Non occorreva fare il nome della Cina. Tutti avevano capito. È una descrizione quasi scolastica del problema che oggi inquieta una parte crescente del mondo industriale. La Cina produce molto più di quanto consuma. La crisi immobiliare ha indebolito una delle tradizionali locomotive della sua crescita; le famiglie risparmiano molto e consumano poco; la deflazione ha ridotto i prezzi cinesi rispetto a quelli dei concorrenti. Pechino continua intanto a sostenere massicci investimenti industriali. Il risultato è che una parte crescente di quella produzione deve trovare sbocco all’estero.

Il Fondo monetario, che difficilmente può essere accusato di usare la propaganda trumpiana, descrive lo stesso fenomeno. Nel 2025 il Pil cinese è cresciuto del 5%, ma la domanda privata interna è rimasta debole. La debolezza dei prezzi ha prodotto un deprezzamento reale del cambio, aumentando la competitività delle merci cinesi. Il surplus delle partite correnti è salito al 3,3% del Pil. Secondo il Fondo, gli investimenti guidati dallo Stato e alcune forme di sostegno alla politica industriale hanno contribuito a creare «excess supply», capacità produttiva eccedente, in alcuni settori esportatori.

Nel suo ultimo rapporto sugli squilibri mondiali, il Fondo monetario rileva che nel 2025 gli squilibri esterni eccessivi sono aumentati di 0,7 punti di Pil mondiale: l’incremento maggiore dell’ultimo decennio. Le due economie che contribuiscono di più sono Cina e Stati Uniti, ma con segno opposto: Pechino per il surplus, Washington per il deficit.

La novità politica è un’altra. Per molto tempo gli Stati Uniti sono stati il principale ammortizzatore degli eccessi produttivi cinesi. Il consumatore americano comprava una quantità enorme di merci Made in China. Ora la barriera dei dazi americani ha ridotto quella capacità di assorbimento. Il deficit commerciale americano verso la Cina è già sceso sensibilmente. Le esportazioni cinesi cercano quindi altri mercati. Bessent lo aveva detto alla vigilia del G20: se l’America alza un muro tariffario, il rischio è che l’eccedenza cinese venga deviata verso Europa, America latina, Asia e altri paesi emergenti.

È qui che il problema smette di essere americano. L’Unione europea lo sa bene. Nel 2025 il suo deficit commerciale con la Cina ha raggiunto circa 360 miliardi di euro. Automobili elettriche, batterie, pannelli solari, acciaio, chimica, macchinari: la concorrenza cinese investe ormai alcuni dei pilastri dell’industria europea. Ma lo stesso fenomeno comincia a provocare reazioni nel Sud globale. L’Indonesia denuncia i danni subiti da alcune industrie nazionali. L’India ha una lunga lista di procedure antidumping e antisovvenzioni che riguardano prodotti cinesi, dai prodotti chimici all’acciaio, dalla plastica al vetro.

Questa è forse la spiegazione più importante del 19 contro 1. La Cina aveva costruito una parte del proprio successo diplomatico presentando la rivalità con gli Stati Uniti come uno scontro fra l’egemonia americana e il resto del mondo. È una rappresentazione efficace soprattutto nel Sud globale. Washington difende i propri privilegi; Pechino difende il libero commercio e il diritto allo sviluppo.

Ma che cosa accade quando sono le industrie indiane, brasiliane, indonesiane, turche o sudafricane a dover competere con prodotti cinesi a prezzi difficilmente sostenibili? Il confine fra Nord e Sud diventa meno netto. La reazione di Pechino rivela quanto questo episodio abbia toccato un nervo scoperto. Il ministero degli Esteri cinese si è detto «profondamente dispiaciuto» per l’assenza di un comunicato e ha ricordato che il G20 deve funzionare attraverso consenso, consultazione ed «eguale partecipazione». La polemica più aggressiva è arrivata attraverso Yuyuan Tantian, un account legato alla televisione di Stato CCTV che viene spesso usato per far filtrare posizioni autorevoli sui negoziati commerciali. L’accusa è che Washington abbia cercato di «contrabbandare la propria agenda» dentro il G20. Pechino contesta perfino la legittimità dell’espressione «politiche non di mercato».

Pechino ha contestato anche altri passaggi: quello che chiedeva maggiore trasparenza sui debiti dei paesi poveri verso i creditori del G20; il ruolo del Fondo monetario e dell’Ocse nell’analisi degli squilibri; alcuni riferimenti alle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche. Anche qui si riconoscono dossier sui quali la Cina è sotto pressione. È il maggiore creditore bilaterale di molti paesi emergenti. Controlla segmenti cruciali della raffinazione e lavorazione delle terre rare e di altri minerali strategici. Il Giappone e altri paesi del G20 hanno sollevato proprio ad Asheville il problema delle restrizioni cinesi all’esportazione di minerali critici.

La vicenda va letta senza esagerarne la portata. Non è nata un’alleanza mondiale anticinese. India e Brasile continueranno a difendere la propria autonomia strategica. La Russia rimane legata a Pechino da una partnership essenziale, senza la quale non avrebbe retto cinque anni di guerra. Arabia Saudita e altri paesi del Golfo hanno rapporti stretti con la Cina. Molti governi emergenti non hanno alcuna intenzione di scegliere fra Washington e Pechino.

E la stessa America continua a offrire alla Cina argomenti preziosi. I dazi di Trump hanno colpito amici e avversari. Le tensioni commerciali con Canada, Corea del Sud e altri partner non sono scomparse. Al G20 alcuni europei erano irritati per la presenza della Russia. L’America resta un alleato difficile e talvolta imprevedibile.

Perciò Asheville non annuncia una nuova guerra fredda in cui diciannove nazioni si schierano dietro gli Stati Uniti contro la Cina. Segnala qualcosa di più sottile, e forse più preoccupante per Xi Jinping. Su un dossier fondamentale Pechino rischia di perdere il Sud globale. La Cina è stata per decenni una beneficiaria straordinaria dell’apertura dei mercati mondiali. Oggi è una superpotenza industriale che rappresenta circa un terzo della manifattura mondiale. Una strategia basata sull’aumento continuo della produzione, mentre i consumi interni restano insufficienti, ha conseguenze molto diverse quando viene praticata da un gigante di queste dimensioni.

Il «secondo shock cinese» non investe soltanto Detroit, Wolfsburg o Torino. Può colpire Pune, San Paolo, Giacarta, Istanbul. Ecco perché quel numero, 19 a 1, merita di essere ricordato. Per una volta la diplomazia cinese non può denunciare un piccolo club di nazioni occidentali deciso a difendere i propri privilegi. Al tavolo c’era buona parte del pianeta.

Per molti anni Xi Jinping ha potuto presentarsi come il campione della globalizzazione contro un’America protezionista. Asheville gli ha mostrato il limite di quella formula. Il libero commercio è popolare finché non sembra una strada a senso unico.

6 settembre 2026